28 dicembre, 2017 - Nessun Commento

LA CUCINA AL TEMPO DEI BORBONI UN LIBRO DI BUON GUSTO E DI BUON VIVERE

IMG-20171227-WA0008A distanza di pochi mesi dal suo primo libro dedicato alle ricette del Golfo di Gaeta, Bruno Di Ciaccio pubblica per l’Editore Cuzzolin una piccola nuova perla della cucina parlata: “La cucina ai tempi dei Borboni”. E’ sicuramente un libro di gastronomia popolare che il più delle volte diventa momento di eccellenza in alcuni piatti; ma è anche un libro di cultura del buon mangiare. Bruno Di Ciaccio, difatti, non si limita a riproporre – dopo una accorta   ricerca dei piatti antichi di quelli che sono ancora sulle nostre tavole con la forza del loro buon gusto – ricette e intingoli, ma esplora il mondo stesso nel quale quei piatti nacquero e si affermarono. Esplora, cioè, la società nei suo manifestarsi, dalle radici popolari e popolane, che dal pescato
meno nobile ma più economico, sapeva giungere alla gloria del gusto  attraverso la fantasia e la fusione tra il mare e la terra; alla cucina della nobiltà napoletana ai tempi dei Borboni. Lo fa con una ampia prefazione nella quale si diffonde a percorrere nello scritto le strade esplorate attraverso odori e sapori; e lo fa accompagnando alla prefazione una lista di pietanze gustose ancora oggi, perché i componenti sono sempre gli stessi: il totano, la seccetella, lo  scorfano con la tracina, il maccherone appena asciugato sugli spanditoi degli antichi pastai, le minestre allestite in quattro e
quattr’otto ma esalanti vapori di bontà. Ma lo fa anche con alcune curiosità e spunti di colore che tratteggiano una gouache di quel mondo che oggi chiamiamo, forse con troppa sintesi, “borbonico”, ma che è modo di vivere e sopravvivere, gustare e intrattenersi: ed ecco le piccole cronache dei giornali d’epoca che si occupano di cucina come si occupavano di politica (non come l’ossessiva ricerca di novità gastronomiche che ormai caratterizza ogni pezzo di odierna carta  stampata); la piccola pubblicità delle trattorie, delle osterie dei fondaci e dei locali “bene” di Toledo e della Riviera o di Santa Lucia a Napoli; le immagini del tavernaio, del mangiatore di maccheroni sempre rigorosamente mangiati come fa Totò in “Miseria e Nobiltà”, ossia con le mani che sollevano i lunghi spaghetti), fino al sorbettaro ambulante, quell’uomo che portava alla gente i gelati che  avrebbe conservato nelle “fosse di neve”, gli antichi frigoriferi scavati nella roccia o nella terra per mantenere il fresco.

In breve, Bruno Di Ciaccio regala un altro saggio del suo gusto di assaggiatore e del suo buon gusto di uomo di penna e di storia d’ambiente. E’ un libro che vale davvero la pena di tenere in casa.

16 dicembre, 2017 - 2 Commento

LA GARITTA DEL PORTO CAPOSELE A FORMIA

LA GARITTA DEL PORTO CAPOSELE di Salvatore Cicconedi Salvatore Ciccone

La caratterizzazione di un sito storico può essere spesso determinata da un elemento inusuale, ma focalizzante pur se di ridotta entità fisica e di “minore” testimonianza storica.

E’ il caso della “garitta” del Porto Caposele a Formia, cioè quel piccolo riparo della sentinella a guardia del muro di confine della Villa Caposele, oggi Rubino, quando essa divenne dal 1852 residenza di re Ferdinando II di Borbone insieme al recupero dell’antico porto già di alcune ville romane.

La garitta cattura l’attenzione man mano che ci si addentra nell’insenatura e ci si approssima alla banchina orientale della quale conclude l’estremità. Ciò si deve alla sua forma cilindrica e allo stesso materiale di cui è realizzata, i mattoni, che la evidenziano nel cantone dell’alto muro di cinta della Villa; ancora più eminente perché rialzata su un poggiolo circolare che vi gira intorno.

Il piccolo vano interno è coperto da cupoletta che risalta le forme esterne, distaccata dal cilindro tramite una cornice che era intonacata con il tutto. Due feritoie si rivolgevano una verso il muro meridionale e l’altra alla via di accesso del porto ad ovest; la visuale della banchina e degli accessi della Villa si avevano dallo stretto ingresso, alto in funzione del copricapo e dell’arma della sentinella.

Il poggiolo attorno la garitta permetteva di voltare l’angolo con più ampia visuale e soprattutto per l’eventuale puntamento del fucile. Il passaggio aggetta sul basamento tronco conico tramite elementi dotati di elegante cornice a “gola rovescia”, con i gradini e la relativa spalletta realizzati di pietra arenaria “di Gaeta”; alla spalletta e al poggiolo era ancorata una ringhierina di ferro.

Lo stato di conservazione del monumentino segue le sorti della Villa e del porto. Già dal 1860, quando il luogo era divenuto quartier generale delle truppe d’assedio a Gaeta e dove si firmò la resa della monarchia borbonica il 13 febbraio 1861, i lavori del Genio produssero vari danni con asportazioni di materiali utilitari. Con la successiva acquisizione da parte della famiglia Rubino, il porto venne distaccato e passato al Comune come approdo per gli armatori locali che vi attendevano anche le opere di raddobbo dei navigli. Gli ultimi eventi bellici produssero altri danni, con le postazioni germaniche, il passaggio alternativo al ponte sulla via Appia di Rialto, i bombardamenti testimoniati dalle scheggiature e dai ferri contorti del grande cancello monumentale sulla medesima banchina.

Ma i danni maggiori sono del tempo di pace, con l’incuria latente e i ciechi comportamenti proprio di chi dovrebbe avvantaggiarsi dell’integrità del sito, deturpando la garitta con elementi pertinenti l’ormeggio turistico. Ad oltre 20 anni fa risale la disposizione di una puntellatura provvisoria ormai marcita; non hanno fatto seguito né controlli, né l’elementare reintegrazione della muratura di mattoni.

Oggi la garitta è superiormente spaccata e incombe il crollo: se non ucciderà qualcuno, sicuramente verrà impoverita la memoria di tutti.

12 dicembre, 2017 - Nessun Commento

UNA MOSTRA DI SIBO’ A LATINA NEI 110 ANNI DALLA NASCITA

siboPierluigi Bossi, in arte Sibò, ha lavorato molto in provincia di Littoria-Latina (per dire a cavallo di due epoche storiche). Ha lavorato presso il Comune di Littoria, lui milanese, ed è stato artisticamente presente a Sabaudia; nel dopoguerra, dal 1946, ha lavorato come consulente artistico presso il Comune di Formia e ha firmato progetti di ville, tra i quali quello della Caravella di Remigio Paone. Ma se domandate a Latina, Sabaudia e Formia chi fosse Pierluigi Bosssi in arte Sibò, vi sentireste rispondere: chi?

Non lo conosce, oggi, quasi nessuno. Ma il Comune di Latina sta facendo un’opera di riscoperta (di prima riscoperta) che gli fa onore, perché bada al sodo dell’artista e trascura come transeunte (meglio: transitato. Almeno si spera) il periodo storico nel quale ha operato e si è anche spesso identificato. Sì, perché Bossi-Sibò è stata una persona che ha vissuto il suo periodo in pienezza, sia dal punto di vista umano, sia da quello artistico. E poiché era una persona dinamica e allegra – anche se spesso tignosa e rude – ha impersonato l’immagine estroversa e gentile di un partito che aveva scelto il funereo color nero per distinguersi. Io ho vissuto i miei primi anni di vita in mezzo ai “Loss!”, ai “Raus!”, alle bombe, ai morti sventrati in mezzo alle strade, alla fame, ma una fame così impetuosa che ancora me la ricordo. E quando mi vengono quei tristi pensieri (ero un bambino, ma ho delle precise immagini conservate nella scatola dei ricordi) corro a prendere un cordiale, come si chiamava un sorso di alcool che rianimava.

Quando fu inaugurata la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Littoria, che stava sul lato di corso della Repubblica dove il Palazzo municipale fa angolo con piazza del Popolo, si racconta che Mussolini venne ad inaugurarla, ma sceso dalla littorina a Littoria Scalo, vide alcune cose che gli fecero passare il buonumore. E oscurò il suo volto, con conseguente gran timore di gerarchi e gerarchetti che servizievoli lo attorniavano. Mussolini li lasciò con un palmo di naso, salì sulla macchina di servizio (ma era nera, non blu come le macchine di servizio di oggi, anche se sono rosso fuoco) e si fece accompagnare dall’autista (guai a chiamarlo chauffer!) fino al luogo che doveva inaugurare. Non c’erano i cellulari a quei tempi, ma qualcuno avvertì che il duce era angustiato e che, quindi, ci si doveva comportare in modo da evitarne ulteriori nervosismi.

sibo3 A Littoria pensarono bene di affidare l’incarico di calmante a Pier Luigi Bossi, che aveva allestito la Galleria e ne aveva disegnata la distribuzione dei locali proprio su un foglio interno del bel Catalogo che fu inaugurato insieme alla Galleria. Bossi-Sibò si acconciò alla sua funzione terapeutica e andò incontro al duce con un grande e cordiale sorriso sulle labbra e dopo averlo salutato comme il faut, si mise a sua disposizione. La sua parlantina affascinò subito il duce, che si aspettava di sentir parlare veneto e invece sentiva un tipico accento lombardo (Bossi era di Milano). Sibò cominciò ad accompagnarlo e tutto il resto del corteo si mise a distanza di sicurezza, cinque-sei passi dietro dei due. Sibò illustrò la Galleria e indicò gli autori dei dipinti che le città italiane avevano donato a Littoria, loro giovanissima collega. E la compagnia di Sibò risultò così allegra che sul volto austero del duce riapparve un sorriso.L’avevano sfangata.

Venerdì 16 dicembre il Comune di Latina, con in testa Damiano Coletta che, guarda caso, è il bersaglio preferito di coloro che molto audacemente si ritengono epigoni di quella storia politica e fanno di tutto per far riemergere gli eja-eja e gli alalà, contestando con poco forbite parole anche la Presidente della Camera (rimarrà storico il coro di insulti che un gruppetto non folto ma agguerrito di uomini-donne rivolse alla povera Presidente Boldrini in occasione della inaugurazione del Parco comunale alla memoria di Falcone e Borsellino, sotto l’ala scaltramente protettrice delle forze dell’ordine), il Comune, dicevo, inaugurerà una Mostra personale riservata per intero a Pierluigi Bossi. Avverrà presso la nuova Galleria d’arte moderna e contemporanea, e cadrà esattamente in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un bell’omaggio, non c’è che dire, di cui resterà sicuramente grata la figlia dell’Artista, Simona Bossi, contessa di Montonate, che presenzierà alla cerimonia insieme al marito Massimo Baldarelli.

sibo2 E così qualcuno scoprirà che i giardini geometrici antistanti il Palazzo Comunale (la cui decadenza, bisogna purtroppo dirlo, comincia con l’amministrazione del primo sindaco neo fascista del dopoguerra, lo sfortunato e simpatico Ajmone Finestra) sono stati disegnati proprio da Pierluigi Bossi e non da Oriolo Frezzotti come è stato sempre detto. Sibò fu uno che aderì convinto al Futurismo, ebbe contatti con Filippo Tommaso Marinetti, lavorò da solo e con Di Gese anche a Littoria, di cui ha lasciato alcuni splendidi dipinti futuristi, come è accaduto a Sabaudia. Diverse aeropitture fanno tuttora parte della collezione che i Familiari di Bossi conservano.

Insieme alle opere artistiche, verranno esposti documenti di vario genere che ricordano la pignola e corretta pratica di Sibò di documentare quello che faceva e che oggi ci consente di dire di Lui qualche cosa di più di quello che anche i più recenti libri sul Futurismo dicono. Perché Pierluigi Bossi fu un vero artista: un po’ sovraccarico della retorica che il regime cucinava la mattina e la sera, ma pieno di idee fantastiche, di colori che si inseguono, si incrociano, si distaccano e riempiono i suoi bellissimi dipinti.

Insomma, valeva davvero la pena che Pierluigi Bossi, in arte Sibò, facesse questo ritorno trionfale a Latina. E speriamo che vadano a rendergli omaggio tutti i veri Latinensi, che sono quelli che vivono in questo Comune da molto più tempo di quanto non vissero a Littoria quelli che la vorrebbero riesumare.

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