Archivio per ottobre, 2019
31 ottobre, 2019 - Nessun Commento

RITORNO A PONZA
IL MEMORIALE DEL “SANTA LUCIA”

PIROSCAFO SANTA LUCIA AFFONDATO A VENTOTENE IL 24 07 943DSCN0794Ho scritto più di qualche volta del tragico affondamento del piroscafo “Santa Lucia”, avvenuto il 24 luglio 1943, nelle acque dell’isola di Ventotene. Il ricordo della tragedia è fortemente legato anche all’isola di Ponzai. La nave, difatti, proveniva da quest’isola quel mattino di luglio, quando fu avvistata da una squadriglia di ricognitori inglesi Beechcraft, provenienti dalle coste africane. La nave era a poco più di un miglio marino dallo scalo di Ventotene, e la squadriglia era sul punto di rientrare alla base dopo una inutile ricognizione. Il destino della nave e degli aerei li fece incontrare esattamente dopo due ore di navigazione da Ponza e dopo due ore di volo dall’Africa, Fu un incontro che segnò il primo vero episodio di guerra vissuta in provincia di Littoria, come allora si chiamava. Il “Santa Lucia” fu tradito dal colore con cui era stato verniciato tre anni prima, quando, allo scoppio della guerra, nel 1940, era stato militarizzato e sulla sua prua era stato montato un cannoncino. La nave dopo qualche mese venne demilitarizzata – non avrebbe potuto affrontare nessun mezzo marino avversario, piccola e fragile com’era. Ma il colore grigio militare con cui l’avevano dipinta fu lasciato e molto probabilmente fu quello che provocò l’attacco britannico. La squadriglia di sei aerei, in realtà, intercettò anche un pontone tedesco che navigava a breve distanza dalla motonave. E questo, sì, era armato e manovrato da un piccolo equipaggio del presidio tedesco di Ventotene, che indossava la divisa. Gli aerei si divisero in due squadriglie: una attaccò il pontone, che si difese sparando con la mitragliatrice pesante. Contro di esso venne lanciato un siluro che, però, sfilò sotto la carena piatta e si perse in mare. Il “Santa Lucia” fu attaccato dall’altra squadriglia e colpito da un siluro al centro della carena. I passeggeri si erano ricoverati nei locali sottostanti il ponte. La nave fu spaccata in due dal siluro e affondò in qualche minuto. I passeggeri rimasero intrappolati sotto coperta. Quattro marinai, tra i quali il comandante Cosmo Simeone di Gaeta, furono sbalzati in mare. Ne furono soccorsi e recuperati due soli in vita, il comandante morì il giorno dopo in un ospedale di Napoli per le ferite riportate.

Questo episodio è rimasto nel ricordo e nei cuori di Ponzesi e Ventotenesi. Negli anni Cinquanta, il relitto, spezzato in due, fu trovato dal famoso sub Raimondo Bucher a una profondità di circa 40 metri e da allora è divenuto meta di immersioni che hanno consentito il recupero di pochi frammenti della nave, ma di nessuna delle vittime. Di esse, anzi, si era perduto il ricordo, per cui i familiari non poterono neppure piangere i loro cari. Era andato perduto il faldone in cui erano raccolti gli elenchi dei militari che si trovavano imbarcati, dell’equipaggio civile e dei passeggeri. Furono avvertiti solo i familiari dei militari. Degli altri sembrò perduto ogni nome. Fino a quando, qualche anno fa, l’Archivista Capo delle Capitanerie di Porto, Cargnello, ritrovò il duplicato del faldone e svelò finalmente quello che era stato un mistero.

Ora a Ponza, con la collaborazione del Comune e ad iniziativa di parenti di alcune delle vittime, è stato allestito un piccolo ma dignitoso memoriale, in una stanza adiacente la sala del Consiglio comunale, che si trova in uno dei Cameroni occupati dai confinati dal fascismo. Un modellino dello sfortunato piroscafo e alcune vetrinette formano il piccolo ma significativo ricordo di quelle vite distrutte e di quell’episodio che insanguinò la provincia di Littoria prima ancora che la guerra di terra la investisse e la devastasse dal novembre 1943 al maggio 1944. Piccoli oggetti, un frammento della targa che reca scritto il nome della nave, piccoli pezzi della motonave, persino una superstite lampadina riempiono le vetrine a testimoniare una tragedia senza senso, come tutte le uccisioni provocate da quella che fu una guerra senza senso ma che costò centinaia di migliaia di vittime civili e militari al nostro povero Paese, che vi era stato trascinato con una deliberata incoscienza politica. Crediamo di rendere un modesto omaggio alle persone che persero la vita, pubblicando gli elenchi recuperati.

LE VITTIME DELL’AFFONDAMENTO

1. Personale civile facente parte dell’equipaggio (17 persone)

Capitano di L.C. Comandante Cosmo Simeone, Classe 1888. Matr. 7689, di Gaeta; I° ufficiale Romano Mario, classe 1898, Matricola 41344 di C./Stabia; I° Macchinista Terlizzi Vito classe 1889Matricola 71572 di Napoli; Nostromo De Angelis Antonio classe 1893 Matricola 49064 di Napoli; Caporale di macchina Bruno Luigi classe 1906 Matricola 67038 di Napoli; Marinaio Sferza Edoardo classe 1881 Matricola 31145 di Torre del Greco; Marinaio Esposito Francesco classe 1896 Matricola 41198 di C./Stabia; Marinaio Stiano Luigi classe 1897 Matricola 13509 di Torre del Greco; Giovanotto Ruocco Luigi classe 1905 Matricola 42495 di C./Stabia; Mozzo Collea Antonino classe 1910 Matricola 45410 di C./Stabia; Fuochista Iacono Aniello classe 1891 Matricola 52293 di Napoli; Fuochista D’Esposito Giuseppe classe 1902 Matricola 42793 di C./Stabia; Carbonaio Carcatella Ernesto classe 1892 Matricola 64467 di Napoli; Carbonaio Albanelli Ettore classe 1904 Matricola 71812 di Napoli; Carbonaio Di Maso Raffaele classe 1915 Matricola 77946 di Napoli; Cameriere Amendola Francesco classe 1894 Matricola 62729 di Napoli; Cameriere Di Fraia Luigi classe 1909 Matricola 69946 di Napoli.

Personale militare assegnato alla gestione del cannoncino (7 persone)

Capo Cannoniere 3^ Classe Visai Federico classe 1909 Matricola 1499; Serg. Cann. P.S. Parascandolo Carmine Classe 1912 Matricola 74695; Serg. Cann. O. Riccio Giuseppe Classe 1914 Matricola 74514; Serg. Cann. P.S. Manzo Vincenzo Classe 1915 Matr. 37250; Sottocapo Cann. O. Illardo Giuseppe Classe 1914 Matr. 74287; Sottocapo Cann. O. Accarino Francesco Classe 1915 matr. 12370; Marinaio Maggiacomo Luigi Classe 1917 matr. 46034.

Passeggeri imbarcati a a ponza (46 persone)

Vitiello Silverio di Francesco e di Furese Marianna nato a Ponza l’8 dicembre 1908; Galano Antonietta di Pietro e di Pagano Concetta nata a Ponza il 22 maggio 1926; Fino Vincenzo fu Salvatore e di Tagliamonte Grazia nato a Olbia il 24 maggio 1918; De Filippis Elena coniugata Piro; Misuraca Rosalia fu Salvatore e dfu Abete Maria nata a Ponza il 10 febbraio 1882; Vitiello Anna di Biagio e di Misuraca Rosalia nata a Ponza il 30 gennaio 1921; Guarino Silverio fu Aniello e di Califano Civita nato a Ponza il 29 settembre 1917; Iodice Libera da Ischia; Iodice Luisa da Ischia; Onorato Silverio fu Vincenzo da Ponza; Aprea Francesco di Luigi e di Balzato (Balzano?) Maria Giuseppa nato a Ponza il 30 maggio 1914; Feola Silverio fu Isidoro e di Di Meglio Maria Rosa nato a Ponza il 21 febbraio 1913; Sandolo Benedetto di Salvatore e di Aprea Maria nato a Ponza il 126 settembre 1908; Romano Pasquale di Giuseppe e fu Castaldi Francesca nato a Ventotene il 12 gennaio 1895; Romano Carmine di Francesco e di Aversano Maria Candida nato a Ponza l’8 gennaio 1912; Mazzella Emiliano di Silverio; Martini Vincenzo di Giacinto e fu Martini Anna Maria nato a Sutri l’8 settembre 1899; Loretti Vittorio di Bernardino e di Santi Zenaide nato a Selci Sabino il 17 giugno 1895; Fanfarillo Sisto fu Biagio e di Cianfrocca Maria Giuseppa nato ad Alatri il 13 settembre 1904; Ciccarella Ulivetto fu Dommenico di fu Berardi Caterina nato a Praduro il 23 settembre 1906; Tommasiello Sisto fu Antonio e di La Torre Arcangela nato a San Paolo (Brasile) il 22 agosto 1907 domiciliato a Roma via Cavour 146; Nalli Francesco fu Luigi e fu Felici Famosa nato a Morolo il 4 ottobre 1907; Bonamore Umberto di Alessandro e di D’Aquino Fortunata nato a Gallicano nel Lazio il 16 agosto 1922; Realacci Mario di Tommaso e fu Tornesi Emilia nato a Vallecorsa il 1° dicembre 1904; Provvidenti Antonio di Luigi e di Licursi Marianna nato a Ururi il 23 agosto 1921; Varlese Valentino fu Giuseppe e fu D’Alessandro Maria Giuseppa nato a Cassino il 25 maggio 1904; Moretti Vincenzo di Giuseppe e di Fantoni Anna Maria nato a Palestrina il 10 agosto 1920; Caringi Luigi fu Antonio e fu Alonzi Restituta nato a Sora il 7 maggio 1904; Paricelli Giovanni di Luigi e fu Ragozzino Maria Rosa nato a Macerata Campania il 26 novembre 1900; Cinelli Giuseppe; Ginestra Antonio; Giannotta Michele di Vito e di Mangini Elisabetta nato a Putignano il 4 maggio 1909; Verdino Salvatore di N .N. nato a Caltagirone il 29 settembre 1895; Balzerano Nicola di Arcangelo e di Testa Maria Assunta nato a Fabbrica di Roma il 5 dicembre 1910; Ponti Giovanni di Carmelo e di D’Alessio Maddalena nato a Soriano del Cimino il 27 dicembre 1910; De Bennati Ettore fu Federico nato a Gallipoli nel 1886; Capuano Giuseppe di Giovanni nato a Bacoli il 22 marzo 1916; Conte Teodorico fu Serafino e di Bernardo Caterina nato a Roma il 23 ottobre 1909 ; Inserra Luigi fu Pietro e di Carniglia Carmela nato a Siracusa il 3 marzo 1916; Tucciarelli Vincenzo di Cataldo e di Pazziosi Antonia nato a Villa S. Stefano l’8 agosto 1910; Capiccioni Fernando di N.N. e di Capoccioni (sic) Teresa nato a Ronma l’11 agosto 1909; Stima Lucia di Eduardo e di Vitiello Maria Salva nato a Ponza il 21 settembre 1920; Chiocca Vincenzo di Gennaro e di Grieco Rosalia nato a Pozzuoli il 3 gennaio 1914; Loffredo Salvatore fu Francesco nato a Sessa Aurunca il 30 aprile 1913; Sasso Silvio fu Francesco nato a Sessa Aurunca il 12 giugno 1905; Carrocci Romolo di N.N. e di Carrocci Setina nato a Roma il 17 aprile 1909.

20 ottobre, 2019 - Nessun Commento

RITORNO A PONZA
UNA NUOVA, ANTICA CUCINA

20190913_190719Cala Feola, nella parte settentrionale di Ponza, sotto la “giurisdizione” geografica della pittoresca frazione di Le Forna, è una delle più belle e attrattive località dell’Isola dii Ponza. Vi sono ricordi antichi (i resti del forte borbonico su uno sperone di roccia verso nord) e più recenti (la nave Liberty affondata nel 1944 mentre, durante una tempesta, trasportava prigionieri tedeschi da Anzio-.Nettuno, dove gli Alleati erano sbarcati di sorpresa il 22 gennaio 1944, a Napoli, ma andò a finire sugli scogli e si spaccò in due affondando a una quindicina di metri di profondità, oggi meta preferita di immersioni subacquee.

A Cala Feola c’è anche un mucchio di natura: le piscine naturali, che si aprono tra scogli e qualche arco naturale, in un mare che si diverte a passare dal verde smeraldo al blu cobalto, a seconda dei giorni e dei venti; c’è una spiaggetta di sabbia che la stessa natura  ha protetto dalle grandi invasioni: deliziosa, solitaria, intima sia pure con un mare di barche che le fanno la guardia. E vi è una cucina da ristorante, ma “fatta in casa”, la casa dei Romano, Aniello, Gennaro e Rafelina. Per scendere a questo ristorante bisogna percorrere una sinuosa discesa di oltre duecento scalini. A scendere è tutto a posto. A risalire dopo mangiato, un po’meno. C’è anche un’altra scalinata, sull’altro versante della valletta al centro della quale si trovala spiaggia di Cala Feola. Ma qui gli scalini sono molto più irregolari, spesso alti, accompagnati nel tratto finale da una “ferrata” fatta di corda di canapa che brucia le mani che debbono impugnarla. Niente di drammatico, anzi è divertente fare questa scalata. Io sono riuscito a contare circa centocinquanta di quei gradini, anche essi fatti in casa. Poi ho perso il conto per dare spazio a una respirazione più impegnata e meno distratta.

 

20190913_200113Lassù c’è il ristorante La Terrazza. Ma intanto fermiamoci al ristorante La Marina, quello dei duecento gradini. E’ nato come “ristorante abusivo di necessità”, come racconta Aniello Romano, ricordando gli anni passati. Abusivo si declina di solito con “di necessità”, ma per le case. Per i ristoranti c’è da spiegare di più.

“La gente veniva a prendere il bagno in questa caletta “segreta”, poi, quando si faceva l’ora, aveva appetito, aveva sete, aveva necessità di rispettare la fisiologia. Ma non c’era assolutamente nulla e nessuno a cui rivolgersi. E allora abbiamo improvvisato questo piccolo ristorante rustico, alzandolo tra due scogli di tufo grigio e una vegetazione che ricorda da vicino le isole desertiche dell’Oceano Indiano.

Un po’ per merito di madre Natura, un po’ per merito della fantasia dei Fornesi. Piano piano, le ragioni di necessità hanno prevalso su quelle dell’abusivismo e tutto è stato sanato, forzando un po’la mano. Ma, appunto, per necessità. Dispone anche di un piccolo bar, servizi igienici, disponibilità di acqua e una veranda affacciata sul mare che ti trasporta con la fantasia migliaia di miglia marine più verso oriente, un po’ di ricordo di Hemingway.

20190913_184014Ma siamo a Ponza. E qui si sono inventati una cucina antica e di necessità anche essa, con qualche ricetta nuova di zecca, che ha come piatto centrale la “parmigiana a ‘e èpalètte”. Cosa sono  le palette? Sono le pale di fichi d’India appena nate. Si trovano a portata di mano. Debbono essere giovani e morbide, piccole, non ancora fatte grosse. Rafelina racconta questa “nouvelle ancient cuisine”: le spine non si sono ancora indurite e vengono pulite a mani nude, senza conseguenze. Poi le piccole pale vengono pelate con un pelapatate, privandole dellascorza verde. Quello che resta va bollito per una ventina di minuti, poi tagliato a fette come se fossero fette di melanzana. Qui a Ponza la melanzana era difficile da coltivare, e per la gente povera era ancora più difficile. Ecco perché la parmigiana non si fa con le melanzane e diventa una squisita e curiosa pietanza. Le fette vengono disposte come si fa per le melanzane, poi condite con sugo di pomodoro e formaggio grattugiato. La mozzarella non viene messa perché altrimenti la pietanza diverrebbe preziosa e più costosa. E non sarebbe più cucina “povera”, come un tempo. Il forno fa il resto. Ci fanno assaggiare questa “composta”. E’ molto buona, e si fatica a distinguere tra melanzane e palette di fico d’India. Poi c’è la cucina povera di mare. Rafelina spiega anche come si è inventata la trippa di pesce spada, rìcavandola dallo stomaco dello Spada, che assomiglia molto alla trippa dei colleghi di terraferma, i bovini. Ce la presentano su un’ampia padella, cucinata col pomodoro. E’ anch‘essa gustosa e curiosa. Vale la pena affrontare i quattrocento scalini fra andata e ritorno. Noi abbiamo avuto la fortuna di assaporare altri piatti della tradizione di Le Forna, cucinati e serviti presso l’Istituto comprensivo Carlo Pisacane. Li avevano preparati le donne di una certa età di Le Forna, in particolare Assunta Scarpati. Lei ha trasformato la sua casa in un piccolo ristorantino familiare, “La casa di Assunta£, dove serve splendide minestre di lenticchie e di cicerchie, un pane delizioso fatto in casa, morbido e rustico, e saporoso e frutto della fantasia di chi ha saputo attingere dall’antica povera terra di un’isola tutti gli ingredienti utili a sopravvivere con grandi fatiche ma senza troppa spesa. E con grande fantasia e ottimo gusto. Assunta ha creato anche la Bottarga di pesce spada, perché lo Spada è un pesce che sa di Ponza.

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Ma prima di arrivare da Mamma Assunta si gode uno splendido panorama su Cala Feola dal ristorante La Terrazza, dove un giovane e abile chef ci prepara un sontuoso Rancio fellone, noto anche come Gransèola, Sotto il suo carapace rosso che lo chef apre con pochi e secchi colpi, si scopre la polpa che è buona di suo, ma arricchita del buongusto di chi la cucina. Ma non occorrono chissà quali ingredienti: basta la tradizione. Il Rancio ci mette tutto il suo fondamentale sapore.

Ma Ponza si è sposata anche con l’Agro Pontino, nel progetto Cocomero Pontino che Tiziana Briguglio sta portando pazientemente ed efficacemente avanti per conto e con Claudio Filosa, in brand con Tiziana Zottola, Giuseppe Nocca, Giampaolo Cesaretti e Lillina Olleia. Ci hanno offerto un’audace cena tutta a base di cocomero. E di pesce. Ohibò: c’è da gustare e sorprendersi, ma soprattutto dimostrare che il Cocomero pontino si sposa col sushi e con la minestra e persino col dolce. La terrazza del ristorante Eèa ha offerto la sua ospitalità, sotto la guida del maestro Davide De Luca. L’assessore regionale all’Agricoltura del Lazio, la giovane Enrica Onorati, ha messo il suo timbro alla qualità della serata. Che ha suscitato molta meraviglia tra gli ospiti, molti punti esclamativi, ma se volete provateci anche voi. Se il cocomero è buono e il pesce è fresco, il miracolo di questo curioso sposalizio può compiersi. Testimoni di nozze i vini di Casale del Giglio di Santarelli a Borgo Montello-Satricum (Latina). Le Isole Pontine, care al mio ormai antico cuore, non cessano di meravigliarmi. E per mia gioia le chiamerò anche Isole Ponziane., Ma solo con riferimento a Ponza e ai suoi satelliti Gavi, Zannone e Palmarola. Ventotene e Santo Stefano stanno a 22 miglia marine, verso est.

 

11 ottobre, 2019 - Nessun Commento

RITORNO A PONZA

 

20190913_191608Mancavo da Ponza da qualche anno, Un’assenza forzata da problemi personali. Quasi non la riconoscevo al primo impatto. Prima era sempre emozionante e delicata: quei colori pastellati delle case, quell’elegante disegno del porto che penetra fin sotto Mamozio, quell’ormai familiare lieve curva del Comune con l’orologio, quel movimento di barche, di gozzi, di fuoribordo che si postavano nell’avaro spazio di manovra della banchina nuova per fare entrare la motonave sulla quale ci eravamo mossi da Formia.

Non riconoscevo quasi più quei caratteri, tutti positivi. E anche il non vedere più Ernesto Prudente che fumava seduto all’esterno del suo Welcome’s. Era il secondo saluto che Ponza mi dava dopo l’immagine d’assieme che non mi sono mai stancato di guardare mentre la nave o l’aliscafo andavano all’ormeggio.

Tutto più tecnico: lo spazio ricavato da una sistemazione del retro banchina nuova, le molte, troppe macchine che vi trovano parcheggio, il movimento di camion, più ordinato ma tale da dare una impressione del tutto urbana e un po’ cafona di un’isola stupenda. Poi mi sono immerso in un traffico più che urbano, fatto di qualche centinaio di scooter che si affittano e che si infilano dappertutto (non me ne vogliano i locatori, per loro è vita) , col loro fastidioso rumore, per non dire con la velocità e le evoluzioni cui i conducenti si lasciano andare, presi dal piacere delle curve dello stretto abitato e della provinciale per Le Forna, che sale e scende offrendosi agli spericolati. Che qualche volta si fanno male e che sempre turbano quegli ambienti. Via Chiaia di Luna e la Panoramica sono le strade che meglio si offrono a piloti scorretti e inappropriati.

Poi arrivo alla spiaggetta di S. Antonio e trovo un’idea intelligente: in quella zona la strada si restringe e i pedoni corrono rischi. E’ stata creata una passeggiata interna al muretto di confine della spiaggia con la strada. Occupa il bordo della spiaggia, quello che era sempre pieno di erbacce ed era deposito di cose improprie. Ora è una breve e sicura passeggiata, come l’area di Giancos, resa tutta transitabile. Ci vorrebbe qualche altro albero e qualche altra panchina. Ma il mare di S. Antonio mi è parso sconvolgente. Me lo ricordavo pieno di barchette, ma ci si poteva bagnare. Oggi è una muraglia cinese fatta di cinque o sei file di barche, di fuoribordo, di natanti di ogni tipo che sbarrano la vista e l’accesso con la loro presenza e con i corpi morti che riempiono e snaturano un ambiente naturale.

20190915_194426 E poi, quanta gente. Ed era metà settembre. Non mi lamento per l’economia che portano all’isola (tra pochi giorni si chiuderanno le grandi parate di negozi affollati e multicolori di Corso Pisacane, vendite di abiti, di scarpe da mare, gelaterie, cappelli di paglia e cap con le scritte “confinati” divenute un brand creato dai giovanissimi studenti dell’Istituto comprensivo Carlo Pisacane di Le Forna. Corso Pisacane, fino ad una sera inoltrata di un inoltrato settembre era movimentato. Un piacere a pensare che il turismo porta economia. Ma dovrebbe esservi un modus. Sono un vecchio ex promoter di turismo. Pentito, a vedere lo stravolgimento di un’isola stupenda.

Non la riconosci neppure quando scendi alla fermata alla Chiesa di Le Forna, al bivio per Cala Feola. Le Forna non ha ancora perduto la pace che ha lasciato Ponza porto. Ma di silenzio ve ne è sempre di meno, grazie ad un servizio pubblico di trasporto che funziona, anche se non elimina l’eccesso di traffico per un’isola che dispone di pochi e tortuosi chjlometri di strade: parlo del servizio di minibus che ogni quindici minuti passano dalla banchina nuova a Santa Maria fino a Le Forna, e che nei giorni del mordi e fuggi si riempiono pericolosamente fino all’inverosimile. Gli autisti sono bravi, ma danno la sensazione di sfidare qualche volta la sorte, nei punti in cui la provinciale incrocia alcune zone abitate (a cominciare da Santa Maria) dove essa si dimezza a causa delle molte auto che ne occupano un lato della stretta carreggiata, anche in curva. Più che un trasferimento, allora, diventa un brivido, a guardare verso la stupenda vallecola che dall’alto si dirige strepitosa verso il mare del borgo e dei colori delle case.

A me è toccato – e ne sono grato a chi me lo ha fatto fare – anche di scendere dal punto in cui la strada per Cala Feola si interrompe di fronte alle ultime case della breve strada. Lì puoi scendere verso la solitaria (un tempo) spiaggetta di Cala Feola percorrendo una lunga scalinata di oltre duecento gradini, che seguono pedissequamente tutte le curve e tutti i livelli che la costa collinare disegna per accompagnarti fino al mare. E’ un’impresa scendere, è una doppia impresa a risalire quei gradini, specie se hai approfittato della discesa per consumare un pasto nel piccolo ristorante che si appoggia ad uno dei grandi scogli di tufo grigio che si staccano dalle pareti ripide, oggi spesso ricoperte di tante, troppe case.

Del ristorante dirò nei prossimi giorni. Quando finisce anche l’ultimo dei duecento e passa gradini ti smarrisci, perché ti troverai su uno scoglio privo di percorso, e ricco di bozzi e di piccoli ostacoli, che percorrerai però senza timori. Sotto batte l’acqua del mare di Cala Feola, che è un mare stupendo. Al di là ci sono le piscine naturali, altro piccolo miracolo, e la spiaggia che rievoca la pace delle spiaggette disadorne di tante isole dove ci si riconcilia con la natura. (Continua. 1)