3 novembre, 2018 - Nessun Commento

SIMONE CORSI, EROE DI CISTERNA
DELLA 1° GUERRA MONDIALE
PRESENTE IN FRIULI E IGNOTO DOVE NACQUE

di Pier Giacomo Sottoriva

1. SANTINO RICORDO 1919 20171102_165625 20171102_165732 (1)L’Italia ha ricordato in questi giorni il compimento dei cento anni dalla conclusione della Prima Guerra Mondiale (iniziata, per noi italiani, il 24 maggio 1915). E’ stato un ricordo molto tranquillo, anche per la buona ragione che Austria e Italia sono parti della stessa Europa, malgrado certe recenti incomprensioni e certe avventurose congetture galleggianti nella politica nazionale molto disinformata.

Chi scrive questo blog aveva già commemorato un centenario, lo scorso anno, ed esattamente il 2 novembre del 2017, quando fu invitato da un piccolo, grazioso centro del Friuli che si chiama Morsano al Tagliamento. Morsano ha una frazione – che in realtà è un altro piccolo ed organizzato paesino – il cui territorio si svolge lungo la sponda destra del fiume Tagliamento, e che si chiama, appunto, San Paolo al Tagliamento. Qui tra la fine di ottobre e i primi di novembre di cento anni fa si addensarono moltitudini di soldati italiani che arretravano dopo la rotta di Caporetto, e che tentavano di riorganizzarsi su posizioni più arretrate.

In quei giorni, i fiumi della pianura isontina e del tratto più meridionale, fino al Piave, erano gonfi per le piogge che trasformano il “Tiliment” (nome locale del Tagliamento) in un vorace e impetuoso torrente, che raggiunge anche i duemila metri di larghezza, e che spesso esonda. Le strade, pure abbastanza lontane, debbono essere protette con contrafforti rialzati per impedire che l’esondazione aggravi i danni che arreca a campi e case, Presso san Paolo al Tagliamento, nel 1917, era stata creata un’area destinata a contenere l’avanzata austriaca. Il fiume separava i due eserciti, e mentre quello italiano si adoperava per impedire l’attraversamento del corso d’acqua, gli Austriaci erano interessati alla opposta condizione. Vennero gettati ponti provvisori, passerelle di fortuna per far attraversare le acque rigonfie al maggior numero possibille di soldati, mentre l’Esercito italiano vi si opponeva tra il ponte di Madrisio e San Paolo.

Ho visitato quei luoghi quando, il 2 novembre 2017, il Comune di Morsano, la Pro Loco di San Paolo e tutti coloro che danno la loro collaborazione al buon vivere dei loro centri, decisero di organizzare una giornata in ricordo di un soldato italiano che era rimasto ucciso proprio quel 2 novembre, sul greto del Tagliamento. Si chiamava Simone Felice Corsi, era nato a Cisterna di Roma (oggi di Latina), aveva 22 anni, aveva raggiunto la zona di guerra il 24 maggio 1915, aveva, quindi, vissuto quasi tutte le vicende belliche che impegnarono Italiani e Austriaci nelle dodici battaglie sull’Isonzo, aveva ricevuto i gradi prima di Caporale poi di Caporal maggiore, ed era stato destinato ad una postazione di mitraglieri che si opponevano all’avanzata austriaca.

La postazione si trovava, appunto, sulla sponda destra del fiume, era comandata da un Tenente, affiancato da un sottufficiale. Faceva parte di questa unità anche il Caporal Maggiore Simone Corsi. Durante un attacco prolungato, la postazione venne aggredita a colpi di fucile, di bombe a mano, di mortai e il fuoco nemico aveva ucciso prima l’ufficiale, poi il sottufficiale. Simone Corsi era rimasto ferito, ma nonostante questa condizione sfavorevole, aveva assunto il comando dell’unità, per tenere aggregati gli uomini, evitandone lo sbandamento, e garantendo la resistenza con un fuoco ostinato e coraggioso. Quando le cose stavano volgendo al peggio, Simone Corsi, vincendo i limiti della sua ferita, si era lanciato contro i primi soldati imperiali che stavano per guadagnare terreno, divenendo, così, bersaglio di raffiche che ne stroncarono la giovanissima esistenza.

La sua storia di Eroe fu quasi immediatamente ricostruita dal comando militare italiano che lo propose per la Medaglia d’Argento al Valor Militare, che gli fu immediatamente conferita. La sua salma, ritrovata dall’allora parroco di Morsano al Tagliamento, dom Eugenio Bertolissi, fu da lui fatta inumare nel piccolo e ordinato cimitero, dal quale venne rimossa nel 1922 per tornare nel suo paese natale, Cisterna di Latina. Fotografie testimoniano quel ritorno.

UNA STORIA DUE DESTINI – La storia di Simone Corsi ha poi conosciuto due destini diversi: mentre a San Paolo al Tagliamento lo hanno praticamente adottato come icona di quella guerra sanguinosa e commemorato con una giornata di manifestazioni (mostra di cimeli bellici, annullo postale speciale, conferenza storica, visita ai luoghi della battaglia e, a sera, onore alla memoria sul greto del fiume Tagliamento con deposizione di una corona di alloro e lo squillo della tromba che suonava il Silenzio, alla presenza di rappresentanti dell’Amministrazione, di studiosi, di Associazioni combattentistiche e di Arma, di un cappellano e di cittadini), a Cisterna non è stato mai ricordato. Ed era l’unica Medaglia d’Argento conquistata da quel paese nella Prima Guerra Mondiale.

Quando la salma rientrò in paese, gli venne dedicata una strada che partiva dal centro (il c.d. Monte) e proseguiva fino a Villa Corsi. Negli anni passati la strada è stata spezzata in due tronconi, uno dei quali è stato dedicato a Nino Bixio, eroe dell’Unità d’Italia, oggi sconosciuto alla maggior parte dei giovani, ignoranti di storia patria. All’Eroe Simone Corsi è stata conservata la metà della strada originaria. Poi, durante lavori di sistemazione delle cappelle gentilizie del cimitero, è stata rimossa ed è sparita la corona di ferro che lo Stato Italiano aveva donato a Simone Corsi. Nessuno si è premurato di chiedere se i parenti tenessero a quel triste ma glorioso ricordo. Scomparsa e basta. Ricerche inutili.

Veniamo all’oggi. Il Comune di Cisterna ha organizzato una serie di cerimonie dal 4 all’11 novembre per ricordare gli eventi di cento anni fa. La memoria dell’unico Eroe di Cisterna in quei cento anni è stata del tutto ignorata.

Per contro nel Friuli, il paese di Morsano e la sua frazione di San Paolo al Tagliamento, il comitato organizzatore dell’avvenimento del 2017 e un noto studioso di storia di quella guerra in Friuli, il dottor Marco Pascoli, direttore del Museo della guerra del Comune di Ragogna (Pordenone) hanno pubblicato un libro sulla battaglia in cui Simone Corsi perse la vita. E’ stato editato da un famoso Editore goriziano, Paolo Gaspari, che è lui stesso un appassionato studioso della Prima Guerra Mondiale.

Ha come titolo “La battaglia fra Madrisio e San Paolo al Tagliamento”. E per sottotitolo: “Il sacrificio di Simone Felice Corsi e l’azione dell’autunno del 1917″. Due diversi modi e due diverse sensibilità, che ricordano un antico motto: Nemo propheta in patria”. Simone Corsi può guardare con disinteresse a queste piccole vicende. Chi, pur non avendolo conosciuto, ne ha sempre sentito parlare, come il sottoscritto che era il nipote, non può nutrire altrettanto disinteresse.

23 ottobre, 2018 - Nessun Commento

EMANUELA, LA SIGNORA DI FOSSANOVA

emanuela di stefanoLa giornata di lunedì 22 ottobre in Pianura Pontina era triste e la grigia e fredda acquerugiola che scendeva
da un cielo ancor più grigio accentuava la tristezza. Ma non c’era la disperazione. Sembrava, invece, che
aleggiasse il sorriso, un po’ ironico, un po’ sornione e molto solare che Emanuela riservava alle sue amicizie,
tutta gente semplice, affettuosa, amata. Affollava silenziosa e ordinata, rispettosa e addolorata le due file
dei banchi dell’Abbazia di Fossanova, dove gli amici hanno salutato per l’ultima volta Emanuela Di Stefano
Verga. Era la Signora di Fossanova.
Se ne è andata all’improvviso, senza dare troppo fastidio, leggera e delicata, pur sotto quella sua apparente scorza di modi bruschi e mai perentori. Emanuela amava l’Abbazia, per la quale si era battuta quando era in decadenza e che difendeva contro il cattivo gusto e l’invadenza disordinata. Lei stessa mostrava anche fisicamente il rispetto per questa splendida chiesa che costituisce il cuore di Fossanova. E qui si è svolto il rito funebre. Emanuela usava entrare nella chiesa di Innocenzo III dalle porticine laterali, mai o quasi mai dalla severa ed elegante porta principale, sovrastata da uno dei più bei rosoni che l’arte religiosa cistercense abbia mai concepito.
Tutto è stato semplice, rapido e preciso, esattamente come l’avrebbe voluto Emanuela. Si dice che parlare bene di chi ci ha preceduto sia d’obbligo, al punto da diventare banale e insincero. Per Emanuela nulla è stato banale, né ieri e neppure nella sua ancor giovane vita di bella donna di soli 77 anni. C’erano i fedeli collaboratori che lei amava e curava e che la ricambiavano con la ruvida e amabile affettuosità che lei riservava loro. C’erano le Autorità, ma da un lato. C’erano i Figli e i Nipoti che ne hanno tracciato un ritratto vivo, vero e affettuoso. C’era il dolce e semplice canto delle donne del borgo. E c’era don Pedro, l’abate,
argentino come Papa Francesco, che parla un bell’italiano anche esso semplice e facilmente comprensibile. E breve. Ed efficace. E’ stata una riunione di amici per salutare un’Amica, proprio quello che Lei avrebbe desiderato. Donna energica, vedova prematuramente con bellissimi figli da allevare e far diventare grandi alla svelta e con una proprietà importante e storica da conservare e da amare. La curava Lei stessa, dominandola dal grande palazzo rosso-pompeiano che domina l’elegante Borgo, salendo sul trattore che guidava direttamente, accarezzando i campi con lo sguardo, accudendo le bufale che danno il buon latte pontino in una terra benedetta da San Tommaso, dal buon terreno e dalla buona acqua. Amava l’amore per
tutti, ma quasi se ne vergognava, e lo nascondeva dietro un volto a tratti aggrondato che stonava coi suoi biondissimi capelli disordinati che ne incorniciavano il viso aperto. Era gentile. Quando mia figlia sposò a Fossanova, volle donarle un gigantesco fascio di ginestre odorose e di sparto che lei stessa aveva tagliato con un coltello affilato. E che lei stessa aveva sistemato in una botte usata come recipiente. Ed era più bella di un vaso Ming. Grazie Emanuela. Ti ricordiamo e Ti vogliamo bene.
4 ottobre, 2018 - Nessun Commento

LE RICERCHE SUBACQUEE NEL GARIGLIANO

2BB. MINTURNO IL PONTE B ORBONICO DEL 1832 SUL GARIGLIANOIl fiume Garigliano è stato, come molti altri fiumi, un ricco deposito di cose perdute, antiche, moderne e contemporanee. Eventi fortuiti, guerre, movimenti geologici, forza della corrente fluviale si sono poi  incaricati di disperdere, spostare, sommergere nel limo molti di quei
beni. Una parte notevole l’hanno svolta i predatori archeologici, ladri di antichità, recuperanti di oggetti utili o presunti tali. I progressi della ricerca subacquea (maschere, snorkel, fari subacquei,
bombole d’ossigeno hanno dato impulso alle più recenti ricerche.
Per quel che riguarda il Garigliano, il più grande cercatore subacqueo è stato un religioso americano, il domenicano Dominick Ruegg, che ha avuto l’intuizione di immergersi nel corso d’acqua e di cavarne fuori una ricca collezione di beni che ha riportato in superficie ed ha messo a disposizione della cultura nazionale e al godimento di tutti. Le sue ricerche hanno anche reso noto a tutti il potenziale che è rimasto nel Garigliano, anche alla luce del fatto che Ruefgg nel frattempo, è deceduto e che nessun altro ha pensato di ripercorrerne le tracce. Il che spiega perché nelle settimane scorse un nucleo di Carabinieri subacquei abbia ripercorso il tratto finale del Garigliano, riportando in superficie alcuni reperti soprattutto di età contemporanea, anzi, più precisamente, di oggetti che facevano parte delle dotazioni dei militari tedeschi e alleati che si sono lungamente affrontati dalle opposte sponde, tra la fine del 1943 e il maggio
1944. Elmetti, cassette di munizioni, cinture di mitragliatrici, armi rievocano l’intensità degli scontri che si sono susseguiti sul fiume, con assalti di barchini, tentativi degli alleati di superare il fiume, controffensive germaniche che difendevano quel tratto finale della Linea invernale, la Linea Gustav che finiva, appunto nel mare del Golfo di Gaeta e che ritardò di almeno sei mesi l’avanzata alleata verso nord.I recenti ritrovamenti hanno riportato alla memoria quelli ben più importanti per qualità e cospicui  per numero di Ruegg, che ha
consegnato in due poderosi volumi i risultati delle sue ricerche protrattesi nei primi sei anni Sessanta del Novecento. I volumi sono stati èditi sotto il titolo di “Ricerche subacquee nella Minturnae romana” e ebbi la fortuna e il privilegio di presentarli nel 1999, presente lo stesso Ruegg, nella sala consiliare del Comune di Minturno. Vi sono scrupolosamente annotati, come fa ogni studioso, gli elenchi e le caratteristiche di ogni ritrovamento, ad iniziare dalla preziosa e ricca collezione di monete, coniate nell’arco di circa sette secoli, e che testimoniano la fortuna portuale del fiume, nel quale attraccarono e dal quale partirono migliaia di onerarie e di navi militari. Da ogni nave che arrivava e che partiva veniva lanciata in segno augurale una moneta, e sono, quindi, centinaia quelle riportate in superficie. Ruegg ha anche individuato i resti sommersi della banchina di legno che consentiva l’attracco, la partenza e lo scarico di navi e passeggeri.  Nella sua penultima escursione subacquea Ruegg individuò anche i resti di un cannone di bronzo risalente al XVI secolo, ma non aveva i mezzi per riportarlo in superficie, né volle segnalarlo con una boa, nel timore che qualcuno potesse rubarlo. L’anno successivo le sue ricerche di quel cannone furono vane, segno che o esso era stato asportato da ladri subacquei o che la corrente del Garigliano lo aveva spostato e/o definitivamente
seppellito nella coltre di limo che ricopre il fondale.Ho voluto ricordare questi fatti, che sono solitamente ancora sconosciuti al grande pubblico, non solo come omaggio a Dominick Ruegg e al ricordo di questo valoroso e disinteressato domenicano, che ha recuperato ai tesori della cultura di Minturno, dell’Italia e del mondo un patrimonio di beni archeologici destinati altrimenti ad essere ignorati. Ma l’ho ricordato anche perché forse quel patrimonio andrebbe meglio segnalato e fatto conoscere, al di fuori della cerchia degli specialisti o degli studiosi, e messo esplicitamente come richiamo della Minturnae italica e romana che fu la capitale della Pentapoli aurunca e raggiunse dimensioni demografiche e urbane molto più vaste di quanto è oggi immaginabile dai resti della antica città.

Più che un auspicio questa vuole essere una esortazione anche a ricordare quel Ruegg che sembra caduto nell’oblio.

(nella foto: Minturno, il Ponte Borbonico del 1832 sul Garigliano) 
 
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