22 febbraio, 2021 - Nessun Commento

TRE REGATANTI PONTINI PER IL TRIONFO DI “LUNA ROSSA”

luarossa

Dal mare pontino al mare dell’Australia, con una splendida vela nera sulla quale, a caratteri rossi, è scritto “Luna Rossa”. E’ l’imbarcazione che ha dato all’Italia la finale con i regatanti di New Zealand, al termine della selezione diretta in semifinale tra l’equipaggio italiano di Prada-Pirelli e Ineos Uk, lo scafo britannico. I dominatori dei mari, i britannici, hanno chiuso le 8 regate con un punteggio da profondo rosso (di vergogna). Luna Rossa gli ha inflitto 7 regate vintem contro una sola persa, che sa tanto di consolazione concessa per non infierire su un avversario che era sceso in acqua con la prospettiva di fare un solo boccone della barca italiana. E’ andata esattamente all’opposto, e ora Luna Rossa si appresta ad affrontare i detentori dell’America’s Cup, la più antica e prestigiosa regata che si disputa nel mondo. Soddisfazione a non finire, naturalmente. E una particolare soddisfazione appartiene alla provincia di Latina che ha contribuito a questa impresa davvero storica con ben tre tecnici della regata mondiale. Sono Gerardo Siciliano di Latina, figlio dell’ex preside dell’Istituto  Agrario San benedetto di Borgo Piave, nonché ex consigliere comunale di Latina, ha la responsabilità delle vele. Romano Battisti, nato a Priverno e vive a Sabaudia, quindi uno della collina lepina, che è sceso in riva al mare prima come canottiere olimpico, ora come grinder,  impegnato ai verricelli che regolano le vele; e infine Angelo Napolitano, anche lui di Latina,  esperto di meccanica.

Grande, dunque, la gioia non solo degli appassionati della vela, ma di tutti gli abitanti della Provincia pontina, che si sono stretti idealmente attorno ai loro beniamini, seguendoli nelle lunghe ed emozionanti regate svoltesi in un mare che “dista” 12 ore di fuso orario, e che li ha costretti, quindi, a faticose levatacce in piena notte e fino all’alba per far sentire il loro sostegno a chi era impegnato ad Auckland, Australia. A marzo si svolgeranno le regate tra il detentore della Coppa America e gli sfidanti Italiani di Luna Rossa. Buon vento!

 

 

9 febbraio, 2021 - Nessun Commento

ORDIGNI BELLICI SULLE SPIAGGE

SAMSUNG DIGITAL CAMERASolo chi sa nulla di storia della Seconda guerra mondiale nel Lazio meridionale può meravigliarsi che, a quasi 80 anni di distanza da quegli eventi, dalla duna di Sabaudia emergano ancora residuati bellici. Se provate a frequentare i luoghi della prima guerra mondiale in Alto Adige, certo quelli meno battuti di “ritrovanti”, vi troverete ancora chili di roba: schegge, brandelli di abiti, pallottole, proiettili interi, ecc.

A Sabaudia il duplice fenomeno che sta divorando la duna (mareggiate e piogge non incanalate) sta portando alla luce materiale che ancora spaventa. Ed è bene che spaventi, perché potrebbe essere ancora attivo. Ma basterà tenere presente che solitamente questi ritrovamenti vengono effettuati in prossimità dei fortini in cemento armato che i tedeschi costruirono sulla sommità della duna, nel timore di dover subire uno sbarco alleato, nel tratto di mare tra Terracina e Anzio. Poi lo sbarco ci fu davvero, ad Anzio-Nettuno, ma un po’ come in Normandia – una minuscola Normandia -la spiaggia tra Littoria e Sabaudia fu presidiata da queste casematte che ancora oggi resistono perfettamente al passare del tempo. E a cosa sarebbero serviti dei bunker a giorno se non fossero stati dotati di un congruo quantitativo di esplosivi, proiettili e armi di vario genere? Certo nel dopoguerra i bonificatori di mine, che vengono regolarmente dimenticati in tutte le cerimonie rievocative di quei giorni, pur avendo perduto decine di uomini nello scoprire e neutralizzare mine e altri ordigni bellici, eseguirono un lavoro prezioso. Ma è assai difficile affermare che poterono farlo completamente. Lungo la costa i tedeschi seminarono (ossia nascosero) circa 200 mila mine anti-uomo e anti-carro. Io stesso, negli anni passati, frequentando le spiagge, ebbi la ventura di trovare due mine sulla battigia della spiaggia orientale di Sperlonga, a poca distanza dall’Antro di Tiberio; ed una subito dopo Rio Martino lungo la spiaggia della Bufalara, sempre sulla battigia. Segnalai i siti a chi di dovere e la cosa finì lì. Oggi che le nostre spiagge sono molto frequentate e che il mare ha rimosso e trasferito milioni di metri cubi di sabbia dalle dune, l’emergere di questi pericolosi ricordi della guerra induce preoccupazione. L’importante è non avvicinare gli eventuali oggetti ritrovati (che hanno generalmente perduto la forma che li caratterizzava e li rendeva riconoscibili, a causa dei processi di ossidazione, e diventano perciò al massimo oggetto di curiosità e non di timore. Ma sarebbe bene che la Regione facesse eseguire una nuova bonifica di ordigni, anche a tutela di chi frequenta la spiaggia.

Nella foto: uno degli oltre dieci fortini costruiti sulla duna dai tedeschi tra Littoria e Sabaudia e tuttora bene identificabili. Almeno tre, invece, si trovano o affondati nella spiaggia o addirittura nel mare, come esempio concreto dell’opera di disfacimento della duna sulla quale si trovavano all’origine.

4 febbraio, 2021 - Nessun Commento

L’ODISSEA DEI REPERTI MONUMENTALI DI FORMIA

di Salvatore Ciccone

ALa conoscenza archeologica di Formia fino ad un recente passato è stata determinata da fortuite scoperte, prima durante la rinascita di un tessuto urbano dal Settecento al primo Novecento, poi negli scavi edilizi più consistenti e distruttivi dal secondo conflitto mondiale fino agli anni 1970.

In questa seconda fase si distingue per frequenza ed eccezionalità dei rinvenimenti l’area di via Nerva e via XXIV Maggio, comunicanti traverse al nuovo corso Vitruvio e alla via Rubino, quest’ultima ricalcante il decumano massimo della città romana ovvero il tratto urbano della via Appia. Vi sono affiorati numerosi elementi architettonici di epoca romana di pietra e di marmo, alcuni già confrontabili con quelli documentati da Pasquale Mattej a metà Ottocento, come quelli affiorati nel prolungamento di via Vitruvio negli anni 1920 nell’ambito di una piscina natatoria attribuita a Nerva, tra le cui sculture rinvenute due Nereidi su ippocampi sono ora esposte al Museo Archeologico di Napoli.

Di confusa entità invece sono i cospicui elementi architettonici lapidei venuti in luce dal dopoguerra con l’apertura di via XXIV
Maggio e aree finitime, per lo più appartenenti ad un arco monumentale, determinato dalla presenza dei cunei dell’archivolto,
caratterizzato da ordine architettonico e da una cubitale iscrizione dedicatoria. Di questo arco si ha traccia nella toponomastica
medioevale, allorquando questa zona ai piedi del colle ‘Cascio’ veniva chiamata “luarcu”.

CAPITELLI MOLAI reperti rimossi furono principalmente accumulati con una certa suggestione in piazzetta Municipio, ai quali si aggiunsero quelli “scaricati” nel piazzale delle Poste; in anni più recenti, per il restauro dell’edificio comunale, dalla piazzetta vennero distribuiti disordinatamente nella Villa Comunale, quindi nel rifacimento di questa “ammucchiati” nell’area del campo sportivo insieme ad altri tolti dal giardino di piazza della Vittoria, pure in rifacimento e poi sparpagliati nell’adiacente parco della Scuola Nazionale di Atletica Leggera del CONI. Nel frattempo i reperti nel piazzale delle poste, per la costruzione del parcheggio coperto, vennero trasferiti al Parco Antonio De Curtis nella periferia orientale di Giànola: di questi una piccola parte era stata già distolta e malamente disposta a lato di via Tullia e da qui oggi nel recente parcheggio adiacente il lato mare del Castello di Mola.

Questi frammenti, più di novanta, in quanto erratici non sono stati mai considerati nel loro valore artistico e documentale e neppure in relazione ai contesti di provenienza, quando invece essi rappresentano monumenti di grande interesse e potenzialità culturale.

RESTIDi fatto i reperti ora giacciono in tre luoghi tra loro distanti della città: nel parcheggio del Castello di Mola, n. 9 pezzi in pietra calcarea; nel parco del CONI, n. 55 pezzi in pietra calcarea e marmi vari; nel Parco De Curtis, n. 28 pezzi in pietra calcarea. Alcuni gruppi di reperti sono sicuramente congruenti ed identificabili, quelli della piscina di Nerva e in maggior numero quelli dell’arco;
con altra parte anche pregevole al momento di dubbia provenienza, restano promiscuamente accostati e incomprensibili nella loro specificità monumentale, oltretutto la parte conservata nel CONI non liberamente fruibile. Alcuni di questi reperti, quelli marmorei di maggior pregio sono poi stati usati come ornamenti da giardino nella Villa comunale…Dopo averli puliti con idrosabbiatrice!

Da questo excursus appare indubitabile come questi reperti archeologici anche finemente scolpiti e quindi di valore estetico
siano stati malamente sopportati nell’avvicendamento delle varie Amministrazioni e trasversalmente alle specifiche ideologie politiche. Scomodi, tanto da essere allontanati oltre che dai contesti di provenienza, da quegli ambiti che avrebbero potuto costituire una occasione ideale di esposizione e fruizione turistico-culturale quali la Villa Comunale e la Piazza della Vittoria.

Vano è stato ogni tentativo di dare un compimento a questa Odissea anche tollerata dalle competenti autorità, in considerazione del danneggiamento nella movimentazione dei pesanti blocchi: una propostafu il Progetto Arianna presentato dal locale Archeoclub che nel filo del mitico personaggio intendeva restituire alla Città questi monumenti reintegrati in specifici spazi espositivi in tutto la loro  valenza culturale. Gli elementi riconducibili all’arco monumentale sono forse testimonianza pari se non maggiore del Cisternone romano nel rione di Castellone, opera eccellente d’ingegneria idraulica sotterranea ma priva di una immagine espressiva della civitas.

Non è oltre tollerabile questa situazione, come pure le decisioni della Soprintendenza avulse dalla cittadinanza in merito ai recenti
ritrovamenti presso l’Acquedotto Romano e in quelli del Lapidario di Villa Caposele oggi Rubino. E questo quando una città vicina come Gaeta sta esemplarmente valorizzando ogni testimonianza del passato materiale e immateriale per riconvertire e incentivare la propria economia; ancor più nell’attuale emergenza con la costatazione della debolezza e della nocività delle attività di facile profitto. La prossima Amministrazione di Formia, qualunque essa sia, ne prenda esempio e si presti doverosamente alla tutela e ad una esigente valorizzazione di queste testimonianze, considerando insieme ad esse le risorse umane di cultura e competenza a cominciare da quelle presenti sul suo territorio.

LE IMMAGINI (dall’alto verso il basso)

A-    Un gruppo promiscuo di elementi architettonici di epoca romana
nel Campo CONI.

B-    Una base, un capitello e sul fondo un elemento di semicolonna
dell’arco monumentale presso il Castello di Mola.

C-    Elementi dell’arco monumentale nel Parco De Curtis: in primo
piano due cunei dell’archivolto.

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