7 Aprile, 2026 - Nessun Commento

DI NUOVO INSABBIATA
LA FOCE DEL DUCA
COME PENSANO A RAVENNA DI FRENARE L’EROSIONE 

Mentre questa riottosa primavera stenta a prevalere sulle variazioni climatiche, si cerca di capire cosa resta, in vista dell’estate,  della spiaggia di Latina, dopo le straordinarie mareggiate che  hanno spazzolato un’altra bella fetta di duna costiera (si ricorda che la duna pontina è una delle pochissime che restano nel territorio nazionale).

Faccio una paio di facili previsioni, dettate dalla conoscenza dei luoghi e non da scienza personale :

–           l’insabbiamento della Foce del Duca, a circa metà strada tra Capoportiere e Rio Martino resterà ancora a lungo, perché il Comune non ha sviluppato un metodo di pronto intervento per rimuovere la massa di sabbia che – nel corso delle mareggiate – è stata depositata come è già avvenuto, e come si è dimostrato che le rimozioni  finora possono valere solo pochi giorni. Le nuove erosioni indurranno nuovo insabbiamento se non si studierà un intervento con carattere di definitività. E il lago di Fogliano sarà sottoposto a nuovo stress da mancato ricambio con alterazione delle caratteristiche di vitalità del bacino chiuso.

–          L’arenile tornerà a formarsi in vista dell’estate, giovandosi delle tonnellate di sabbia erose e disperse verso est, che lasceranno disponibile lo spazio di duna prima occupato dalla sabbia. Naturalmente, il problema erosione, se non adeguatamente studiato e contrastato, potrà portare col tempo alla perdita della restante duna, strada lungomare compresa.

Intanto, da Il Resto del Carlino, quotidiano emiliano, si apprende di un progetto di contrasto all’erosione nell’area marittima di Ravenna: consiste in un  singolare e non invasivo metodo, studiato insieme alla UE e da questa finanziato con soli 3 milioni (contro i 5,5 di cui ha disponibilità il Comune di Latina, che vorrebbe distruggere il paesaggio marino fino a Rio Martino, con giganteschi “pennelli” di 100 metri ortogolanli alla spiaggia.

Il progetto ravennate è in preparazione da mesi e consiste nella creazione di grandi rotoli di pietre e di gusci di cozze, contenuti da reti metalliche, di dimensioni di circa 5-6 metri di lunghezza per 1 metro d’altezza, da depositare nel mare a una distanza adeguata dall’inizio della costa. Essi, si ritiene, potrebbero frenare la violenza delle mareggiate e attenuare, o ridurre entro dimensioni intollerabili, per un certo periodo di tempo, l’effetto dirompente delle onde e il trascinamento nel mare più lontano dei metri cubi di sabbia erosa.  E’ un metodo che ha una logica già applicata dai Romani (ad esempio, all’esterno del porto di Ventotene)  e che non provocherebbe i temuti danni di distruzione della spiaggia di Sabaudia, né DI distruzione dell’attuale paesaggio marino.

25 Marzo, 2026 - 1 Commento

EROSIONE: L’ASSOCIAZIONE NELLO IALONGO RIBADISCE I PERICOLI DI DISTRUZIONE DEL LITORALE DI SABAUDIA

Il Comune di Latina non si è ancora convinto del pericolo di spendere 5,5 milioni di euro per distruggere definitivamente il paesaggio costiero fino a Torre Paola. Lo afferma in una lettera alla Regione Lazio l’ “Associazione Nello Ialongo” , con la nota a firma del Presidente Ennio Zaoittini, che qui appresso riportiamo.

È da ricordare che la vicenda politica per il contrasto all’erosione costiera era iniziata, ante 2022, con l’idea di adottare come linea d’azione il ripascimento morbido della nostra costa sabbiosa, in considerazione della morfologia costiera e della conservazione dell’habitat e del paesaggio. A conforto di tale linea, vi erano le grida di allarme sul fenomeno erosivo lanciate oltre 50 anni fa dall’allora direttore del Parco Nazionale del Circeo, Enrico Ortese, e da Nello Ialongo, geologo ed ex Sindaco del Comune di Sabaudia, due “giganti” nella tutela e nella difesa dei beni ambientali del territorio. E gli studi succedutisi negli anni, realizzati dallo Studio Tecnico Volta, da ISPRA e, molto recentemente, con MorfRESTORE, uno studio prodotto dall’Università “Sapienza” attraverso il gruppo coordinato dal prof. De Girolamo, hanno tutti confermato che il ripascimento morbido rappresentava e rappresenta, tutt’ora, la modalità principale per contrastare il fenomeno dell’erosione costiera, da Foce Verde a Torre Paola. Modalità principale ma non unica. Perché anche la realizzazione di barriere ortogonali alla linea di costa potrebbero servire altrettanto bene a contrastare l’erosione.  Ma questa soluzione richiede due condizioni ineludibili: che il progetto per la loro realizzazione riguardi l’intero arco fisiografico, da Foce Verde a Torre Paola, e che la loro realizzazione non implichi tempi troppo lunghi, tali da non determinare a valle della loro realizzazione, e cioè a Sud-Est, i fenomeni erosivi che oggi si rimarcano proprio a Sud-Est, verso Capoportiere e Torre Paola, a causa dei pennelli realizzati a Foce Verde. Vi è anche una terza e più stringente condizione: che si reperiscano circa 300 milioni di euro per la realizzazione dell’intero progetto che, comunque, richiederebbe un ripascimento morbido di manutenzione, considerato che si stimano in circa 1.300.000 metri cubi di sabbia persa negli ultimi 50 anni. Si potrebbero tuttavia trovare soluzioni meno costose, ad esempio realizzando pennelli più snelli o utilizzando palificazioni in legno ortogonali alla linea di costa, molto diffuse in Francia, altrettanto efficaci e sicuramente poco costose. In tutti questi casi, tuttavia, avremmo un’alterazione significativa della morfologia costiera e della conservazione dell’habitat e del paesaggio. Questi ultimi tipi di soluzione implicherebbero un altissimo prezzo da pagare in una zona in gran parte protetta e appartenente alla Rete Natura 2000.

D’altra parte un intervento è urgente ma non può essere quello del progetto stralcio del Comune di Latina, per la semplice ragione che non potranno essere superate né VIA, né VINCA. E la ragione risiede proprio nella situazione di erosione attuale, creata dai pennelli di Foce Verde. Realizzare quattro barriere ortogonali a stralcio di un progetto che ne prevedeva dieci, senza sapere quando sarà finanziato l’intero progetto e, soprattutto, senza sapere come si affronterà il problema dell’erosione a valle di Capoportiere fino a Torre Paola, è tecnicamente sbagliato e soprattutto, foriero di un sicuro danno ambientale che, tra l’altro, potrebbe innescare rivalse giudiziarie costose e responsabilità materiali per coloro che avranno approvato tale progettazione (Regione, Comune) e, soprattutto, realizzato i lavori. A tal proposito, si vuole citare la famosa sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro, n. 47/2016 pubblicata il 16/01/2016 RG n. 1309/2007, con la quale Ferrovie dello Stato (RFI S.p.A.) è stata chiamata a risarcire il Comune di San Lucido per il danno provocato sotto flutto dalle opere rigide aggettanti il mare (pennelli rigidi) realizzate a protezione della ferrovia, con la distruzione del lungomare a valle e conseguente danno paesaggistico e di immagine.

20 Marzo, 2026 - Nessun Commento

ALLE SPALLE DELL’EX ONC SI RISCHIA DI FINIRE SOTTO UN CROLLO

Tutti a Latina conosciamo Piazza del Quadrato. E tutti conosciamo il semplice ed elegante edificio dell’ex Opera Nazionale Combattenti (v. foto 1) che è stato il Centro di comando della bonifica della palude pontina. Molti sappiano anche che esso ospita da alcuni anni – grazie all’intuizione e alla laboriosità di Manuela Francesconi , sua inventrice e Direttrice – il Museo della Terra Pontina, unico sito che dovrebbe sintetizzare un secolo di presenza culturale o, semplicemente, umana di chi qui ha abitato ed abita.

Non tutti, però, si accorgono che nell’ampio giardino retrostante l’edificio (con le vie Palestro, Montebello e Castelfidardo), che affaccia su viale IV Novembre, c’è l’emblema della trascuratezza e del disprezzo per la Storia della bonifica, e soprattutto per la Storia della Città. Invitiamo, allora, chi abita a Latina a rendersi conto di quello che appare un autentico scandalo amministrativo – in primo luogo – e poi anche culturale: intendo riferirmi alle pietose e pericolose condizioni del c.d. “Rimessino”, dove l’ONC custodiva le carrozze e i  cavalli che negli anni Trenta e in terra paludosa erano, forse, l’unico “mezzo di trasporto e di trasferimento” che avevano i tecnici, gli operai, i medici e i “cursori” (i volontari che percorrevano l’impercorribile foresta per portare aiuto a chi vi viveva in condizioni selvagge).

Il “Rimessino” è chiuso, tamponato, murato da anni perché rischia il crollo: e lo avverte anche un cartello che è stato affisso al muro perimetrale della proprietà ex ONC oggi della Regione Lazio (vedi foto n. 2). Un cartello che mette sull’avviso chi percorre il marciapiede nord di via Montebello. E’ una beffa: chi percorre il marciapiede (che non è bloccato, vietato, impedito all’accesso)  rischia di vedersi crollare addosso un muro lungo una decina di metri e altro almeno 3 metri, che lo seppellirebbe. In realtà è tutto il marciapiedi perimetrale all’ex ONC che è un percorso che dovrebbe essere interdetto: il fondo è pericolosamente dissestato,  vi sono cumuli di mattoni dello stesso marciapiedi (vedi foto 3), piante che sporgono dalla rete di recinzione diventando autentici offendicoli per il passeggero e tra esse mucchi di pale di spinosi fichi d’India sporgenti (vedi foto 4). Ma tutto l’insieme di quel giardino – che potrebbe essere una preziosa area verde, basterebbe ripulirla e controllarla due volte l’anno – e anche qualche ancora prezioso ricordo degli anni prebellici, come un grosso aratro, coperto nel giardino da quattro pali sghembi e da un tetto di plastica ridotta a un miserabile straccio che non ripara la macchina dalle intemperie e la sta riducendo a una massa di ferraglia arrugginita. Tutto ciò non può essere gestito dal Museo della Terra Pontina, che già si appoggia molto sul volontariato – ed è in condizioni vergognose per una proprietà pubblica. E lo è in particolare se raffrontato con tutta la retorica del Primo Centenario della nascita di Littoria, oggi Latina, che pure beneficia di un finanziamento regionale di un milione di euro ogni anno per una decina di anni, e che già ha costituito il suo apparato direzionale-burocratcico con la Fondazione e le abituali nomine rigorosamente (o quasi) politiche.

Oltre alle macroscopiche carenze  appena accennate, un richiamo anche per l’aiuola posta sulla destra del Palazzo Onc, che fa anche da potenziale  via d’accesso all’ingresso: risulta invasa da erbacce e da altre e meno nobili  presenze che sconsigliano di usarla.

Lettori, provate a farvi questa rischiosa passeggiata.

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