26 settembre, 2019 - 1 Commento

CADUTI NELLA II GUERRA MONDIALE DIGITALIZZATI A GAETA OLTRE 300 MILA FASCICOLI

cofIl posto è fantastico: sulle pendici orientali di Monte Orlando a Gaeta, dove un tempo operava lo Stabilimento Grafico Militare, i cui locali – adattati – occupa, è attivo il Ce.De.Cu. Centro di dematerializzazione e conservazione unico. E’ una nuova struttura del Ministero della Difesa che ha come responsabile del servizio il tenente colonnello Vincenzo Lunardo e la cui competenza consiste nella dematerializzazione e conservazione secondo le norme vigenti  delle pratiche cartacee conservate negli archivi della Difesa e dei vari uffici militari.  In altre parole, è la struttura che digitalizza tutti i fascicoli documentali su carta che i vari uffici e comandi militari hanno in deposito. In prospettiva è previsto che esso possa anche mettersi a servizio di altri Enti o Istituti di interesse pubblico, allo stesso scopo. Queste competenze permettono di ottenere un duplice risultato: di trasformare in un dato informatico tutto cià che è contenuto in un foglio di carta, e quindi assicurare la conservazione sul lungo periodo dei dati, rendendoli, attraverso un sistema di inventariazione, semplice e complesso allo stesso tempo, di immediato rinvenimento; e di riordinare tutte le carte conservate nei classici faldoni di carta, con legacci e cartoni, bonificarle, in qualche modo restaurarle e riclassificare i singoli fogli ivi contenuti, per il successivo deposito presso gli archivi del Ministero per i beni culturali (in pratica gli Archivi provinciali di Stato e l’Archivio centrale dello Stato), come patrimonio storico della Nazione.

Il ,Ce.De.Cu. di Gaeta ha presentato ai giornalisti il suo primo grande risultato: la informatizzazione di oltre 319 mila fascicoli personali dei Caduti e Dispersi nella Seconda Guerra Mondiale (si tratta di alcuni milioni di fogli cartacei). Questa massa di dati è ora raccoglibile e perfettamente leggibile, su un piccolo supporto magnetico della capacità di un paio di Tera-byte. Circa 2 chilometri e settecento metri di materiale è così  archiviato in un supporto di pochi centimetri, tascabile e agilmente consultabile.

Questo primo importante risultato è stato illustrato dal Direttore, ingegnere Francesco Grillo,  oltre che alla stampa, anche al Dirigente del Commissariato straordinario per gli Onori ai Caduti in guerra, generale Veltri, che a sua volta ha illustrato scopi e risultati dell’attività fin qui svolta, in relazione ai compiti di coltivazione del culto della memoria patria attraverso lì’Istituto per le onoranze ai Caduti e Dispersi nei vari conflitti in cui l’Italia si è trovata coinvolta negli ultimi secoli.

Gli obiettivi raggiunti sono di grande importanza, sia dal punto di vista morale, della Memoria delle vicende drammatiche vissute dal nostro Popolo; sia dal punto di vista della ricerca storica. Gli studiosi e le Famiglie dei Caduti e Dispersi potranno ora accedere ai dati quasi in tempo reale, acquisendo una perfetta leggibilità dei documenti. Questi difatti, appena sono ricevuti nei grandi scatoloni degli enti militari che chiedono la informatizzazione dei documenti in loro possesso, vengono trattati con l’eliminazione delle muffe e dei germi che si annidano nella carta. La stessa carta viene asciugata in un’apposita macchina e quindi passati ad una spolverizzatrice. I documenti cartacei, quindi, vengono restituiti perfettamente bonificati, stirati e pronti per essere scannerizzati con apparecchiature di avanguardia e capaci di “trattare” molti fogli in pochi minuiti.

L’importantissima struttura, dopo il risultato ottenuto in alcuni mesi, si appresta a fare analoga operazione per oltre 500 mila fascicoli personali di Caduti e Dispersi che parteciparono alla Prima Guerra mondiale. I programmi di sviluppo di questa attività prevedono anche la possibilità di servizi ad altri enti, secondo una pianificazione temporale e tecnica che sarà concordata in base al lavoro da svolgere.

L’area militare gode del meraviglioso panorama del Golfo di Gaeta e dell’ambiente del Parco regionale di Monte Orlando-Riviera di Ulisse.

Il Centro di Dematerializzazione e Conservazione Unico (Ce.De.C.U.) realizzato nell’ex Stabilimento Grafico Militare. Tale servizio potrà essere offerto, in prospettiva, a richiedenti esterni.

13 agosto, 2019 - Nessun Commento

CASTELLONE E MOLA UNA FORMIA CHE NON MUORE

CISTERNONE-CIAVOLELLA-03Tra I ricordi più belli che conservo della Formia dei decenni passati, a partire dal dopoguerra, ci sono i pescatori di Gaeta che tiravano la sciabica a Vindicio e rivendevano il pescato alle poche famiglie che abitavano la piccola spiaggia occidentale; il salto che dovevamo fare da un moncone di parete all’altro dell’ex Istituto scolastico di Piazza delle Poste, che i Tedeschi avevano raso al suolo; le lunghe, inutili e socievoli passeggiate in via Vitruvio, percorsa dalle carrozzelle a cavallo che sostavano in piazza della Vittoria, e che erano ancora un necessario servizio di trasporto pubblico; e l’attraversamento del rio Santa Croce, che ci gelava i piedi, ma era trasparente come un vetro e ci si poteva fare il bagno; e l’odore della zagara alla fioritura delle decine di agrumeti che accompagnavano il tratto tra Rialto e piazza Mattej, e che oggi sono sepolti sotto anonimi anzi brutti palazzi; e il mozzicone di ponte di Rialto sopravvissuto ai bombardamenti americani: non era largo più di un metro e noi lo percorrevamo senza paura e senza esitazioni, scavalcando il torrente del Rio Alto, per raggiungere la scuola media degli Olivetani a Castellone. E’ rimasto ancora là, anche se sostituito da una gettata più a valle. Ma queste sono solo alcune delle cose che ricordo di una Formia demolita ma felice, con poche case, ma linda e ordinata, che sapeva davvero di villeggiatura estiva. Non avevamo un soldo in tasca, ma eravamo felici; c’era solo il divertimento del cinema Miramare che, d’estate, si trasferiva nella piccola arena all’aperto; c’era anche il cinema Caposele, ma era un po’ più su. Ma a noi ogni giornata passava nella spensieratezza e dopo aver studiato. Non avevamo biciclette, né smartphone (e neanche i telefoni a gettone), ma la Villa Umberto I era un’oasi da esplorare, col vicino Bar Impero. E Largo Paone andava prendendo la forma di una enorme piazza costruita con le macerie degli edifici demoliti dalle cannonate americane, sottraendo al mare un grosso tratto prospiciente Largo Paone. Sono andato a rivedermi il bel libro, pieno di nostalgia, di Renato Marchese: “Quanto eri bella Formia”, un titolo che riportato al presente suonerebbe opposto.

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Ritorno spesso a Formia, per ragioni di lavoro e per motivi personali. Ultimamente ho sbagliato per due volte ad imboccare una di quelle orribili strane asfaltate che si arrampicano con curve impensabili e pendii da montagna lungo le coste più alte della collina di Castellone. Visitando Santa Maria la Noce mi sono accorto che, a mezza collina, sta sorgendo un enorme villaggio/paese, lungo scoscendimenti impervi, e mi sono chiesto come funzioneranno le infrastrutture (acqua, fogne, strade, parcheggi) e soprattutto cosa ne sarà di Castellone, che dovrà sorbirsi un’altra cospicua razione di veicoli. Via degli Olivetani, la strada che da Rialto sale a Castellone, è già diventata una circonvallazione esterna per chi vuole evitare il tratto alto di Via Vitruvio, specie i sabati e le domeniche estive, quando un enorme e quasi immobile lumacone di auto proviene da Gaeta e dalla Flacca e immobilizza ogni attività della ormai invecchiata Via Nuova, nata non per le decine di migliaia di automezzi che la occupano in ogni momento del giorno e della notta. Mi sono anche chiesto se , continuando ad occupare la sua preziosa collina, e salendo verso il Redentore, Formia non voglia precorrere i tempi che i climatologi le assegnano: quelli di finire sotto l’acqua marina per almeno sei-sette metri, entro la fine del secolo per l’innalzamento del livello del mare. Ma mi sono anche chiesto come sopravvivano gli abitanti di quegli orrendi scatoloni di cemento piantati lungo le cose di quelle colline, soffocati da altri scatoloni, senza parcheggi, con strade che a stento tollerano un doppio senso di marcia; e che ragione hanno, ormai, i turisti per venire a Formia, una Formia affastellata, imbruttita, senza uno scatto di genio edilizio o di gusto del vivere in comune, circondata da un porto commerciale, da uno o forse due porti turistici pià quello proprio; aggredita dall’interrimento di Arzano. Anche Gaeta contribuisce a imbruttire il Golfo.

 

SAN ROCCOA Formia, ormai, non restano che due spazi degni di essere vissuti: via Abate Tosti che sta pian piano riconquistando una antica dignità abitativa ed anche di vita, ma basandosi su vecchie e ancor valide case; e un quartiere intero che è quello ottocentesco di Castellone, con provenienze romane e isolati edifici quattro-cinquecenteschi, qualche chiesetta, e una dignità di vita che gli altri Formiani possono solo sognare.

E allora mi immagino che al Comune – dove pure si sono progettati quartieri dal nome di Scacciagalline (non proprio il massimo) – si stiano dando da fare per rendere il Castellone un esempio di quartiere vivibile anche se la maggior parte delle case è stata costruita nel secondo Ottocento, come dicono orgogliosamente le chiavi di volta che reggono le arcate di accesso alle case. Immagino che il Comune stia dando un premio a chi vi abita perché continui a restaurare quelle decorose e romantiche case o bassi; che stia provvedendo a vietare l’accesso a tutto le auto, scegliendo una sola strada per i rifornimenti e solo per essi, e non per uso parcheggio. Penso che tecnici ed amministratori stiano pensando belle soluzioni per valorizzare i piccoli e grandi tesori di arte antica che impreziosiscono il quartiere (il Cisternone meraviglioso, la residua torre Gaetani, il Castello-anfiteatro romano, la cattedrale di S, Erasmo, le chiesette di S. Anna e di S. Rocco e soprattutto la serie di vicoli che si intrecciano in una fantasia costruttiva che tocca vertici di straordinaria bellezza e suggestione); e stia dando una mano ai pochi ma qualitativi esercizi commerciali che animano il borgo, la macelleria, il forno, il ristoratore, la pizzeria, l’enoteca. Ma è proprio vero quello che sto immaginando oppure è un sogno che farei meglio ad abbandonare?

 

 

 

 

18 luglio, 2019 - Nessun Commento

NORD E SUD, PERCHE’

L’ultima notizia viene da Milano Marittima (Romagna). Invito tutti a leggere su Google le notizie sulla tromba d’aria dell’11 luglio e sui restauri eseguiti entro la mattina del 12 luglio. E’, purtroppo per me che vivo da sempre nel Centro-Sud, la vera dimostrazione del perché c’è un Nord e un Sud. E non faccio ricorso al ben più drammatico e micidiale terremoto del Friuli del 1976, del quale non restarono tracce nel giro di pochi mesi, grazie alla mobilitazione di tutti i cittadini e di tutte le Amministrazioni. Là piansero soltanto per un paio di giorni. Poi si tirarono su le maniche delle camicie e cominciarono a darci dentro per ricostruire. E prima ancora per seppellire i tanti morti, sgombrare le macerie e tirare su muri, opere e servizi. A Milano Marittima i giornali dicono che in 9 ore è stata cancellata la immagine del disastro fatto dalla tromba d’aria. Sapere come hanno fatto? Lo leggo dai giornali: hanno mobilitato e fatto lavorare imprenditori, squadre di pronto intervento già organizzzate, bagnini e stradini, giardinieri e architetti. Politici e volontari civili, clochjard e milionari. Si sono tutti messi a disposizione, sotto un centro di coordinamento messo in piedi là per là.

Con qualche eccezione, anche l’Italia del Sud fece lo stesso alla fine della guerra fascista. Cisterna, Formia, Itri, Terracina  chiesero i danni di guerra che dovevano avere, ma prima ancora che essi venissero messi in discussione, le famiglie si erano tirate su le maniche e avevano cominciato a darci sotto. E non chiamo a fare da esempio la Londra del dopo battaglia aerea che la polverizzò; né voglio ricordare Coventry, le cui distruzioni hanno fatto coniare il nuovo verbo “coventrizzare”, che significa distruggere alla radice. Coventry era ridiventata una città già qualche anno dopo la fine della guerra che l’aveva ridotta in cenere. Per non dire delle città della Germania.
Perché dico che queste cose spiegano perché in Italia vi sia un Nord e un Sud? Nord significa che chi deve essere risarcito farà la sua brava domanda, ma intanto si dà da fare e comincia a metterci del suo, a cominciare dalla fatica materiale, dalle idee, dalla voglia di riprendere. Il Friuli e Milano Marittima possono fare qui da esempio.
Il Sud, di fronte ad un evento catastrofico, abbassa le braccia e comincia a lacrimare. Poi si lascia andare a lamentazioni da prefiche, ad invocare stati di calamita e disastri naturali. E si siede ad aspettare. Serve forse come dimostrazione il terremoto che ha colpito il Centro Italia nel 2016 e 2017? Le macerie debbono ancora essere in gran parte rimosse. Le case del centro storico dell’Aquila sono ancora da assestare, se mai lo saranno. Molto è stato fatto, non si può negare l’evidenza. Ma a Messina esistono ancora i terremotati di 111 (centoundici!) anni fa. O non è vero? Consoliamoci con Terracina che, devastata dal ciclone del novembre 2018, è stata rimessa in ordine in una settimana. Onore al merito.
So di dire cose molto spiacevoli. Ma ditemi che non è vero. Ditemi che nel Centro Sud non abbiamo perduto la fiducia in noi stessi e ci siamo affidati solo alla pratica della lamentazione. della richiesta del “contributo” o della invocazione della pietà.

A Latina la gente che la abita scarica sui marciapiedi bidè, water, cassetti e ante di armadi smontati, specchiere, divani sgarrupati che vengono rifiutati anche dagli ultimi, brande, sedie a sdraio, bottiglie di vetro (un anno fa ne contai 30, erano mezze-botticelle,
su un marciapiede di via Bruxelles). E i fuochi appiccati ai pezzi di terra inedificati che si trovano in centro e non vengono né recintati, né puliti, il fuoco che venne appiccato portò alla luce cumuli di inerti e miliardi di lattine abbandonate. Che pena!

A mio avviso, ecco perchè c’è un Nord e c’è un Sud. Anzi, il Sud adora il Nord indicandolo come un esempio da seguire. Ma non lo segue. Non solo: non lo segue e gli dà anche i voti, anche quando il Nord – dopo essersi fatto costruire a spese di tutti i contribuenti una gigantesca ragnatela di autostrade e di ferrovie – si lamenta che i “suoi” soldi debbono essere spesi in casa. Perché, prima? Ma il Nord ha ragione a sbeffeggiare il Sud, se il Sud dà i voti ai rappresentanti del Nord che fanno i fatti del Nord. Ma vi siete accorti che le richieste di autonomia regionale hanno ricreato il Lombardo-Veneto ed hanno annientato il Risorgimento?

Abbiamo perduto come città la dignità di sentirci “cives”, e il dovere di denunciare e di sentirci offesi da questo sfacelo provocato dai cittadini. Per non dire di quei “cittadini” che boicottano chi amministra abbandonando rifiuti in ogni dove per dispetto, tagliando persino le bocchette delle docce messe appena il giorno prima al Lido, parcheggiando davanti  agli scivoli per disabili dei marciapiedi e sulle strisce pedonali. “Ma debbono pensarci i Vigili Urbani”, dice qualcuno. No, dobbiamo pensarci noi se qualche nostro vicino di casa è cafone e prepotente. O se la prepotenza è arrivata persino a concepire l’idea di costruire una piscina privata dentro il cimitero di Sezze!

Un consiglio al Comune: apriamo corsi di educazione civica: chi dimostrerà di averli frequentati con profitto avrà come premio
l’abbuono di una rata di Tari. Il Comune ci guadagnerà.

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