Archivio per aprile, 2015
25 aprile, 2015 - 1 Commento

LA RESISTENZA PONTINA NEL CORSO DELLA II GUERRA MONDIALE

partigianidi Pier Giacomo Sottoriva

Il tema della Resistenza antitedesca in terra pontina è sempre stato guardato con diffidenza da chi ha del tema bellico conoscenze limitate ai fatti più noti. Nelle due edizioni de I giorni della guerra in provincia di Littoria (anni 1974 e 1985) per la prima volta mi posi il problema se in questa zona gli episodi di resistenza passiva o di iniziative di contrasto agli occupanti, isolate ma reali, potessero configurarsi come episodi di “resistenza” . E in modo interrogativo affrontai il tema, che qualcuno, a mo’ di risposta alle mie conclusioni, liquidò con due battute, parlando di mie illusioni (Linda La Penna, La Resistenza nel Lazio) senza neppure verificare se le cose portate come possibile dimostrazione fossero interpretabili quanto meno come un sintomo; qualcun altro, per contro (e cito l’avvocato Alessandro Onorati, oggi purtroppo scomparso, che mi mandò una vivace lettera da me riportata nel mio libro Dalla Gustav all’Agro Pontino), ha reagito criticamente al fatto che si mettesse in dubbio l’esistenza di un movimento partigiano locale. Forse a distanza di 60 anni e con una storiografia che si fa faticosamente strada tra le interpretazioni interessate, il discorso ha un significato diverso. Nel senso di guardare a quegli episodi come ad accadimenti oggettivi e come momento di una presa di coscienza nei confronti di una situazione politico-militare come quella fascista ormai decaduta.

Pietro Secchia ha lasciato nel suo libro Storia della resistenza, Editori Riuniti, 1965, la descrizione di una serie di atti militari compiuti da civili resistenti, che non riguardano soltanto i Colli Albani, dove tale movimento è sostanzialmente riconosciuto, ma anche l’area pontina. Che durante gli eventi bellici in terra pontina non vi sia stato quel tipo di Resistenza che ha fatto la storia civile di altre regioni, specialmente dalla Toscana al Nord Italia, è un fatto. Ma è pure un fatto che la Resistenza, come movimento organizzato per contrastare con le armi gli occupanti tedeschi e i fascisti di Salò, non è nata adulta: essa si è formata, sviluppata, ha preso coscienza, si è strutturata come movimento militare e si è, infine, imposta come fatto essenziale e qualificante della rinascita democratica attraverso gli ancora lunghi tempi della guerra, formandosi sulla propria, ma anche sulla altrui esperienza. Nell’esperienza va collocata sicuramente quella fatta negli otto mesi di battaglia in provincia di Littoria.

Può certamente parlarsi di diversità qualitativa, negli aspetti e nelle forme, distinguendo anche la resistenza fatta con una struttura armata e militare, e quella che si esprimeva in modi non militari. Ma gli ideali furono gli stessi. Quella fu Resistenza cosciente, rispetto a “queste” forme per lo più istintive e spontanee; quella fu organizzazione militare, rispetto a “queste” iniziative sporadiche, occasionali e individuali. Ma, intanto, non va dimenticato, come si diceva, che tutta l’area pontino-aurunca fu intasata di militari, e ciò già era un fattore oggettivamente limitativo, al quale si aggiungevano la ristrettezza e la qualità degli spazi geografici, che non consentivano le adeguate possibilità di dispiegamento e di fuga che ogni azione clandestina che non fosse dichiarata¬mente suicida, pretendeva.

C’era anche un ulteriore elemento che qui frenava una iniziativa resistenziale attiva su ampia scala: la presenza diffusa e raccolta in brevi aree della popolazione civile, che significava possibilità dì immediata e sicura rappresaglia secondo metodi noti e brutali (e numerosi sono stati gli eccidi compiuti, anche se non delle proporzioni registrate in Emilia o nel nord Italia). E, infine, mancava in questa Provincia una soli¬da tradizione di lotta antifascista. Nella provincia di Littoria, composta com’era da città nate dal regime e popolate in nome del regime, a Nord: e da città del Sud a forte tradizione conservatrice, restava solo il vento di fronda che interessava i monti Lepini. Mancavano, insomma, le radici storiche di una resistenza pre-organizzata.

Perciò, in provincia di Littoria la resistenza fu soprattutto un netto stacco psicologico e politico, che separò subito occupanti e civili, classificandoli in categorie contrapposte. Le prove, e non solo í sintomi, si colgono da vari fatti: l’assistenza agli informatori e ai soldati alleati, la fuga dal lavoro obbligatorio, sottrarre materiale alla requisizione, sfidare gli ordini di sfollamento, affrontare campi di mine, attraversare le linee per terra o per mare (come le frequenti fughe di cianciòle da pesca da Gaeta verso il territorio già in mano alleata), sfuggire alla coscrizione, tentare di attivare gruppi più o meno organizzati. Potrà obiettarsi che questa è, soprattutto, autodifesa, istinto di conservazione: ma non ci si difende da amici, né ci si “conserva” rischiando la pelle, specie quando la percentuale del rischio è appena superiore a quella della impunità. Basterebbe, del resto, scorrere i terrificanti elenchi dei civili ammazzati per aver tentato di oltrepassare una linea di demarcazione allo scopo di cercare cibo, delle torture inflitte, delle brutalità di vario genere patite: morti che erano espressione di barbarie, ma anche conseguenza di un atto di avversione e di sfida. Basterà anco¬ra ricordare il sabotaggio delle macchine agricole e delle diserba¬trici fluviali, per impedire che fossero distrutte o asportate dai tedeschi; o l’azione di coloro che s’improvvisarono guide e accompagnatori delle pattuglie alleate.

La resistenza pontina fu soprattutto passiva, come ormai la storiografia ammette tranquillamente (v. Guerra totale di Gabriella Gribaudi, Bollati-Boringhieri 2005) ma essa assunse anche vesti attive. Se ne fece promotore il gruppo che operò sui Colli Lepini, ma anche un gruppo che faceva capo ad un ufficiale degli Alpini, Gino Rossi. Sulla prima iniziativa ho raccolto due distinte ma coincidenti testimonianze, in epoche diverse. Esse sono dell’avvocato Italo Ficacci di Sezze, che intervistai nel 1973, pochi anni prima della sua morte (il fi¬glio Giuseppe confermò in seguito la sostanza delle dichiarazioni) e dell’avvocato Ales¬sandro Onorati, di Sermoneta, che nel 1984 mi ha rilasciato la dichiarazione scritta di cui ho parlato poco sopra. Queste notizie hanno un preciso riscontro nei ricordi che Tito Vittorio Gozzer ha registrato sul quotidiano Il Tempo di Roma. Subito dopo lo sbarco di Anzio-Nettuno, dunque, i gruppi poli¬tici clandestini romani tentarono di esportare una certa loro organizza¬zione, soprattutto per svolgere – come afferma Gozzer – attività di so¬stegno dell’azione militare alleata dalle retrovie tedesche. E così, nel febbraio 1944 giunsero a Sermoneta Alfredo Roncuzzi, farma¬cista, Tito Vittorio Gozzer, professore d’inglese, Amerigo Mei, ingegne¬re e Nullo Cicognani, un insegnante giovanissimo, che erano stati indi¬rizzati nel centro lepino dall’avvocato Gaspare Bernabei, un bassianese che viveva a Velletri, zio di Alessandro Onorati. Ed era proprio Onorati che i quattro cercavano, per tentare di stabilire con lui una base. Gaspare Bernabei faceva parte della componente cattolica del Comitato di Libe¬razione Nazionale, ed era strettamente collegato con l’avvocato Ercole Chiri, l’avvocato Annibale Angelucci e il dottore Alberto Canaletti Gaudenti, tutti appartenenti alla Democrazia Cristiana romana che operava in clandesti¬nità. Bernabei era anche in contatto con Severino Spaccatrosi, a sua vol¬ta dirigente comunista, particolarmente interessato ad estendere la pre¬senza resistenziale sui colli Lepini. Ecco quanto ricorda Alessandro Onorati dopo il suo contatto con i quattro inviati.

“Informai subito Giulio Giovannoli e Gilberto Marchioni e insieme, piano piano, formammo un gruppo, chiamando a farne parte Domenico Galiano, Alfonso Torelli, l’ingegnere Bruno Piazza, ebreo; si aggregarono subi¬to i fratelli Luigi, detto Fiorello, e Candido Zaccheo, sottufficiali dei carabinieri, Angelomaria e Glicerio Rossi, Mario Manciocchi, Luigi Caval¬lucci, medico, Pietro Cavallucci, avvocato, Renato Bertollini e altri. Lu pronta adesione fu indubbiamente sollecitata dal bisogno di libertà e dal bisogno di cacciare dal paese i tedeschi, da tutti considerati ormai non più alleati poco sentiti, ma feroci occupanti. E questa fu l’aspirazione popolare, l’ideale diffuso che sostenne allora in Italia, in tutta Italia, ogni moto di ribellione, anche episodico, e ogni movimento di resistenza. Aiutato da Giulio Giovannoli riuscii a sventare il tentativo di due spie, che venivano da Roma, di infiltrarsi nel gruppo, del quale noi negammo naturalmente l’esistenza”.

I quattro che erano giunti da Roma tentarono di tessere la tela anche a Sezze, appoggiandosi ai Ficacci, i quali accettarono il rischio. Nacquero, tuttavia, anche dei problemi, comprensibilissimi: Giuseppe Di Trapano di Sezze (che fu sindaco comunista a Sezze e che ho pure intervistato nel 1973, prima della sua morte, mi ha confermato le cose), contattato da Roncuzzi, espresse molte riserve per il timore che azioni militari e sabotaggi esponessero la popolazione a rappresaglie. Si costituì, comunque, un piccolo nucleo che comprendeva anche due soldati russi fuggiti dai campi di prigionia. Fra Sezze e Sermoneta venne avviata un’attività volta soprattutto alla raccolta di armi (se ne compravano persino dai tedeschi, scambiando con loro cibo), che venivano nascoste sotto un caminetto rustico in una capanna eretta in un piccolo uliveto sul monte Semprevisa; al sabotaggio di linee telefoniche, all’aiuto a prigionieri sfuggiti ai tedeschi. Furono anche svolte azioni ai danni di autovetture militari tedesche, con la “semina” di chiodi a tre punte lungo la strada Valvisciolo-Bassiano-Sezze, ma soprattutto al bivio di Priverno, punti che offrivano la possibilità di ritirarsi verso Roccagorga, Maenza e Sezze. Gli uomini arrivavano la sera, seminavano sulle strade i chiodi costruiti da un ferraio di Sezze, tale Perugini, sulla base delle indica¬zioni fornite dai gruppi romani. Erano fatti con due tondini di ferro sal¬dati in croce, piegati e limati alle estremità, efficaci mezzi per mettere fuori uso, sia pure per poco tempo, le vetture tedesche che transitavano nella zona. Un’altra attività fu quella di avvicinare e dissuadere i giovani repubblichini inquadrati nel battaglione San Marco, che operava nella zona a sostegno dei tedeschi. Il gruppo, secondo quanto ricordano Alessando Onorati nella lettera inviatami, e Tito Gozzer, fu appoggiato da Marguerite Chapin, moglie di Roffredo Caetani, duchessa di Sermoneta, co¬gnata dell’allora ministro della Giustizia del Governo Roosevelt, Francis Biddle. I Caetani erano rifugiati nel castello di Sermoneta, dove ospita¬rono e nascosero ripetutamente Tito Gozzer e Amerigo Mei, mettendo anche a disposizione vestiario, viveri e denaro per aiutare i militari allea¬ti nascosti sulle montagne fra il monte Lupone e il Semprevisa.

Questo accadeva sui colli. In pianura, e precisamente a Borgo Vodice, era invece abortito un tentativo di organizzazione avviato per tempo dal dottor Giovanni Rebora, un piemontese che faceva il farmacista a Terracina, e dal geometra Gino Rossi, che lavorava per il Comune di San Felice Circeo. Quest’ultimo si proclama in documento reso pubblico dai servizi segreti britannici,come Capo delle bande partigiane dell Abruzzo e del Lazio meridionale, e risulta aver predisposto per gli Alleati un dettagliato documento nel quale vengono fornite notizie sul dislocamento di unità militari tedesche lungo la costa pontina e il suo immediato entroterra. Questa notizia è confermata per la zona di San Felice Circeo nel libro Il Circeo scritto dal barone Luigi Aguet, proprietario di grandi estensioni del promontorio del Circeo. Il documento serviva in previsione di uno sbarco alleato lungo la costa pontina. Gino Rossi, la cui figura sta subendo un processo di apprezzamento dalle ultime ricerche, sarebbe stato catturato dai tedeschi e trasferito a Roma, presso il carcere di Regina Coeli, per essere fucilato il 2 febbraio 1944 per la sua attività a Forte Bravetta. Proprio sull’attività di Gino Rossi ho avuto la possibilità di visionare uno scritto segnalatomi da un cortese amico, il signor Lorenzo Tonioli di Bologna, e riportato nel libro Tormento e gloria. Verità alla ribalta, di Giorgio Genzius (soprannome di Roberto), Editrice Guzzo, Firenze 1964, come si dirà più avanti.

Mentre nel nord provincia avvenivano questi fatti, a sud, nella zona di Castelforte, a ridosso della linea di fronte, si formò un altro nucleo che, pur senza giungere ad azioni clamorose, svolse un compito di raccordo difficile e pericoloso. Comprendeva soprattutto giovani che si erano sottratti alla coscrizione saloina e che si raccolsero attorno all’allora tenente colonnello Giuseppe Aloia castelfortese, che sarebbe divenuto Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e poi della Difesa. Le azioni furono volte soprattutto a prevenire la distruzione di alcune opere pubbliche. A questo proposito, e sia pure senza il conforto di nomi-protagonisti, occorre ricordare l’iniziativa di alcuni cittadini che riuscirono ad impedire che la galleria ferroviaria sulla tratta Monte San Biagio-Priverno, della direttissima Roma-Napoli, venisse minata. Vi riuscirono solo a metà, salvando l’ingresso del tunnel nel lato di Monte San Biagio. Il percorso sarebbe stato poi ripristinato nel luglio 1944 per il passaggio dei primi convogli alleati. In appendice pubblichiamo un elenco di operazioni militari anti-tedesche condotte da nuclei organizzati nel Lazio a sud di Roma.

L’attività partigiana di Mariano Mandolesi

Infine, parlando di resistenza è difficile dimenticare il nome di Mariano Mandolesi, morto il 20 maggio 2001 a Gaeta, città in cui era nato il 9 settembre del 1920. È sconosciuto dalle giovani generazioni, e anche dimenticato da quelle meno giovani, malgrado egli debba essere considerato uno dei comandanti partigiani più intelligenti, coraggiosi e, soprattutto, sempre sorridenti, anche nei molti momenti di sconforto che pure dovette passare negli ultimi anni della sua vita. Militare a Montagnana di Padova, alla proclamazione dell’armistizio rifiutò di lasciare le armi e organizzò insieme ad altri commilitoni una squadra che si dette alla montagna. L’impresa che gli è valsa la medaglia d’argento per merito partigiano fu la presa del carcere di Baldenich e la liberazione di 73 detenuti politici e partigiani. Guidando 25 uomini che facevano parte della brigata garibaldina Carlo Pisacane, che lui comandava e che era forte di circa 600 uomini, operante nel Bellunese, nella Valle di Biois nell’Agordino, Mandolesi, che aveva adottato il nome di battaglia di “Carlo”, concepì un piano per entrare nel carcere: travestì alcuni suoi uomini da tedeschi con divise prese a suo tempo alle SS e mise su un camion altri uomini che fingevano di essere prigionieri che dovevano essere trasportati in carcere dopo un rastrellamento. Lui stesso indossava una divisa tedesca, Giunti al portone del carcere, chiese ai carabinieri di guardia che aprissero il varco; i carabinieri non sospettarono nulla e aprirono il portone, facendo entrare i 25 che, una volta dentro, disarmarono carabinieri e guardie carcerarie, si impossessarono delle chiavi delle celle, liberarono i prigionieri e rientrarono nella loro base alla Casèra dei Ronch. Era il 16 giugno 1944. Il 25 aprile 1945, poi, la brigata Pisacane comandata da Mandolesi insieme ad altri reparti partigiani bloccò la 10^ divisione corazzata tedesca in ritirata verso la Germania, costringendola alla resa. Quest’azione gli valse la Croce di guerra conferitagli dal generale Mark Clark comandante le forze alleate in Italia.

Il piano di Gino Rossi

Le prime notizie su Gino Rossi in Agro Pontin  sono quelle che ho riportato sopra: in esse si fa riferimento ad una sua attività presso il Comune di San Felice Circeo. In generale, invece, le fonti citano il suo nome come quello di un ufficiale degli Alpini, qui inviato in collaborazione con l’americano OSS (Office for Strategic Service) in vista della avanzata alleata da sud dopo il previsto sfondamento della Linea Gustav. Il libro sopra citato di Genzius-Guzzo (Guzzo era un filosofo scomparso qualche anno fa) riporta un lungo documento che si dice “fornito dalle Autorità inglesi, cap. Howart, per ricordare l’eroico caduto Ten. Col. Gino Rossi, grande artefice della Resistenza Italiana”. pag. 95 e segg.. In esso Rossi si dichiara “Ufficiale superiore degli Alpini, Comandante delle Bande Ar¬mate Italiane dislocate nella Regione Agro Pontino”. Vi si illustra un “Piano operativo studiato ed attuato dal col. Gino Rossi (Bixio)” allo scopo di agevolare la risalita dell’esercito alleato dal sud Italia. In particolare il Piano prevede e propone un possibile sbarco alleato tra Terracina e Torre Astura, con epicentro il Circeo, e in vista di ciò, fornisce alle truppe alleate una dettagliata descrizione della dislocazione e dei contingenti militari tedeschi, unitamente alle armi di cui disponevano, in tutti i borghi e città tra Terracina e l’area litoranea di Littoria. E’ un elenco che dimostra una conoscenza dei luoghi (e anche alcune incertezze sulle esatte denominazioni) che non poteva non provenire da una rete di informatori, che configurerebbe un vero e proprio netwotk resistenziale. E’ straordinaria anche la circostanza che il progettato sbarco denunci alcune precise coincidenze con lo sbarco che gli Alleati avrebbero lanciato effettivamente trenta giorni dopo tra Tor San Lorenzo e Torre Astura-Borgo Podgora, con nucleo principale l’abitato di Nettunia, oggi Anzio e Nettuno. Proprio per questo il documento diventa un’altra dimostrazione della tesi che afferma l’esistenza di un nucleo resistenziale in terra pontina, che farebbe giustizia delle diffidenze – queste, sì, mai documentate – affacciate dai negatori.

Il ricordato barone Luigi Aguet, nel suo stesso libro Il Circeo ricorda che dopo la fucilazione di Giro Rossi, i partigiani si riunirono alla fine della guerra in una cooperativa di impresa per la effettuazione di lavori, che però non ebbe grande fortuna.

Nota. il presente articolo è già stato pubblicato sulla Rivista Annali del Lazio meridionale, diretta dal professor Antonio Di Fazio.

 

11 aprile, 2015 - Nessun Commento

PIETRO INGRAO, CENTO ANNI

ingraoIl 19 novembre 2004, su invito del Comune di Formia, ebbi l onore di ricordare i 90 (allora) anni di Pietro Ingrao, ospite d’ onore della serata. Io avrei dovuto rivolgergli alcune domande, per provocarne risposte capaci di tratteggiare la vita del grande uomo politico nativo di Lenola (Latina). E per questo gli avevo chiesto un appuntamento a Roma, nella sua modesta e dignitosa casa. Mi accolse insieme alla sua segretaria personale, che assistette al nostro colloquio durato oltre un ora. Io avevo appena letto “Pietro Ingrao il compagno disarmato” di Antonio Galdo e avevo le idee abbastanza chiare su cosa chiedergli. Il resto lo affidavo all’ improvvisazione che sempre assiste un giornalista. Gli rivolsi un paio di domande “provocatorie” e Pietro Ingrao mi rispose, dopo una breve meditazione, con una tranquillità, una precisione e una fermezza che, forse, era un suo compiacimento, ma che mi dette chiara la idea dello spessore dell Uomo. Poi, parlando di come intendevo condurre la serata in suo onore, gli lessi il testo che aveva preparato, e mi disse che avevo ecceduto in complimenti, e ne avrebbe graditi molti di meno. Io mi sentii rassicurato, e rimasi convinto che quei complimenti erano da me dovuti. Poi gli chiesi di riempire un piccolo vuoto della sua biografia a me nota, quello del passaggio da Roma a Milano e della assunzione delle prime responsabilità in senso al PCI. Mi disse: Se ha una penna e un poco di carta glielo detto: e senza una pausa mi riferì della “sua” Milano, del primo comizio, dei persistenti pericoli, netto, diretto, fermo nei ricordi e nel raccontare i fatti. Aveva già 90 anni, ottimamente portati. Volle salutarmi con grande simpatia (io ero, come sono, un signor nessuno) e mi accompagnò alla porta. Dopo la mia relazione introduttiva letta a Formia il 19 novembre 2004, mi ringraziò ed ebbe inizio l’ intervista pubblica che dovevo fargli. Doveva essere così annoiato di sentire la mia voce, che dopo la prima domanda iniziò a parlare con la solita voce bassa, pacata, inesorabile snocciolando tutti i suoi ricordi di studente a Formia, del liceo che anche io frequentai, di vincitore dei ludi universitari che gli avevano fruttato una vittoria nella competizione poetica (una poesia a Littoria di cui, disse, mi vergogno oggettivamente), del padre segretario generale del Comune. Fu una bella serata.

Ora Pietro Ingrao ha festeggiato anche i 100 anni, nel frattempo ha scritto un bel libro di ricordi /straordinari quelli dedicati al suo paese, Lenola) , “Volevo la luna”, da Einaudi. Non l’ ho più rivisto di persona, ma credo di dovergli questo ricordo, riportando (in grande sintesi) le cose che dissi quella sera del 19 novembre 2004 a Formia.

 Ingrao non è un uomo politico “seriale”, anzi forse è uno degli uomini politici più “anomali”: dal punto di vista del tipo e della quantità di esperienze vissute; della importanza del suo contributo alla costruzione della dialettica democratica utilizzando gli strumenti pur imperfetti della dialettica marxista; della capacità di assumere le forti responsabilità di chi ha vissuto sempre ai vertici, là dove si decide o dove si subiscono le altrui decisioni; della lucidità nella costante presenza a se stesso, ossia di una coerenza che è fedeltà ad una idea anche se poi quell’idea rivela tratti di aspra contraddizione e costringe a determinazioni altrettanto difficili. E, infine, è “anomalo” per il numero e la qualità delle delusioni patite. Questa sera Pietro Ingrao è ospite di Formia per ricordare gli anni in cui egli a Formia si è formato frequentando il Ginnasio-Liceo “Vitruvio Pollione”. E forse saremo diversi stasera a vantare questa pur diacronica colleganza scolastica.

Pietro Ingrao nasce il 30 marzo 1915 a Lenola, che all’epoca contava poco più di 2800 abitanti, contro gli oltre 4000 attuali. Viene da una famiglia che oggi si direbbe della buona borghesia, ma una borghesia impegnata, se si pensa che il nonno Francesco, nonno Ciccio, era stato garibaldino ed era passato attraverso alcune avventure proprio per il suo carattere fortemente autonomo e combattivo. Lenola potrebbe dargli poco e Pietro Ingrao viene a studiare a Formia, dove il padre Renato è Segretario generale del Comune, prima di diventare Segretario generale della nuova Provincia di Littoria. Ingrao appartiene ad una temperie intellettuale che ha l’area ausona come ricca fucina: a Fondi vivono e si formano i giovani Libero De Libero, Giuseppe e Pasquale De Santis, Dante Di Sarra, poi Domenico Purificato e Guido Ruggiero. Si diploma al liceo classico Vitruvio Pollione di Formia, quindi frequenta l’Università di Roma. La routine dell’impegno universitario è interrotta dalla frequentazione affettuosa della casa patriarcale di Lenola e da quella, salutare più che mondana, della spiaggia di Sperlonga, all’epoca del tutto estraniata rispetto alle correnti del traffico turistico aperte nel 1959 dalla nuova litoranea Flacca. Sono gli anni in cui il fascismo ha fortificato le sue basi e imposto le sue regole. Anche Ingrao indossa la divisa fascista che tutti i giovani all’epoca dovevano indossare. Nel 1934, studente universitario diciannovenne a Roma, partecipa ai Littoriali della cultura e dell’arte riservati ai giovani iscritti al Guf, e presenta una poesia, Coro per la nascita di una città, un inno a Littoria. Giunge terzo dopo Leonardo Sinisgalli e Attilio Bertolucci. Littoria è “come cattedrale nella selva/come isola trionfante sulle acque”. “Era proprio una brutta poesia – ha detto Ingrao – ma per me ha rappresentato l’occasione per aprirmi al mondo che mi circondava e che non conoscevo”. Di questo mondo facevano parte i suoi idoli: Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo. La loro è una poesia nuova, del tutto diversa da quella di Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli (proprio Giovanni Pascoli fu il tema della sua tesi di laurea in lettere), conosciuta negli studi al Vitruvio Pollione, e in parte amata prima di conoscere e amare i poeti ermetici.

Conosciamo la figura di Ingrao soprattutto attraverso l’immagine dell’uomo politico: l’uomo delle responsabilità di vertice – nel partito e nello Stato -, la cui parola ha pesato su decisioni importanti, avvertendone tutto il peso; l’Uomo che ha vissuto la sua avventura con tormento. E oggi che la politica fa parte di orizzonti più lontani, la sua riflessione è stata spesso attratta da una rilettura dei passi compiuti. E degli errori commessi, a partire da quello che egli ha definito decisivo. Era il 1956, e l’Ungheria s’era ribellata alla soffocante presenza sovietica. Ingrao era direttore dell’Unità e, per il suo lavoro, molto vicino a Palmiro Togliatti, Ingrao, che aveva difeso il primo intervento sovietico con un articolo che, in seguito, criticò, al momento del secondo intervento ebbe forti dubbi, che espresse a Togliatti, e che poi superò, sia pure con alcune riserve, cosicché anche il secondo intervento non fu criticato. Fu un’operazione di cui oggi Ingrao parla ricordando la “grande angoscia” con cui ne scrisse. Anzi, fu quello che oggi definisce l’Errore che “ci accompagnò per tutta la nostra storia”. L’Errore, senza aggettivi, con l’iniziale maiuscola: l’errore di essersi schierati per l’Urss e contro le aspirazioni alla autonomia dell’Ungheria. All’epoca, esso costò al Pci 200 mila tessere stracciate e una condanna collettiva lunga decenni da parte dell’altra società italiana. Forse la coscienza di quell’Errore guiderà Ingrao al Gesto “eretico”: rompere la ferrea regola del Pci di accettare senza contestazioni le decisioni dei vertici. “Allora non capimmo – ricostruisce oggi – o non volemmo capire l’errore pesante di non aver intuito l’aspetto oppressivo del sistema sovietico”. Ma non è un pentimento, lo spiega lui stesso: “l’autocritica mi rafforza, il pentimento non è una parola che appartiene al mio linguaggio, ha un sapore di sacrestia. Ma se pentirsi significa riconoscere gli errori, allora io non ho paura di questa parola”.

Ingrao, dunque, è l’uomo che per disciplina di partito ha accettato di firmare sull’Unità la condanna dell’Ungheria ribelle; ma è anche il primo comunista italiano che ha inventato una espressione che, passando attraverso l’anatema, ha aiutato il vecchio Pci a rompere schemi ritenuti immodificabili: fu lui che rivendicò il diritto al dissenso, che divenne teoria morale nel suo famoso discorso all’XI Congresso del Pci del 1966. Il diritto al dissenso, insieme alla fedeltà al proprio ideale lo avrebbe poi portato all’ abbandono del partito che aveva accompagnato la sua vita. Avvenne il 15 maggio 1993. Ma quell’abbandono non fu conseguenza di disamore, fu un atto di distinzione, di autonomia, di rispetto per la propria storia personale, di fronte alle modifiche che il vecchio Partito comunista stava per subire, fino a perdere il nome stesso.

Ma come divenne comunista, Pietro Ingrao? Il suo comunismo – dice Antonio Galdo – affonda nell’albero geneaologico di un nonno garibaldino e mazziniano. Ne abbiamo accennato. Compì l’inevitabile trafila della divisa fascista, ma durante la guerra si trasferì al Nord. Qui visse gli entusiasmi del 25 luglio 1943, della caduta di Mussolini; e qui il 26 luglio 1943 pronunciò il suo primo discorso pubblico da comunista, a Porta Venezia. Poi, nel dicembre 1943 ritornò a Roma, nell’Unità ancora clandestina. Diventò lui stesso un clandestino, ricercato dei tedeschi e dei fascisti della Rsi. Alla fine della guerra, appena trentenne, viene chiamato a dirigere l’Unità, organo del Pci. Ricoprirà l’incarico per poco meno di dieci anni, fino al dicembre 1956. Poi l’elezione alla Camera dei Deputati, dove per lunghi anni fu capogruppo del Pci; e della quale, nel 1976, fu nominato al prestigioso incarico di Presidente, primo comunista ad essere investito della terza magistratura dello Stato, a parte la breve parentesi di Terracini. Sembra il destino di un vincitore, diventa invece un destino di dure sconfitte. Tra esse quella del 18 aprile 1948, quando la Dc vince la consultazione elettorale considerata decisiva per l’Italia, a danno del Fronte del Popolo, che raccoglie il Pci e la sinistra. Anche la sua Lenola gli dà un dispiacere politico, perché il Pci vi raccoglie appena 17 voti sui 3000 abitanti. E sembra quasi una beffa che il trentino Alcide De Gasperi venga a smaltire presso l’Hotel Miramare di Formia le fatiche del trionfo proprio in quella Formia in cui Ingrao aveva studiato.

L’esperienza all’Unità fu forte, e fu una scuola anche di autonomia intellettuale e politica, che oggi si può cogliere molto meglio di quanto non fosse possibile all’epoca. Come scotto di questa libertà di pensiero, ad esempio, nel 1950 Ingrao dovette subire a Bucarest, durante una riunione del Cominform, una dura critica di parte sovietica – un processo, lo chiamò lui – perché la linea del giornale era giudicata poco amica. Altri tormenti sul cammino politico e umano di Ingrao furono il rapimento Moro e la “politica della fermezza” di cui egli stesso fu, con altri, assertore (“Sconto tutti i limiti di tale asprezza… di quella nostra idea ”tutto è politica” che ha condizionato la mia generazione”); poi la caduta del Muro, la fine di un’epoca, la trasformazione del Pci in Pds, poi in Ds, la “Cosa Uno” e Due; e il distacco dal suo partito, ma non dall’ispirazione comunista; e infine la sua uscita volontaria dal Parlamento, nel 1992, con la rinuncia alla candidatura dopo 43 anni di ininterrotta presenza.

Ed è iniziata una nuova fase, nella quale da “filosofia del fare” la Politica è divenuta filosofia e basta, che lo ha portato a rifiutare totalmente la violenza e ad anteporre l’opzione del pacifismo e del disarmo ad ogni altra opzione. Dopo aver conosciuto la violenza del sovietismo e dello stalinismo, egli affronta, sposando la pace, il tema del rapporto pace-violenza dall’alto di una coscienza che conosce l’autocritica. Il salmista (Sl 84) ricorda che giustizia e pace si baceranno, e in fondo sono i due obiettivi che Ingrao ha posto come suo traguardo di uomo laico. Una laicità che non gli impedisce di dichiarare il suo amore per la pagina del Vangelo sulle Beatitudini; e di ricordare che Giovanni Paolo II è un papa che ha combattuto il marxismo, ma ha saputo sottolineare la crudeltà del capitalismo. E’ anche il papa che rigetta la dottrina della guerra preventiva, una guerra, dice Ingrao, “che santifica l’uso delle armi”.

Ma cos’è il pacifismo per Ingrao? “Non è solo una dichiarazione di fede … è un soggetto politico-sociale capace di intervenire nei punti di crisi contro la pratica della violenza e per la individuazione e la costruzione di vie pacifiche alla soluzione dei conflitti del mondo” “Dobbiamo rompere uno schema che era profondamente radicato in tutti noi. E’ lo schema della rivoluzione come assalto armato al Palazzo d’inverno”, afferma, rigettando il marxiano concetto di “violenza come levatrice della storia”. “Non c’è fine di liberazione che giustifichi il mezzo della violenza”, conclude, ribaltando la dottrina, prevalente lungo l’intero arco del Novecento, il c.d. “secolo breve”, “della identificazione tra la politica e la guerra”. “Il mio Novecento è stato terribile – commenta Ingrao – ma temo che il vostro secolo non sarà migliore del nostro: vedo un mondo dominato dall’arte collettiva dell’uccidere”. Ma “per fortuna, la politica non è morta”. E a questa funzione mallevadora della politica, una funzione nuova, come si diceva, Ingrao affida la rottura dei vaticini funesti.

Un’ultima notazione. Dopo l’esordio poetico ai Littoriali, Ingrao ha continuato a scrivere poesie, di nascosto. Il suo esordio a stampa è solo del 1986, con la raccolta Il dubbio dei vincitori, cui seguiranno L’alta febbre del fare (1997) e Variazioni serali che è del 2000.

Se così si può dire, la poesia è il lungo filo che unisce il giovane studente formiano all’uomo politico che aveva dedicato al “fare” ogni sua energia intellettuale, ma trascinando sempre nel suo bagaglio una parola: Dubbio. “Una parola che mi sono sempre portato dietro e alla quale non rinuncerei mai”: non segno di debolezza, ma stimolo alla ricerca. E non trovo affatto strano che un uomo che ha vissuto guardando all’azione, alla concretezza, anche quella più straziante e dolorosa, abbia sempre sentito bisogno di rifugiarsi nella parola pensata nell’alta sintesi che la poesia impone. E la sintesi è sempre sorella Povertà, sorella Umiltà. “Anche le sue sconfitte – ha scritto Antonio Galdo – non hanno alcuna solennità”: sono il segno dell’antico mondo contadino di Lenola, che alle sconfitte era abituato e le considerava come un inevitabile passaggio della vita, un dolore senza angosce. Anche se due dei suoi versi forti dicono: “Pensammo una torre./Scavammo nella polvere”. E’ una dichiarazione di impotenza? E’ la giustificazione di una sua sperata risposta positiva alla “lusinga del silenzio, al fascino della contemplazione?

Sono domande che poniamo al nostro Ospite.

Nota di lettura – Questo testo è stato, a titolo di cortesia, sottoposto alla preventiva lettura di Pietro Ingrao, al quale era stato inviato via e-mail attraverso la sua collaboratrice Silvia Sgaravatti. Con lui è stato discusso nella sua abitazione romana il giorno 16 novembre 2004, dalle 10.30 alle 12. Tutti i passaggi scritti in blu sono note e modifiche apportate da Pietro Ingrao. Il mio testo attinge molto da Antonio Galdo, ma Ingrao mi ha dichiarato di non condividere alcuni passaggi del libro..

Poiché nel mio scritto mancava la parte biografica del periodo compreso tra la fuga da Roma e la clandestinità, Ingrao mi ha dettato a braccio il testo che segue. Essendo molto particolare, ho concordato con Ingrao che, pur annotandolo, non lo avrei letto con la presentazione, per dare a lui l’occasione di parlarne direttamente, come poi ha fatto.

““Si iscrisse, come era d’obbligo, alle organizzazioni giovanili fasciste, partecipò ai Littoriali, ma nel 1936, di fronte alla guerra di Spagna e, soprattutto, sotto la spinta e la sollecitazione di suoi giovani compagni, primo fra tutti Antonio Amendola, figlio di Giovanni, cominciò il suo distacco dal regime fascista, che poi divenne vera e propria cospirazione. Crebbe, così, a Roma un gruppo di giovani (oltre Amendola, il fratello Pietro, Mario Alicata, Paolo Bufalini, Antonio Giolitti) con i quali iniziò una trama cospirativa di ispirazione comunista.

Naturalmente la polizia fascista era abile e vigilante e alcuni dei giovani (Lucio Lombardo Radice e Aldo Natoli) finirono in carcere. Ingrao allora si salvò, ma alla fine del 1942 arrivò un’altra retata. Fu arrestato anche Maio Alicata, uno dei capi, e Ingrao sai salvò dalle manette fuggendo a Milano, dfove era un altro gruppo clandestino di comunisti guidato dal siciliano Salvatore Di Benedetto. Poi si trasferì sulle montagne della Sila, sempre protetto dai compagni, e dalla Calabria ritornò a Milano, dove lo colse la vicenda del 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIETRO INGRAO, CENTO ANNI

 

 

il 19 novembre 2004, su invito del Comune di Formia, ebbi l onore di ricordare i 90 (allora) anni di Pietro Ingrao, ospite i onore della serata. Io avrei dovuto rivolgergli alcune domande, per provocarne risposte caèpaci di tratteggiare la vita del grande uomo politico nativo di Lenola (Latina). E per questo gli avevo chiesto un appuntamento a Roma, nella sua modesta e dignitosa casa. Mi accolse insieme alla sua segretaria personale, che assistette al nostro colloquio durato oltre un ora. Io avevo appena letto “Pietro Ingrao il compagno disarmato” di Antonio Galdo e avevo le idee abbastanza chiare su cosa chiedergli. Il resto lo affidavo alla improvvisazione che sempre assiste un giornalista. Gli rivolsi un paio di domande “provocatorie” e Pietro Ingrao mi rispose, dopo una breve meditazione, con una tranquillità, una precisione e una fermezza che, forse, era un suo compiacimento, ma che mi dette chiara la idea dello spessore dell Uomo. Poi, parlando di come intendevo condurre la serata in suo onore, gli lessi il testo che aveva preparato, e mi disse che avevo ecceduto in compolimenti, e ne avrebbe graditi molti di meno. Io mi sentii rassicurato, e rimasi convinto che quei comoplimenti erano da me dovuti. Poi gli chiesi di riempire un piccolo vuoto della sua biografia a me nota, quello del passaggio da Roma a Milano e della assuznione delle prime responsabilità in senso al PCI. Mi disse: Se ha una penna e un poco di carta glielo detto: e senza una pausa mi riferì della “sua” Milano, del primo comizio, dei persistenti pericoli, netto, diretto, ferno nei ricordi e nel raccontare i fatti. Aveva già 90 anni, ottimamente portati. Volle salutarmi con grande simpatia (io ero, come sono, un signor nessuno) e mi accompagnò alla porta. Dopo la mia relaxzione intrdodittiva letta a Formia il 19 novembre 2004, mi ringraziò ed ebbe inizio l intervista pubblica che dovevo fargli. Doveva essere così annoiato di sentire la mia voce, che dopo la prima domanda iniziò a parlare con la solita voce bassa, pacata, inesorabile snoccioando tutti i suoi ricordi di studente a Formia, del liceo che anche io frequentai, di vincitore dei ludi universitari che gli avevano fruttato una vittoria nella competizione poetica (una poesia a Littoria di cui, disse, mi vergogno oggettivamente), del padre segretario generale del Comune. Fu una bella serata.

Ora Pietro Ingrao ha festeggiato anche i 100 anni, nel frattempo ha scritto un bel libro di ricordi /straordinari quelli dedicati al suo paese, Lenola) , “Volevo la luna”, da Einaudi. Non l ho più rivisto di persona, ma credo di dovergli questo ricordo, riportando (in grande sintesi) le cose che dissi queòlla sera del 19 novembre 2004 a Formia.

 

Ingrao non è un uomo politico “seriale”, anzi forse è uno degli uomini politici più “anomali”: dal punto di vista del tipo e della quantità di esperienze vissute; della importanza del suo contributo alla costruzione della dialettica democratica utilizzando gli strumenti pur imperfetti della dialettica marxista; della capacità di assumere le forti responsabilità di chi ha vissuto sempre ai vertici, là dove si decide o dove si subiscono le altrui decisioni; della lucidità nella costante presenza a se stesso, ossia di una coerenza che è fedeltà ad una idea anche se poi quell’idea rivela tratti di aspra contraddizione e costringe a determinazioni altrettanto difficili. E, infine, è “anomalo” per il numero e la qualità delle delusioni patite. Questa sera Pietro Ingrao è ospite di Formia per ricordare gli anni in cui egli a Formia si è formato frequentando il Ginnasio-Liceo “Vitruvio Pollione”. E forse saremo diversi stasera a vantare questa pur diacronica colleganza scolastica.

Pietro Ingrao nasce il 30 marzo 1915 a Lenola, che all’epoca contava poco più di 2800 abitanti, contro gli oltre 4000 attuali. Viene da una famiglia che oggi si direbbe della buona borghesia, ma una borghesia impegnata, se si pensa che il nonno Francesco, nonno Ciccio, era stato garibaldino ed era passato attraverso alcune avventure proprio per il suo carattere fortemente autonomo e combattivo. Lenola potrebbe dargli poco e Pietro Ingrao viene a studiare a Formia, dove il padre Renato è Segretario generale del Comune, prima di diventare Segretario generale della nuova Provincia di Littoria. Ingrao appartiene ad una temperie intellettuale che ha l’area ausona come ricca fucina: a Fondi vivono e si formano i giovani Libero De Libero, Giuseppe e Pasquale De Santis, Dante Di Sarra, poi Domenico Purificato e Guido Ruggiero. Si diploma al liceo classico Vitruvio Pollione di Formia, quindi frequenta l’Università di Roma. La routine dell’impegno universitario è interrotta dalla frequentazione affettuosa della casa patriarcale di Lenola e da quella, salutare più che mondana, della spiaggia di Sperlonga, all’epoca del tutto estraniata rispetto alle correnti del traffico turistico aperte nel 1959 dalla nuova litoranea Flacca. Sono gli anni in cui il fascismo ha fortificato le sue basi e imposto le sue regole. Anche Ingrao indossa la divisa fascista che tutti i giovani all’epoca dovevano indossare. Nel 1934, studente universitario diciannovenne a Roma, partecipa ai Littoriali della cultura e dell’arte riservati ai giovani iscritti al Guf, e presenta una poesia, Coro per la nascita di una città, un inno a Littoria. Giunge terzo dopo Leonardo Sinisgalli e Attilio Bertolucci. Littoria è “come cattedrale nella selva/come isola trionfante sulle acque”. “Era proprio una brutta poesia – ha detto Ingrao – ma per me ha rappresentato l’occasione per aprirmi al mondo che mi circondava e che non conoscevo”. Di questo mondo facevano parte i suoi idoli: Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo. La loro è una poesia nuova, del tutto diversa da quella di Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli (proprio Giovanni Pascoli fu il tema della sua tesi di laurea in lettere), conosciuta negli studi al Vitruvio Pollione, e in parte amata prima di conoscere e amare i poeti ermetici.

Conosciamo la figura di Ingrao soprattutto attraverso l’immagine dell’uomo politico: l’uomo delle responsabilità di vertice – nel partito e nello Stato -, la cui parola ha pesato su decisioni importanti, avvertendone tutto il peso; l’Uomo che ha vissuto la sua avventura con tormento. E oggi che la politica fa parte di orizzonti più lontani, la sua riflessione è stata spesso attratta da una rilettura dei passi compiuti. E degli errori commessi, a partire da quello che egli ha definito decisivo. Era il 1956, e l’Ungheria s’era ribellata alla soffocante presenza sovietica. Ingrao era direttore dell’Unità e, per il suo lavoro, molto vicino a Palmiro Togliatti, Ingrao, che aveva difeso il primo intervento sovietico con un articolo che, in seguito, criticò, al momento del secondo intervento ebbe forti dubbi, che espresse a Togliatti, e che poi superò, sia pure con alcune riserve, cosicché anche il secondo intervento non fu criticato. Fu un’operazione di cui oggi Ingrao parla ricordando la “grande angoscia” con cui ne scrisse. Anzi, fu quello che oggi definisce l’Errore che “ci accompagnò per tutta la nostra storia”. L’Errore, senza aggettivi, con l’iniziale maiuscola: l’errore di essersi schierati per l’Urss e contro le aspirazioni alla autonomia dell’Ungheria. All’epoca, esso costò al Pci 200 mila tessere stracciate e una condanna collettiva lunga decenni da parte dell’altra società italiana. Forse la coscienza di quell’Errore guiderà Ingrao al Gesto “eretico”: rompere la ferrea regola del Pci di accettare senza contestazioni le decisioni dei vertici. “Allora non capimmo – ricostruisce oggi – o non volemmo capire l’errore pesante di non aver intuito l’aspetto oppressivo del sistema sovietico”. Ma non è un pentimento, lo spiega lui stesso: “l’autocritica mi rafforza, il pentimento non è una parola che appartiene al mio linguaggio, ha un sapore di sacrestia. Ma se pentirsi significa riconoscere gli errori, allora io non ho paura di questa parola”.

Ingrao, dunque, è l’uomo che per disciplina di partito ha accettato di firmare sull’Unità la condanna dell’Ungheria ribelle; ma è anche il primo comunista italiano che ha inventato una espressione che, passando attraverso l’anatema, ha aiutato il vecchio Pci a rompere schemi ritenuti immodificabili: fu lui che rivendicò il diritto al dissenso, che divenne teoria morale nel suo famoso discorso all’XI Congresso del Pci del 1966. Il diritto al dissenso, insieme alla fedeltà al proprio ideale lo avrebbe poi portato all’ abbandono del partito che aveva accompagnato la sua vita. Avvenne il 15 maggio 1993. Ma quell’abbandono non fu conseguenza di disamore, fu un atto di distinzione, di autonomia, di rispetto per la propria storia personale, di fronte alle modifiche che il vecchio Partito comunista stava per subire, fino a perdere il nome stesso.

Ma come divenne comunista, Pietro Ingrao? Il suo comunismo – dice Antonio Galdo – affonda nell’albero geneaologico di un nonno garibaldino e mazziniano. Ne abbiamo accennato. Compì l’inevitabile trafila della divisa fascista, ma durante la guerra si trasferì al Nord. Qui visse gli entusiasmi del 25 luglio 1943, della caduta di Mussolini; e qui il 26 luglio 1943 pronunciò il suo primo discorso pubblico da comunista, a Porta Venezia. Poi, nel dicembre 1943 ritornò a Roma, nell’Unità ancora clandestina. Diventò lui stesso un clandestino, ricercato dei tedeschi e dei fascisti della Rsi. Alla fine della guerra, appena trentenne, viene chiamato a dirigere l’Unità, organo del Pci. Ricoprirà l’incarico per poco meno di dieci anni, fino al dicembre 1956. Poi l’elezione alla Camera dei Deputati, dove per lunghi anni fu capogruppo del Pci; e della quale, nel 1976, fu nominato al prestigioso incarico di Presidente, primo comunista ad essere investito della terza magistratura dello Stato, a parte la breve parentesi di Terracini. Sembra il destino di un vincitore, diventa invece un destino di dure sconfitte. Tra esse quella del 18 aprile 1948, quando la Dc vince la consultazione elettorale considerata decisiva per l’Italia, a danno del Fronte del Popolo, che raccoglie il Pci e la sinistra. Anche la sua Lenola gli dà un dispiacere politico, perché il Pci vi raccoglie appena 17 voti sui 3000 abitanti. E sembra quasi una beffa che il trentino Alcide De Gasperi venga a smaltire presso l’Hotel Miramare di Formia le fatiche del trionfo proprio in quella Formia in cui Ingrao aveva studiato.

L’esperienza all’Unità fu forte, e fu una scuola anche di autonomia intellettuale e politica, che oggi si può cogliere molto meglio di quanto non fosse possibile all’epoca. Come scotto di questa libertà di pensiero, ad esempio, nel 1950 Ingrao dovette subire a Bucarest, durante una riunione del Cominform, una dura critica di parte sovietica – un processo, lo chiamò lui – perché la linea del giornale era giudicata poco amica. Altri tormenti sul cammino politico e umano di Ingrao furono il rapimento Moro e la “politica della fermezza” di cui egli stesso fu, con altri, assertore (“Sconto tutti i limiti di tale asprezza… di quella nostra idea ”tutto è politica” che ha condizionato la mia generazione”); poi la caduta del Muro, la fine di un’epoca, la trasformazione del Pci in Pds, poi in Ds, la “Cosa Uno” e Due; e il distacco dal suo partito, ma non dall’ispirazione comunista; e infine la sua uscita volontaria dal Parlamento, nel 1992, con la rinuncia alla candidatura dopo 43 anni di ininterrotta presenza.

Ed è iniziata una nuova fase, nella quale da “filosofia del fare” la Politica è divenuta filosofia e basta, che lo ha portato a rifiutare totalmente la violenza e ad anteporre l’opzione del pacifismo e del disarmo ad ogni altra opzione. Dopo aver conosciuto la violenza del sovietismo e dello stalinismo, egli affronta, sposando la pace, il tema del rapporto pace-violenza dall’alto di una coscienza che conosce l’autocritica. Il salmista (Sl 84) ricorda che giustizia e pace si baceranno, e in fondo sono i due obiettivi che Ingrao ha posto come suo traguardo di uomo laico. Una laicità che non gli impedisce di dichiarare il suo amore per la pagina del Vangelo sulle Beatitudini; e di ricordare che Giovanni Paolo II è un papa che ha combattuto il marxismo, ma ha saputo sottolineare la crudeltà del capitalismo. E’ anche il papa che rigetta la dottrina della guerra preventiva, una guerra, dice Ingrao, “che santifica l’uso delle armi”.

Ma cos’è il pacifismo per Ingrao? “Non è solo una dichiarazione di fede … è un soggetto politico-sociale capace di intervenire nei punti di crisi contro la pratica della violenza e per la individuazione e la costruzione di vie pacifiche alla soluzione dei conflitti del mondo” “Dobbiamo rompere uno schema che era profondamente radicato in tutti noi. E’ lo schema della rivoluzione come assalto armato al Palazzo d’inverno”, afferma, rigettando il marxiano concetto di “violenza come levatrice della storia”. “Non c’è fine di liberazione che giustifichi il mezzo della violenza”, conclude, ribaltando la dottrina, prevalente lungo l’intero arco del Novecento, il c.d. “secolo breve”, “della identificazione tra la politica e la guerra”. “Il mio Novecento è stato terribile – commenta Ingrao – ma temo che il vostro secolo non sarà migliore del nostro: vedo un mondo dominato dall’arte collettiva dell’uccidere”. Ma “per fortuna, la politica non è morta”. E a questa funzione mallevadora della politica, una funzione nuova, come si diceva, Ingrao affida la rottura dei vaticini funesti.

 

Un’ultima notazione. Dopo l’esordio poetico ai Littoriali, Ingrao ha continuato a scrivere poesie, di nascosto. Il suo esordio a stampa è solo del 1986, con la raccolta Il dubbio dei vincitori, cui seguiranno L’alta febbre del fare (1997) e Variazioni serali che è del 2000.

Se così si può dire, la poesia è il lungo filo che unisce il giovane studente formiano all’uomo politico che aveva dedicato al “fare” ogni sua energia intellettuale, ma trascinando sempre nel suo bagaglio una parola: Dubbio. “Una parola che mi sono sempre portato dietro e alla quale non rinuncerei mai”: non segno di debolezza, ma stimolo alla ricerca. E non trovo affatto strano che un uomo che ha vissuto guardando all’azione, alla concretezza, anche quella più straziante e dolorosa, abbia sempre sentito bisogno di rifugiarsi nella parola pensata nell’alta sintesi che la poesia impone. E la sintesi è sempre sorella Povertà, sorella Umiltà. “Anche le sue sconfitte – ha scritto Antonio Galdo – non hanno alcuna solennità”: sono il segno dell’antico mondo contadino di Lenola, che alle sconfitte era abituato e le considerava come un inevitabile passaggio della vita, un dolore senza angosce. Anche se due dei suoi versi forti dicono: “Pensammo una torre./Scavammo nella polvere”. E’ una dichiarazione di impotenza? E’ la giustificazione di una sua sperata risposta positiva alla “lusinga del silenzio”, al fascino della contemplazione?

Sono domande che poniamo al nostro Ospite.

 

Nota di lettura – Questo testo è stato, a titolo di cortesia, sottoposto alla preventiva lettura di Pietro Ingrao, al quale era stato inviato via e-mail attraverso la sua collaboratrice Silvia Sgaravatti. Con lui è stato discusso nella sua abitazione romana il giorno 16 novembre 2004, dalle 10.30 alle 12. Tutti i passaggi scritti in blu sono note e modifiche apportate da Pietro Ingrao. Il mio testo attinge molto da Antonio Galdo, ma Ingrao mi ha dichiarato di non condividere alcuni passaggi del libro..

Poiché nel mio scritto mancava la parte biografica del periodo compreso tra la fuga da Roma e la clandestinità, Ingrao mi ha dettato a braccio il testo che segue. Essendo molto particolare, ho concordato con Ingrao che, pur annotandolo, non lo avrei letto con la presentazione, per dare a lui l’occasione di parlarne direttamente, come poi ha fatto.

““Si iscrisse, come era d’obbligo, alle organizzazioni giovanili fasciste, partecipò ai Littoriali, ma nel 1936, di fronte alla guerra di Spagna e, soprattutto, sotto la spinta e la sollecitazione di suoi giovani compagni, primo fra tutti Antonio Amendola, figlio di Giovanni, cominciò il suo distacco dal regime fascista, che poi divenne vera e propria cospirazione. Crebbe, così, a Roma un gruppo di giovani (oltre Amendola, il fratello Pietro, Mario Alicata, Paolo Bufalini, Antonio Giolitti) con i quali iniziò una trama cospirativa di ispirazione comunista.

Naturalmente la polizia fascista era abile e vigilante e alcuni dei giovani (Lucio Lombardo Radice e Aldo Natoli) finirono in carcere. Ingrao allora si salvò, ma alla fine del 1942 arrivò un’altra retata. Fu arrestato anche Maio Alicata, uno dei capi, e Ingrao sai salvò dalle manette fuggendo a Milano, dfove era un altro gruppo clandestino di comunisti guidato dal siciliano Salvatore Di Benedetto. Poi si trasferì sulle montagne della Sila, sempre protetto dai compagni, e dalla Calabria ritornò a Milano, dove lo colse la vicenda del 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIETRO INGRAO, CENTO ANNI

il 19 novembre 2004, su invito del Comune di Formia, ebbi l onore di ricordare i 90 (allora) anni di Pietro Ingrao, ospite i onore della serata. Io avrei dovuto rivolgergli alcune domande, per provocarne risposte caèpaci di tratteggiare la vita del grande uomo politico nativo di Lenola (Latina). E per questo gli avevo chiesto un appuntamento a Roma, nella sua modesta e dignitosa casa. Mi accolse insieme alla sua segretaria personale, che assistette al nostro colloquio durato oltre un ora. Io avevo appena letto “Pietro Ingrao il compagno disarmato” di Antonio Galdo e avevo le idee abbastanza chiare su cosa chiedergli. Il resto lo affidavo alla improvvisazione che sempre assiste un giornalista. Gli rivolsi un paio di domande “provocatorie” e Pietro Ingrao mi rispose, dopo una breve meditazione, con una tranquillità, una precisione e una fermezza che, forse, era un suo compiacimento, ma che mi dette chiara la idea dello spessore dell Uomo. Poi, parlando di come intendevo condurre la serata in suo onore, gli lessi il testo che aveva preparato, e mi disse che avevo ecceduto in compolimenti, e ne avrebbe graditi molti di meno. Io mi sentii rassicurato, e rimasi convinto che quei comoplimenti erano da me dovuti. Poi gli chiesi di riempire un piccolo vuoto della sua biografia a me nota, quello del passaggio da Roma a Milano e della assuznione delle prime responsabilità in senso al PCI. Mi disse: Se ha una penna e un poco di carta glielo detto: e senza una pausa mi riferì della “sua” Milano, del primo comizio, dei persistenti pericoli, netto, diretto, ferno nei ricordi e nel raccontare i fatti. Aveva già 90 anni, ottimamente portati. Volle salutarmi con grande simpatia (io ero, come sono, un signor nessuno) e mi accompagnò alla porta. Dopo la mia relaxzione intrdodittiva letta a Formia il 19 novembre 2004, mi ringraziò ed ebbe inizio l intervista pubblica che dovevo fargli. Doveva essere così annoiato di sentire la mia voce, che dopo la prima domanda iniziò a parlare con la solita voce bassa, pacata, inesorabile snoccioando tutti i suoi ricordi di studente a Formia, del liceo che anche io frequentai, di vincitore dei ludi universitari che gli avevano fruttato una vittoria nella competizione poetica (una poesia a Littoria di cui, disse, mi vergogno oggettivamente), del padre segretario generale del Comune. Fu una bella serata.

Ora Pietro Ingrao ha festeggiato anche i 100 anni, nel frattempo ha scritto un bel libro di ricordi /straordinari quelli dedicati al suo paese, Lenola) , “Volevo la luna”, da Einaudi. Non l ho più rivisto di persona, ma credo di dovergli questo ricordo, riportando (in grande sintesi) le cose che dissi queòlla sera del 19 novembre 2004 a Formia.

Ingrao non è un uomo politico “seriale”, anzi forse è uno degli uomini politici più “anomali”: dal punto di vista del tipo e della quantità di esperienze vissute; della importanza del suo contributo alla costruzione della dialettica democratica utilizzando gli strumenti pur imperfetti della dialettica marxista; della capacità di assumere le forti responsabilità di chi ha vissuto sempre ai vertici, là dove si decide o dove si subiscono le altrui decisioni; della lucidità nella costante presenza a se stesso, ossia di una coerenza che è fedeltà ad una idea anche se poi quell’idea rivela tratti di aspra contraddizione e costringe a determinazioni altrettanto difficili. E, infine, è “anomalo” per il numero e la qualità delle delusioni patite. Questa sera Pietro Ingrao è ospite di Formia per ricordare gli anni in cui egli a Formia si è formato frequentando il Ginnasio-Liceo “Vitruvio Pollione”. E forse saremo diversi stasera a vantare questa pur diacronica colleganza scolastica.

Pietro Ingrao nasce il 30 marzo 1915 a Lenola, che all’epoca contava poco più di 2800 abitanti, contro gli oltre 4000 attuali. Viene da una famiglia che oggi si direbbe della buona borghesia, ma una borghesia impegnata, se si pensa che il nonno Francesco, nonno Ciccio, era stato garibaldino ed era passato attraverso alcune avventure proprio per il suo carattere fortemente autonomo e combattivo. Lenola potrebbe dargli poco e Pietro Ingrao viene a studiare a Formia, dove il padre Renato è Segretario generale del Comune, prima di diventare Segretario generale della nuova Provincia di Littoria. Ingrao appartiene ad una temperie intellettuale che ha l’area ausona come ricca fucina: a Fondi vivono e si formano i giovani Libero De Libero, Giuseppe e Pasquale De Santis, Dante Di Sarra, poi Domenico Purificato e Guido Ruggiero. Si diploma al liceo classico Vitruvio Pollione di Formia, quindi frequenta l’Università di Roma. La routine dell’impegno universitario è interrotta dalla frequentazione affettuosa della casa patriarcale di Lenola e da quella, salutare più che mondana, della spiaggia di Sperlonga, all’epoca del tutto estraniata rispetto alle correnti del traffico turistico aperte nel 1959 dalla nuova litoranea Flacca. Sono gli anni in cui il fascismo ha fortificato le sue basi e imposto le sue regole. Anche Ingrao indossa la divisa fascista che tutti i giovani all’epoca dovevano indossare. Nel 1934, studente universitario diciannovenne a Roma, partecipa ai Littoriali della cultura e dell’arte riservati ai giovani iscritti al Guf, e presenta una poesia, Coro per la nascita di una città, un inno a Littoria. Giunge terzo dopo Leonardo Sinisgalli e Attilio Bertolucci. Littoria è “come cattedrale nella selva/come isola trionfante sulle acque”. “Era proprio una brutta poesia – ha detto Ingrao – ma per me ha rappresentato l’occasione per aprirmi al mondo che mi circondava e che non conoscevo”. Di questo mondo facevano parte i suoi idoli: Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo. La loro è una poesia nuova, del tutto diversa da quella di Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli (proprio Giovanni Pascoli fu il tema della sua tesi di laurea in lettere), conosciuta negli studi al Vitruvio Pollione, e in parte amata prima di conoscere e amare i poeti ermetici.

Conosciamo la figura di Ingrao soprattutto attraverso l’immagine dell’uomo politico: l’uomo delle responsabilità di vertice – nel partito e nello Stato -, la cui parola ha pesato su decisioni importanti, avvertendone tutto il peso; l’Uomo che ha vissuto la sua avventura con tormento. E oggi che la politica fa parte di orizzonti più lontani, la sua riflessione è stata spesso attratta da una rilettura dei passi compiuti. E degli errori commessi, a partire da quello che egli ha definito decisivo. Era il 1956, e l’Ungheria s’era ribellata alla soffocante presenza sovietica. Ingrao era direttore dell’Unità e, per il suo lavoro, molto vicino a Palmiro Togliatti, Ingrao, che aveva difeso il primo intervento sovietico con un articolo che, in seguito, criticò, al momento del secondo intervento ebbe forti dubbi, che espresse a Togliatti, e che poi superò, sia pure con alcune riserve, cosicché anche il secondo intervento non fu criticato. Fu un’operazione di cui oggi Ingrao parla ricordando la “grande angoscia” con cui ne scrisse. Anzi, fu quello che oggi definisce l’Errore che “ci accompagnò per tutta la nostra storia”. L’Errore, senza aggettivi, con l’iniziale maiuscola: l’errore di essersi schierati per l’Urss e contro le aspirazioni alla autonomia dell’Ungheria. All’epoca, esso costò al Pci 200 mila tessere stracciate e una condanna collettiva lunga decenni da parte dell’altra società italiana. Forse la coscienza di quell’Errore guiderà Ingrao al Gesto “eretico”: rompere la ferrea regola del Pci di accettare senza contestazioni le decisioni dei vertici. “Allora non capimmo – ricostruisce oggi – o non volemmo capire l’errore pesante di non aver intuito l’aspetto oppressivo del sistema sovietico”. Ma non è un pentimento, lo spiega lui stesso: “l’autocritica mi rafforza, il pentimento non è una parola che appartiene al mio linguaggio, ha un sapore di sacrestia. Ma se pentirsi significa riconoscere gli errori, allora io non ho paura di questa parola”.

Ingrao, dunque, è l’uomo che per disciplina di partito ha accettato di firmare sull’Unità la condanna dell’Ungheria ribelle; ma è anche il primo comunista italiano che ha inventato una espressione che, passando attraverso l’anatema, ha aiutato il vecchio Pci a rompere schemi ritenuti immodificabili: fu lui che rivendicò il diritto al dissenso, che divenne teoria morale nel suo famoso discorso all’XI Congresso del Pci del 1966. Il diritto al dissenso, insieme alla fedeltà al proprio ideale lo avrebbe poi portato all’ abbandono del partito che aveva accompagnato la sua vita. Avvenne il 15 maggio 1993. Ma quell’abbandono non fu conseguenza di disamore, fu un atto di distinzione, di autonomia, di rispetto per la propria storia personale, di fronte alle modifiche che il vecchio Partito comunista stava per subire, fino a perdere il nome stesso.

Ma come divenne comunista, Pietro Ingrao? Il suo comunismo – dice Antonio Galdo – affonda nell’albero geneaologico di un nonno garibaldino e mazziniano. Ne abbiamo accennato. Compì l’inevitabile trafila della divisa fascista, ma durante la guerra si trasferì al Nord. Qui visse gli entusiasmi del 25 luglio 1943, della caduta di Mussolini; e qui il 26 luglio 1943 pronunciò il suo primo discorso pubblico da comunista, a Porta Venezia. Poi, nel dicembre 1943 ritornò a Roma, nell’Unità ancora clandestina. Diventò lui stesso un clandestino, ricercato dei tedeschi e dei fascisti della Rsi. Alla fine della guerra, appena trentenne, viene chiamato a dirigere l’Unità, organo del Pci. Ricoprirà l’incarico per poco meno di dieci anni, fino al dicembre 1956. Poi l’elezione alla Camera dei Deputati, dove per lunghi anni fu capogruppo del Pci; e della quale, nel 1976, fu nominato al prestigioso incarico di Presidente, primo comunista ad essere investito della terza magistratura dello Stato, a parte la breve parentesi di Terracini. Sembra il destino di un vincitore, diventa invece un destino di dure sconfitte. Tra esse quella del 18 aprile 1948, quando la Dc vince la consultazione elettorale considerata decisiva per l’Italia, a danno del Fronte del Popolo, che raccoglie il Pci e la sinistra. Anche la sua Lenola gli dà un dispiacere politico, perché il Pci vi raccoglie appena 17 voti sui 3000 abitanti. E sembra quasi una beffa che il trentino Alcide De Gasperi venga a smaltire presso l’Hotel Miramare di Formia le fatiche del trionfo proprio in quella Formia in cui Ingrao aveva studiato.

L’esperienza all’Unità fu forte, e fu una scuola anche di autonomia intellettuale e politica, che oggi si può cogliere molto meglio di quanto non fosse possibile all’epoca. Come scotto di questa libertà di pensiero, ad esempio, nel 1950 Ingrao dovette subire a Bucarest, durante una riunione del Cominform, una dura critica di parte sovietica – un processo, lo chiamò lui – perché la linea del giornale era giudicata poco amica. Altri tormenti sul cammino politico e umano di Ingrao furono il rapimento Moro e la “politica della fermezza” di cui egli stesso fu, con altri, assertore (“Sconto tutti i limiti di tale asprezza… di quella nostra idea ”tutto è politica” che ha condizionato la mia generazione”); poi la caduta del Muro, la fine di un’epoca, la trasformazione del Pci in Pds, poi in Ds, la “Cosa Uno” e Due; e il distacco dal suo partito, ma non dall’ispirazione comunista; e infine la sua uscita volontaria dal Parlamento, nel 1992, con la rinuncia alla candidatura dopo 43 anni di ininterrotta presenza.

Ed è iniziata una nuova fase, nella quale da “filosofia del fare” la Politica è divenuta filosofia e basta, che lo ha portato a rifiutare totalmente la violenza e ad anteporre l’opzione del pacifismo e del disarmo ad ogni altra opzione. Dopo aver conosciuto la violenza del sovietismo e dello stalinismo, egli affronta, sposando la pace, il tema del rapporto pace-violenza dall’alto di una coscienza che conosce l’autocritica. Il salmista (Sl 84) ricorda che giustizia e pace si baceranno, e in fondo sono i due obiettivi che Ingrao ha posto come suo traguardo di uomo laico. Una laicità che non gli impedisce di dichiarare il suo amore per la pagina del Vangelo sulle Beatitudini; e di ricordare che Giovanni Paolo II è un papa che ha combattuto il marxismo, ma ha saputo sottolineare la crudeltà del capitalismo. E’ anche il papa che rigetta la dottrina della guerra preventiva, una guerra, dice Ingrao, “che santifica l’uso delle armi”.

Ma cos’è il pacifismo per Ingrao? “Non è solo una dichiarazione di fede … è un soggetto politico-sociale capace di intervenire nei punti di crisi contro la pratica della violenza e per la individuazione e la costruzione di vie pacifiche alla soluzione dei conflitti del mondo” “Dobbiamo rompere uno schema che era profondamente radicato in tutti noi. E’ lo schema della rivoluzione come assalto armato al Palazzo d’inverno”, afferma, rigettando il marxiano concetto di “violenza come levatrice della storia”. “Non c’è fine di liberazione che giustifichi il mezzo della violenza”, conclude, ribaltando la dottrina, prevalente lungo l’intero arco del Novecento, il c.d. “secolo breve”, “della identificazione tra la politica e la guerra”. “Il mio Novecento è stato terribile – commenta Ingrao – ma temo che il vostro secolo non sarà migliore del nostro: vedo un mondo dominato dall’arte collettiva dell’uccidere”. Ma “per fortuna, la politica non è morta”. E a questa funzione mallevadora della politica, una funzione nuova, come si diceva, Ingrao affida la rottura dei vaticini funesti.

Un’ultima notazione. Dopo l’esordio poetico ai Littoriali, Ingrao ha continuato a scrivere poesie, di nascosto. Il suo esordio a stampa è solo del 1986, con la raccolta Il dubbio dei vincitori, cui seguiranno L’alta febbre del fare (1997) e Variazioni serali che è del 2000.

Se così si può dire, la poesia è il lungo filo che unisce il giovane studente formiano all’uomo politico che aveva dedicato al “fare” ogni sua energia intellettuale, ma trascinando sempre nel suo bagaglio una parola: Dubbio. “Una parola che mi sono sempre portato dietro e alla quale non rinuncerei mai”: non segno di debolezza, ma stimolo alla ricerca. E non trovo affatto strano che un uomo che ha vissuto guardando all’azione, alla concretezza, anche quella più straziante e dolorosa, abbia sempre sentito bisogno di rifugiarsi nella parola pensata nell’alta sintesi che la poesia impone. E la sintesi è sempre sorella Povertà, sorella Umiltà. “Anche le sue sconfitte – ha scritto Antonio Galdo – non hanno alcuna solennità”: sono il segno dell’antico mondo contadino di Lenola, che alle sconfitte era abituato e le considerava come un inevitabile passaggio della vita, un dolore senza angosce. Anche se due dei suoi versi forti dicono: “Pensammo una torre./Scavammo nella polvere”. E’ una dichiarazione di impotenza? E’ la giustificazione di una sua sperata risposta positiva alla “lusinga del silenzio, al fascino della contemplazione?

Sono domande che poniamo al nostro Ospite.

Nota di lettura – Questo testo è stato, a titolo di cortesia, sottoposto alla preventiva lettura di Pietro Ingrao, al quale era stato inviato via e-mail attraverso la sua collaboratrice Silvia Sgaravatti. Con lui è stato discusso nella sua abitazione romana il giorno 16 novembre 2004, dalle 10.30 alle 12. Tutti i passaggi scritti in blu sono note e modifiche apportate da Pietro Ingrao. Il mio testo attinge molto da Antonio Galdo, ma Ingrao mi ha dichiarato di non condividere alcuni passaggi del libro..

Poiché nel mio scritto mancava la parte biografica del periodo compreso tra la fuga da Roma e la clandestinità, Ingrao mi ha dettato a braccio il testo che segue. Essendo molto particolare, ho concordato con Ingrao che, pur annotandolo, non lo avrei letto con la presentazione, per dare a lui l’occasione di parlarne direttamente, come poi ha fatto.

““Si iscrisse, come era d’obbligo, alle organizzazioni giovanili fasciste, partecipò ai Littoriali, ma nel 1936, di fronte alla guerra di Spagna e, soprattutto, sotto la spinta e la sollecitazione di suoi giovani compagni, primo fra tutti Antonio Amendola, figlio di Giovanni, cominciò il suo distacco dal regime fascista, che poi divenne vera e propria cospirazione. Crebbe, così, a Roma un gruppo di giovani (oltre Amendola, il fratello Pietro, Mario Alicata, Paolo Bufalini, Antonio Giolitti) con i quali iniziò una trama cospirativa di ispirazione comunista.

Naturalmente la polizia fascista era abile e vigilante e alcuni dei giovani (Lucio Lombardo Radice e Aldo Natoli) finirono in carcere. Ingrao allora si salvò, ma alla fine del 1942 arrivò un’altra retata. Fu arrestato anche Maio Alicata, uno dei capi, e Ingrao sai salvò dalle manette fuggendo a Milano, dfove era un altro gruppo clandestino di comunisti guidato dal siciliano Salvatore Di Benedetto. Poi si trasferì sulle montagne della Sila, sempre protetto dai compagni, e dalla Calabria ritornò a Milano, dove lo colse la vicenda del 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 aprile, 2015 - Nessun Commento

VIDEOSORVEGLIANZA: A LATINA E’ ARRIVATO IL GRANDE FRATELLO

videoEntra ormai nella fase operativa il programma di videosorveglianza avviato dal Comune di Latina a supporto delle attività di controllo del territorio.  Sono attive da oggi dieci delle venti telecamere, coordinate attraverso la  sala operativa installata presso il comando della Polizia Municipale.

 Subito dopo Pasqua saranno attivate le altre dieci telecamere. Le telecamere attive da domani saranno:

- Piazza della Libertà

- Via Epitaffio

- Giardini comunali

- Largo dell’Aviatore

- Via Quarto

- Via del Lido

 - Parcheggio autolinee

 - Via Cesare Battisti (zona pub)

 - Via Ezio

 - Via Respighi

 In particolare, nelle vie di ingresso delle città le telecamere saranno dotate di un sistema di lettura targhe, definito con al Prefettura e la Questura, che consentirà alla sala operativa un controllo   immediato.

 Apposita segnaletica sarà collocata nelle zone interessate dalla videosorveglianza.  Il piano operativo della videosorveglianza sarà integrato, e questo in tempi brevi, con un ampliamento di ulteriori controlli anche al mare ed ai borghi. Per quanto riguarda i borghi, saranno installate telecamere a Borgo S. Maria, Montello, Binsizza e Le Ferriere (questo già a suo tempo previsto e non ancora attuato). A questi borghi si aggiungeranno: Borgo Grappa, Borgo Sabotino, Borgo S. Michele, Borgo Podgora, Borgo Carso e Borgo Faiti.

Con questo intervento si completerà complessivamente il piano di videosorveglianza; piano presentato nel 2014 al Comitato di Ordine pubblico dal sindaco Giovanni Di Giorgi.