17 marzo, 2017 - 1 Commento

LITTORIA O LATINA
MA E’ PROPRIO NECESSARIO?

LittoriaConfesso tutta la mia esitazione nell’affrontare questo argomento, ma poiché è molto probabile che chi mi leggerà non avrà alcuna considerazione delle mie esitazioni, mi decido. Parlerò dell’ultima iniziativa che è nata a Latina – o per mantenere un atteggiamento neutrale: nel capoluogo pontino. Parlo del referendum che si vuole fare per conoscere l’opinione di chi nel capoluogo abita, in ordine all’antico dubbio se esso debba continuare a chiamarsi col nome di Latina (che risale al 1945) o debba ritornare al nome primigenio di Littoria (che è del 1932). A mio avviso, è l’ultima cosa di cui Latina ha bisogno: quel cambiamento del nome, il cui costo nessuno ha ancora valutato (costo per cambiare tutti gli stampati, i timbri, i bolli, le tabelle segnaletiche nazionali regionali e locali, gli elenchi telefonici e statistici ecc. ecc.)- Dico come la penso io. E la penso in un modo molto semplice, direi banale: è più giusto che si ripristini una denominazione che è durata sì e no 13 anni; oppure è giusto che continui ad essere usata una denominazione che “vige” da 72 anni? E’ giusto che si debbano cambiare decine di migliaia di patenti, di carte d’identità e le abitudini di una popolazione che da decenni non ha più nulla a che fare con quella che abitò Littoria; oppure bisogna far riemergere nomi che in modo certamente inevitabile riporteranno a galla un’età politica che la storia ha distrutto e polverizzato anche sotto le macerie di una guerra dichiarata disinvoltamente, condotta senza mezzi e in maniera disastrosa dai capi politici e spesso da quelli militari, che tutta la popolazione italiana, tranne pochi nostalgici, ha rigettato, così rinnovando divisioni delle quali non sentiamo proprio il bisogno?  Oltre tutto quel nome riemergerebbe per una popolazione di Latina che è nuova e diversa, per provenienza, per costumi, per cultura, e alla quale quel nome credo non interessi più di tanto. Mi dispiace dire queste parole per il rispetto che bisogna portare per il gruppo di cittadini che si è fatto carico di questa iniziativa e per chi presiede il gruppo, un illustre generale dell’Aeronautica che ho il piacere e l’onore di conoscere, ma dovendo esprimere una opinione (sono cittadino di Latina e non di Littoria) la esprimerei anche nell’urna referendaria. Ma credo che avremmo potuto farne davvero a meno.   

10 marzo, 2017 - Nessun Commento

I PIATTI ANTICHI DI GAETA NELLA RISCOPERTA DI BRUNO DI CIACCIO

la cucina di gaetaC’era una volta uno dei grandi Signori della Gaeta dell’avanzato secondo dopoguerra. Non era “signore” per nobiltà di lombi, ma per nobiltà di intelletto e di buoni gusti. Si chiamava Pasquale Di Ciaccio, amava la sua terra come forse oggi non la si ama più; e amava tutti coloro che amano la propria terra, col rispetto dovuto, senza polemiche di campanile ed anzi aiutando le altrui ricerche locali. Pasquale Di Ciaccio era, a sua volta, studioso ma ancor più “raccontatore” del suo Paese, Gaeta, con una connotazione speciale: lui amava ricordare non solo i grandi Eventi di cui è ricca la storia di Gaeta, e non solo le splendide cose che la cultura di tutto il sud provincia di Latina e il nord della provincia di Caserta hanno concentrato in Gaeta quando si svilupparono le invasioni saracene che avrebbero annientato Formia fino a farle perdere lo stesso nome. In quegli anni tragici, le popolazioni vicine e meno vicine si raccoglievano e difendevano dietro le mura di Gaeta, in cui portarono ricchezze e cultura da sottrarre alle predazioni. Pasquale Di Ciaccio amava raccontare soprattutto il modo di vivere dei suoi conterranei, il senso della vita comune, delle piccole e grandi abitudini, del modo di vivere dei grandi e meno grandi livelli della società gaetana. Sono personalmente legato ad un libro che pubblicò quando era ancora pieno di forze e di sentimenti: si chiama “La luce blu” e ricorda quel mondo un po’ chiuso di una Gaeta ancora isolata, perché la Flacca non l’aveva ancora aperta a tutti; racconta con grande delicatezza, con grande sensibilità e in punta di penna la vita di ogni giorno, di S. Erasmo e di via Indipendenza, del Borgo e della Piaja.

Questo come introduzione ad un altro Di Ciaccio, che si chiama Bruno e che, con disperazione del papà, non amava le stesse cose che amava Pasquale, ma preferiva la vita più reale e concreta che doveva ancora vivere, un po’ distaccato dai sogni di Pasquale. Bruno Di Ciaccio, figlio di Pasquale, si è preso una rivincita ora che, da pensionato, avendo vissuto una vita di grande dignità e soddisfazione, può dedicarsi anche lui ad esplorare il mondo al quale si riferiva il padre, quel mondo locale fatto di cose piccole e grandi e ben connotate. E si è rivolto ad un campo che coniuga l’amore per il natìo loco alla concretezza e al realismo della vita vissuta tutti i giorni. E’ nato, così, un bel libro che colma una buona parte di lacune nel settore della gastronomia del Golfo di Gaeta (ma Bruno Di Ciaccio la chiama orgogliosamente “La cucina di Gaeta”). E’ un libro che si presenta molto bene dal punto di vista editoriale e che appare subito elegante e pratico nel descrivere le ricette di un tempo che non è passato, perché viene riscoperto di continuo nel fiorire di iniziative che indagano la buona tavola anche antica. Gaeta un tempo era la città dei militari e dei “signori” che abitavano la città medievale; e la città dei pescatori e dei contadini che non potevano abitare dentro le mura, perché i loro orari di lavoro (la sera per la pesca, l’alba per coltivare i fazzoletti collinari che circondano Gaeta dalle sue colline), in quanto le porte della piazzaforte venivano chiuse quando suonava l’Avemaria e riaperte quando il sole era già sorto: quei pescatori e quei contadini, dicevo, scelsero di creare le loro case fuori delle mura. E piano piano nacque un rione (assurto anche alla dignità di Comune per una trentina di anni, col nome di Elena, prima di essere riaggregato a Gaeta). Il rione era chiamato semplicemente la Spiaggia o la Piaja e crebbe attorno ad un rettilineo che oggi è via Indipendenza, a ridosso del mare percorso un tempo da corso Attico. Qui nacque la nuova cucina gaetana, cucina povera o meglio ancora, cucina semplice, fatta dei prodotti della terra che si sottraevano al mercato e dei pesci che non venivano acquistati dai signori. E qui nacque la tiella, una pizza rustica che oggi è emblema gastronomico di Gaeta, così come nacquero una serie di pietanze “povere” che oggi gli chef riscoprono e i turisti richiedono sui menu a pagamento. La rivincita di una società antica su quella moderna che deve servirsene. Bruno Di Ciaccio ci ha così regalato un libro che contiene un’apertura che spiega come questo libro sia nato; che rievoca le atmosfere di un mondo riemerso dal passato; e che illustra, fotograficamente e nel dettaglio delle componenti, degli ingredienti e delle modalità di cottura una serie di piatti gustosi, appetitosi, sani, genuini e soprattutto moderni, nel senso più pieno di questa parola. Non occorre elogiare questo libro: chi scrive si è divertito a leggerlo e si divertirà di più quando riuscirà a tradurlo in portate da gustare e far gustare. E’ solo un libro da avere in casa.

6 marzo, 2017 - Nessun Commento

I PRIMI 60 ANNI DEL RISTORANTE DI FRANCO CHINAPPI A FORMIA

Il ristorante Chinappi di Formia compie i suoi primi 60 anni e festeggia nel modo in cui sa fare, con la sua cucina fatta di prodotti locali, valorizzati dalla sapienza culinaria e dall’amore per un mestiere che è anche arte.

Nel quadro di un’ iniziativa volta alla diffusione della conoscenza dei prodotti tipici di maggiore qualità del territorio sud pontino, la giornalista esperta nel settore, Tiziana Briguglio, ha accompagnato una selezione di giornalisti e di esperti in una ricognizione a Gaeta e a Formia che si è conclusa proprio con il gioioso ricordo dell’inizio di attività di una delle maggiori aziende della ristorazione, segnalata nelle migliori guide nazionali, quella che va sotto l’ormai celebrato nome di Chinappi di Formia. Il titolare, Franco Chinappi ha festeggiato i primi 60 anni del suo ristorante, che costituisce un esempio di evoluzione positiva di una iniziativa  avviata sul territorio, quella di una pizzeria divenuta presto un tempio del buon gusto strettamente fedele alle proprie tradizioni culinarie fondate soprattutto sulle  buone pratiche di cottura del pesce, senza dimenticare un omaggio alla pizza croccante che resta sempre un segno distintivo inconfondibile.

Franco Chinappi è un personaggio straordinario, “prodotto” da una antica panetteria avviata dal padre e che ha sentito il bisogno di differenziarsi pur restando sempre nel mondo della preparazione di cibi. La sua pizzeria è presto divenuta ristorante e il ristorante è diventato un marchio di fabbrica. E ora il marchio di fabbrica ha prodotto per gemmazione un proprio pianeta, affidato alla inventiva di Stefano Chinappi, figlio di Franco, ottimo conoscitore di vini, che ha fatto la scommessa di aprire a Roma un ristorante che porta lo stesso nome di quello di Formia. E ha vinto la scommessa.

La cerimonia di ieri, domenica 5 marzo 2017, è stata solennizzata dalla presenza del sindaco di Formia Sandro Bartolomeo, che ha donato a Franco Chinappi e alla sua Signora Anna, anima della cucina, due targhe: una dell’Amministrazione e una sua personale, a ricordo di questi primi 60 anni.

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