Archivio per dicembre, 2017
31 dicembre, 2017 - 2 Commento

AI MIEI QUATTRO FORTUNATI LETTORI

Hanabi_in_Adachi-ku1Cari Amici che da sei anni (quasi) confortate il solitario e pigro lavoro del redattore di questo Blog, elargendogli commenti e consigli, desidero farVi giungere un grazie di cuore per aiutarmi ad assicurare la sopravvivenza ideale di questo modesto mezzo di comunicazione.

Voglio, soprattutto, inviarVi  gli auguri per il nuovo anno: che il  2018 sia pregno di soddisfazioni per Voi e per le Vostre Famiglie. Ed anche per la mia, si licet…

Il Buon fine 2017 Ve lo invio, invece, attraverso una serie di “detti e motti” che ho colto qua e là e che ho avuto il tempo di annotarmi.
Sorridiamo insieme.

DETTI E MOTTI

Un signore che voleva fare sfoggio di conoscere il latino e ne fa anche d’inglese: Condition sine qua non ( 23.02.2001)

Un signore che voleva citare una nota metafora ma confonde, citando “le cattedre nel deserto” (anziché le cattedrali, 13.06.01)

Good-bay, per dire good bye; un errore davvero, non una mia cattiva lettura (Repubblica, agosto 2001)

Un signore che voleva giustificare l’assenza di un personaggio ad un convegno: E’ testimonio di un matrimonio di nozze (1997)

Un politico che criticava un amministratore: Questa gestione non è certo il surplus (ma voleva dire “non plus ultra”, in un dibattito a Latina)

Un altro che criticava la lenta burocrazia: Una pratica con un difficile itinere (anziché iter: idem a Latina)

Una esagerazione anacronistica: Lo storico isolamento del territorio di Latina (che è una delle città a maggior tasso demografico: in un convegno del 2005)

Ancora una cattiva citazione latina: Captatio benevolentia (anziché benevolentiae, 2005)

La critica di un politico di destra contro la damnatio memoriae del fascismo; E’ una convenscion ad excludendum,  2008)

Un amministratore che lamentava diversità di vedute: Le nostre posizioni sono agli antitesi (anziché agli antipodi, 16. 09. 2008)

Una pillola di ovvietà: La vita è come un fiammifero che viene sfregato ma la cui fiamma va usata il più presto per accendere qualcos’altro, perché’ se aspetti si spegne ed è troppo tardi.

Una battuta storica: L’importante è che la morte ci trovi vivi (Marcello Marchesi)

Un monito morale: Non aver paura che la vita possa finire, abbi invece paura che possa non cominciare (cardinale Newman)

28 dicembre, 2017 - Nessun Commento

LA CUCINA AL TEMPO DEI BORBONI UN LIBRO DI BUON GUSTO E DI BUON VIVERE

IMG-20171227-WA0008A distanza di pochi mesi dal suo primo libro dedicato alle ricette del Golfo di Gaeta, Bruno Di Ciaccio pubblica per l’Editore Cuzzolin una piccola nuova perla della cucina parlata: “La cucina ai tempi dei Borboni”. E’ sicuramente un libro di gastronomia popolare che il più delle volte diventa momento di eccellenza in alcuni piatti; ma è anche un libro di cultura del buon mangiare. Bruno Di Ciaccio, difatti, non si limita a riproporre – dopo una accorta   ricerca dei piatti antichi di quelli che sono ancora sulle nostre tavole con la forza del loro buon gusto – ricette e intingoli, ma esplora il mondo stesso nel quale quei piatti nacquero e si affermarono. Esplora, cioè, la società nei suo manifestarsi, dalle radici popolari e popolane, che dal pescato
meno nobile ma più economico, sapeva giungere alla gloria del gusto  attraverso la fantasia e la fusione tra il mare e la terra; alla cucina della nobiltà napoletana ai tempi dei Borboni. Lo fa con una ampia prefazione nella quale si diffonde a percorrere nello scritto le strade esplorate attraverso odori e sapori; e lo fa accompagnando alla prefazione una lista di pietanze gustose ancora oggi, perché i componenti sono sempre gli stessi: il totano, la seccetella, lo  scorfano con la tracina, il maccherone appena asciugato sugli spanditoi degli antichi pastai, le minestre allestite in quattro e
quattr’otto ma esalanti vapori di bontà. Ma lo fa anche con alcune curiosità e spunti di colore che tratteggiano una gouache di quel mondo che oggi chiamiamo, forse con troppa sintesi, “borbonico”, ma che è modo di vivere e sopravvivere, gustare e intrattenersi: ed ecco le piccole cronache dei giornali d’epoca che si occupano di cucina come si occupavano di politica (non come l’ossessiva ricerca di novità gastronomiche che ormai caratterizza ogni pezzo di odierna carta  stampata); la piccola pubblicità delle trattorie, delle osterie dei fondaci e dei locali “bene” di Toledo e della Riviera o di Santa Lucia a Napoli; le immagini del tavernaio, del mangiatore di maccheroni sempre rigorosamente mangiati come fa Totò in “Miseria e Nobiltà”, ossia con le mani che sollevano i lunghi spaghetti), fino al sorbettaro ambulante, quell’uomo che portava alla gente i gelati che  avrebbe conservato nelle “fosse di neve”, gli antichi frigoriferi scavati nella roccia o nella terra per mantenere il fresco.

In breve, Bruno Di Ciaccio regala un altro saggio del suo gusto di assaggiatore e del suo buon gusto di uomo di penna e di storia d’ambiente. E’ un libro che vale davvero la pena di tenere in casa.

16 dicembre, 2017 - 1 Commento

LA GARITTA DEL PORTO CAPOSELE A FORMIA

LA GARITTA DEL PORTO CAPOSELE di Salvatore Cicconedi Salvatore Ciccone

La caratterizzazione di un sito storico può essere spesso determinata da un elemento inusuale, ma focalizzante pur se di ridotta entità fisica e di “minore” testimonianza storica.

E’ il caso della “garitta” del Porto Caposele a Formia, cioè quel piccolo riparo della sentinella a guardia del muro di confine della Villa Caposele, oggi Rubino, quando essa divenne dal 1852 residenza di re Ferdinando II di Borbone insieme al recupero dell’antico porto già di alcune ville romane.

La garitta cattura l’attenzione man mano che ci si addentra nell’insenatura e ci si approssima alla banchina orientale della quale conclude l’estremità. Ciò si deve alla sua forma cilindrica e allo stesso materiale di cui è realizzata, i mattoni, che la evidenziano nel cantone dell’alto muro di cinta della Villa; ancora più eminente perché rialzata su un poggiolo circolare che vi gira intorno.

Il piccolo vano interno è coperto da cupoletta che risalta le forme esterne, distaccata dal cilindro tramite una cornice che era intonacata con il tutto. Due feritoie si rivolgevano una verso il muro meridionale e l’altra alla via di accesso del porto ad ovest; la visuale della banchina e degli accessi della Villa si avevano dallo stretto ingresso, alto in funzione del copricapo e dell’arma della sentinella.

Il poggiolo attorno la garitta permetteva di voltare l’angolo con più ampia visuale e soprattutto per l’eventuale puntamento del fucile. Il passaggio aggetta sul basamento tronco conico tramite elementi dotati di elegante cornice a “gola rovescia”, con i gradini e la relativa spalletta realizzati di pietra arenaria “di Gaeta”; alla spalletta e al poggiolo era ancorata una ringhierina di ferro.

Lo stato di conservazione del monumentino segue le sorti della Villa e del porto. Già dal 1860, quando il luogo era divenuto quartier generale delle truppe d’assedio a Gaeta e dove si firmò la resa della monarchia borbonica il 13 febbraio 1861, i lavori del Genio produssero vari danni con asportazioni di materiali utilitari. Con la successiva acquisizione da parte della famiglia Rubino, il porto venne distaccato e passato al Comune come approdo per gli armatori locali che vi attendevano anche le opere di raddobbo dei navigli. Gli ultimi eventi bellici produssero altri danni, con le postazioni germaniche, il passaggio alternativo al ponte sulla via Appia di Rialto, i bombardamenti testimoniati dalle scheggiature e dai ferri contorti del grande cancello monumentale sulla medesima banchina.

Ma i danni maggiori sono del tempo di pace, con l’incuria latente e i ciechi comportamenti proprio di chi dovrebbe avvantaggiarsi dell’integrità del sito, deturpando la garitta con elementi pertinenti l’ormeggio turistico. Ad oltre 20 anni fa risale la disposizione di una puntellatura provvisoria ormai marcita; non hanno fatto seguito né controlli, né l’elementare reintegrazione della muratura di mattoni.

Oggi la garitta è superiormente spaccata e incombe il crollo: se non ucciderà qualcuno, sicuramente verrà impoverita la memoria di tutti.

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