13 marzo, 2019 - 1 Commento

DANIELE NARDI, UN RICORDO

daniele e tomHo conosciuto Daniele Nardi in modo del tutto casuale. Lo scorso anno mi trovavo a Priverno con mia figlia, che lo aveva intervistato molte volte e che ne ha seguito come giornalista tutte le ultime spedizioni, fino a quella fatale dello scorso febbraio 2019. Lui usciva da una casa, nella piccola strada c’era poca gente ed è stato facile che Daniele e mia figlia si riconoscessero. Si sono salutati, hanno scambiato un rapido abbraccio e un sorriso, poi mia figlia me lo ha presentato. Mi è parso un uomo sereno e determinato, mentre mia figlia gli chiedeva quali sarebbero state le sue prossime attività. “Innanzitutto voglio ritornare sul Nanga Parbat – ha detto – voglio vincere questa sfida. Non è possibile che dopo aver scalato Everest e K2 non possa trovare il modo di affrontarlo”. Qui ci siamo salutati.

Questo breve scambio di battute mi permette di introdurre questo brevissimo ricordo di un uomo tanto deciso quanto sfortunato. Un uomo che la provincia di Latina, la sua città Sezze, ma anche tutto l’alpinismo italiano, dovranno ricordare. Sono anche io appassionato di montagna, ma non ho mai provato simpatia per l’alpinismo. Rispetto, sì. La montagna, dico la montagna d’estate – per me che ho vissuto tutta la mia giovinezza a Formia, a due passi da quel mare docile come una pecora – dà un senso di quiete e di sorpresa continua. Per venti anni ho frequentato le Dolomiti, dalla Pusteria alla Venosta, dalla Badìa al Cordevole, alla val di Fassa e di Fiemme dove è nato qualche mio zio proveniente dal mio ramo paterno, che era trentino. E ora che non ho più modo di andarvi, mi resta sempre un nodo di nostalgia quando viene il tempo in cui mi recavo con la mia famiglia in mezzo a quelle splendide manifestazione della forza imponente della Natura e della Bellezza. Rimpiango soprattutto il silenzio delle altitudini, rotto appena dagli echi provocati dal ruzzolare di una pietra, dal grido di qualche uccello, dal fischio di una marmotta o dai nostri passi lungo i sentieri che percorrevamo. Daniele Nardi, perciò, aveva tutta la mia ammirazione perché era un vero uomo di montagna, un appassionato che però si lasciava dominare più dall’entusiasmo e dalla fiducia in se stesso che dal timore delle grandi vette degli Ottomila. Sono posti dove si fatica a respirare, dove il vento tagliala faccia e brucia il viso, dove il freddo è un nemico mortale, e il pericolo è in ogni luogo. Più che ammirazione, mi suscitava invidia pensare a Daniele Nardi che per vincere in invernale il Nanga Parbat scalava muri di ghiaccio alti anche mille metri, senza l’aiuto e la sicurezza delle corde, affidato solo al proprio coraggio, alla propria forza, alle due piccozze che lo ancoravano alla parete che precipitava a strapiombo, scavando prima le buche in cui avrebbe infilato gli scarponi o i ramponi. Ho seguito la sua vicenda di uomo e di sportivo con l’apprensione con cui tutti l’abbiamo seguita in quei terribili 11 o 12 giorni dal 24 febbraio, quando si interruppero le comunicazioni col campo base. E, confesso, che quel silenzio mi aveva detto subito che l’irreparabile era accaduto. Quando abbiamo tutti visto schiacciate sul ghiaccio dello sperone Mummery la sagoma di Nardi e quella di Tom Ballard, suo sfortunato amico e compagno di avventura, ho avuto una stretta al cuore. E ho pensato: ma che ci facevano lassù, in quella strettoia di ghiaccio disegnata da rocce appuntite e spietate, pressoché senza null’altro che la giacca a vento arancione e i pantaloni imbottiti, ma apparentemente senza alcuno strumento da usare? E a pochi passi dalla loro minuscola tenda? E ho ripensato ai racconti di Walter Bonatti del 1961 sull’obelisco di pietra, di gelo e di tempeste estive del Freney sul Monte Bianco; e ho ripensato alle descrizioni scarne e scultore se di Erri De Luca – un altro “marittimo” votato all’alpinismo – vi ho ripensato con il dolore e la gioia che danno queste avventure, sia pure vissute da altri. Ciao Daniele, ciao Tom, è questo l’unico modo con cui so e posso ricordarvi, ringraziandovi per il vostro spregiudicato e folle coraggio, che dimostra tutta la forza di volontà e tutta l’audacia di cui l’Uomo sa avvalersi per conquistare un obiettivo caro a lui ma appartenente a tutta l’Umanità.

22 febbraio, 2019 - Nessun Commento

UN PAESE DALLA MEMORIA CORTA

Questo nostro benedetto Paese sembra a volte avere la memoria molto corta. Troppo corta.

Sembra, infatti, che abbia dimenticato alcune fondamentali cose che appartengono alla sua storia, quella bella e quella brutta. Provo a fare un elenco, sicuramente deficitario: ognuno lo completi come desidera.

1. L’Italia fascista ha fatto guerra ad alcune nazioni africane, portando sul loro suolo e dentro i loro confini migliaia di soldati ed armi di distruzioni pronti ad uccidere, e tra esse i gas asfissianti, coi quali sono stati bombardati miseri villaggi indifesi, e che hanno provocato migliaia di morti orrende. Ricordiamo la guerra per conquistare la Libia, e quelle per l’Etiopia (o Abissinia, come si diceva con qualche disprezzo), Eritrea e Somalia. Il tutto per “costruire un Impero”, per sottrarre terreno coltivabile alle povere popolazioni locali, per importare a basso prezzo i loro prodotti

2. Latina ha ospitato per oltre venti anni un Centro internazionale AAI-CIME per i profughi che provenivano dall’Est comunista. Oggi i locali che li ospitavano sono occupati dal Polo universitario di Latina. Vi hanno trovato rifugio migranti che fuggivano un regime comunista contestato: dai Balcani, dalla

Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalla Polonia. Questa gente è servita, in cambio di un alloggio, a condurre anche una battaglia politica dei Paesi occidentali contro quelli orientali. Triste dirlo, ma mi sembra certo.

3. Nel dopoguerra Latina ha ospitato molti di coloro che furono cacciati dalla Libia di Gheddafi, dalla Tunisia e da altri Paesi africani, in virtù della legge del contrappasso

4. Latina e Gaeta hanno ospitato i profughi dell’Esodo: Istriani, Dalmati e in genere Giuliani scacciati dai governi balcanici che si “vendicavano” del trattamento ricevuto dalla invasione bellica italiana. Il Villaggio Trieste di Latina (per gran parte sostituito da nuovi palazzi) ne è una testimonianza

5. Molte migliaia di albanesi sono stati accolti tra le nostre comunità dopo la caduta del regime comunista di Enver Hodxa

6. Poi è stata la volta di migliaia di Polacchi, che fuggivano il regime comunista e trovavano ospitalità presso alberghi e organizzazioni assistenziali

7. Tutti questi sfortunati hanno incontrato la faccia presentabile dell’Italia mediterranea. Poi sono cominciate le migrazioni dalle Filippine; oggi le definiremmo migrazioni economiche, fatto sta che sono migliaia i filippini che si sono stabiliti in Italia, che vi hanno trovato lavoro, hanno dato il loro contributo di idee e di fatiche spesso umili per aiutare l’Italia a gestire le proprie carenze.

8. Grazie a Shengen abbiamo accolto molti cittadini degli altri Paesi europei (ungheresi, romeni) p di Paesi con questi confinanti (Ucraina, Moldavia, ancora Balcani, ecc.).

9. Non posso e non voglio, infine, dimenticare che la Provincia pontina si è costruita anche sul grande contributo assicurato durante la bonifica degli anni Trenta da cittadini provenienti dalle Regioni del Triveneto, dalla Emilia-Romagna, dall’Abruzzo, dalle Marche. E spesso non erano persone rifinite e professionalmehte formate, come la astiosa polemica tra Onc e Commissariato alle Migrazioni Interne dimostra. Erano piccoli artigiani, barbieri, sarti, meccanici, erano contadini senza terra e senza reddito, erano mendicanti, erano persone invise al fascismo, che venivano “punite” inviandole in terra di palude, dove il più delle volte hanno potuto costruire una vita più degna, laboriosa, faticosa.

In tutti i casi l’Italia si è sobbarcata al peso di condividere angoli della propria società e pezzi di Paese con questi vicini di casa, che ci chiedevano aiuto. Ne abbiamo tratto anche grandi giovamenti (vogliamo ricordare solo le badanti che hanno inventato un mestiere e hanno aiutato lo Stato e le famiglie italiane a gestire la parte più faticosa dell’assistenza alle persone anziane)? Molti di questi immigrati, per motivi politici o economici, sono divenuti piccoli imprenditori ed hanno aiutato l’Italia a produrre contributi con i quali si pagano pensioni e altre spese pubbliche. Sono diventati nostri concittadini, senza dimenticare i tanti che sono giunti dal sub continente indiano e che spesso sono diventati semi-schiavi di “imprenditori” italiani, specialmente agriocoli. La provincia pontina sa molto di questo. E anche la cronaca dello sfruttamento, degli incidenti mortali, della vita indecente e sub umana. Questo è anche ciò che succede nel mondo e nei Paesi del mondo che hanno maggiore fortuna di altri.

Perché, allora, oggi a questa gente voltiamo le spalle, anzi su di loro creiamo i capisaldi di una politica di autarchismo antropologico? Perché li facciamo girare per giorni e giorni sul mare, a viverre su pochi metri quadrati di nave e a servirsi in decine e centinaia di uno o due servizi igienici?. E se la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, l’Argentina avessero respinto i nostri migranti che dalla fine dell’Ottocento in avanti andavano a cercarvi una vita migliore? Perché dimentichiamo queste cose? E non voglio neppure richiamare il “primato della civiltà romana e latina e mediterranea ed europea” e tutte le retoriche che sono uno dei tratti caratteristici del nostro cattivo modo di concepire la pace e la vita associata su di un mondo che non ci appartiene che per poche decine di anni? In nome di quale civiltà e di quale principio etico accettiamo imperturbati il ripetersi degli eventi che determinano e hanno determinato migliaia di morti in mare?

Io non ho risposta da dare, perch*è lòe mioe sono domande retoriche. E non mi dite: perché lo vuole il “popolo italiano”. Dovrei far parte di quel popolo? Confesso che non riesco proprio ad adeguarmi a questa “politica”, dalla quale non mi sento protetto.

E povera Europa che fa trattati per costruire su un paesino che si chiama Visegrad dei principi di egoismo inaccettabili.

ANIME NEGRE

Anime negre, che saliste dagli abissi

Ove acque pietose vi avvolsero

Mentre noi vi respingevamo

E Voi cercavate mondi nuovi

Per costruirvi una vita meno incerta.

 

Anime negre, ora vi raccogliete

Con altre anime, gialle, bianche, grigie

Olivastre, formando una nuova iride

Senza colori inutili, scolorata dal dolore.

Anime negre che noi depredammo

E poi lasciammo in una nuova miseria

Facendovi solo assaporare

Il dolce mai avuto di una vita diversa

Ed oggi vi respingiamo negli abissi donde venite

Perché date fastidio alla nostra vita pigra

E non vogliamo rinunciare agli agi

Che un tempo a voi sottraemmo.

 

Anime negre, abbiate pietà di noi

Che solo la grande misericordia

Del Dio misericordioso salverà

Dagli abissi in cui precipitaste

Per darci il privilegio di vivere in morte con voi.

 

11 febbraio, 2019 - Nessun Commento

FORMIA, LA MORTE DI NINI’ MATTEIS

La politica della provincia di Latina ha perduto un suo onorevole esponente. Onorevole non nel senso di deputato, ma in quello di persona da onorare. Giovanni Matteis, il cui nome era ormai divenuto Ninì non solo per gli amici, ci ha lasciati venerdì 8 febbraio 2019. Aveva 89 anni, ed aveva subito qualche anno prima, un disperato intervento al cuore, in una notte delle festività natalizie di cui ricordava solo la gratitudine per la figlia che lo aveva soccorso. Il cuore stava cedendo e quell’intervento eseguito a Napoli gli regalò ancora alcuni anni di vita. Ma lo aveva certamente segnato, al punto che Ninì si era ritirato nella sua graziosa abitazione sulla Riviera orientale di FormIa.

Ninì Matteis era stato presidente dell’Ospedale del Dono Svissero di Formia, assessore e poi sindaco di Formia; assessore provinciale e poi Presidente della Provincia di Latina. Aveva percorso tutti i gradi che la vecchia politica imponeva ai suoi membri, chiedendo loro preparazione e serietà. Ninì aveva seguito la trafila fino al punto in cui quei politici o restavano nel gradino raggiunto, modesto o importante, o compivano la svolta. Ninì aveva meritato la svolta ed aveva assunto le responsabilità di cui abbiamo detto. Di chi ci lascia, si dice, non può che dirsi bene. Io mi trovo in questa situazione non perché Ninì sia morto a questo mondo, ma perché l’ho conosciuto e gli sono stato amico, non in quanto politico, ma in quanto persona intelligente, preparata, onesta, simpatica e soprattutto educata. In politica questa è una dote difficile a possedersi, perché la politica non ammette smancerie. Ma Ninì è sempre stato pieno di rispetto per gli altri, a cominciare dal fatto che non gli ho mai visto indossare un giubbotto in pubbliche occasioni: non l’ho mai visto con la barba incolta, neppure quando si era imposta come moda; non l’ho mai sentito pronunciare una parole fuori luogo. Sapeva parlare e sapeva relazionarsi con tutti: sia quando suo interlocutore era una persona del suo rango, sia quando colloquiava con la gente semplice che lo votava e alla quale era naturale rivolgersi a lui chiamandolo per nome, E lui rispondeva sempre con un bel sorriso e con una battuta in dialetto, sempre ben detta. In occasione delle ricerche che feci alcuni anni addietro per scrivere sui 50 anni della via Flacca, mi scrisse un paio di lettere che rivelano la sua conoscenza dei suoi colleghi politici, ed anche la sua franchezza di giudizio. Sapeva che non avrei mai rese pubbliche quelle lettere; io non gli avevo chiesto giudizi confidenziali, ma lui me li dette sapendo che poteva fidarsi della mia discrezione. Gliene fui grato, come gli sono grato per avermi raccontato tante cose di Formia e dei Formiani, a cominciare da quella “Rivolta dei pezzenti” che esplose negli anni anteguerra e che finì in un libro con quel titolo, di cui possedeva una delle pochissime copie ancora esistenti. Io ne feci una fotocopia dal suo esemplare.

Lui amava la sua Città ed amava i suoi concittadini. Ma non proprio tutti. Con qualcuno sapeva essere tranchant. Di un solo politico non accettava che si facessero critiche: si chiamava Aldo Moro e tutti sanno chi fu. Ninì non era solo un “moroteo” di ferro; era soprattutto un adoratore di Aldo Moro. Andava ad incontrarlo a Terracina, dove lo statista trascorreva i suoi brevi giorni di vacanza, ma era sempre in contatto con il suo entourage più stretto, ma il più delle volte direttamente coin Moro, al quale confidava i supi passi politici, ricevendone consigli che eseguiva come fossero ukàze. Moroteo di ferro, così come era formiano indiscusso: non si sottraeva alla polemica di campanile, nemmeno quando il campanile riguardava le due feste patronali che rievocano i due nuclei in cui Formia restò divisa a partire dal X secolo. A Castellone, S. Erasmo; Bbascio Mola, San Giovanni, di cui portava non a caso il nome. Ma erano sempre polemiche o prese in giro fatte coi guanti gialli e con il sorriso ironico che valeva più di qualsiasi filippica. Quando doveva esprimere un giudizio su chi non gli stava simpatico o non stimava, Ninì sapeva essere, insieme, feroce e discreto. Amante del calcio, amante di una vita distesa, sapeva quietare le acque della polemica con grande signorilità e magari con una battuta. Sono sinceramente dispiaciuto di non averlo potuto salutare il giorno in cui la Città e la Famiglia gli hanno tributato un grato ricordo in occasione delle esequie. Era un momento in cui non potevo sottrarmi a precisi doveri familiari. Ma ho Ninì nel cuore e nel ricordo, e lui lo sa e mi ha sicuramente perdonato. Ciao Ninì.

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