4 maggio, 2019 - Nessun Commento

IL TERZO LIBRO DI BRUNO DI CIACCIO: LA CUCINA AI TEMPI DEL PAPA-RE

libro di ciaccioDopo i due volumi dedicati a “La cucina di Gaeta” e a “La cucina al tempo dei Borboni”, Bruno Di Ciaccio ha centrato il terzo obiettivo della sua gustosa fatica attraverso la gastronomia dei tempi e dei luoghi. l’Editore Cuzzolin ha, difatti, pubblicato “Quinto quarto e ingegno. La cucina della Roma papalina”, scostandosi dal suo naturale habitat culinario-storico rappresentato dalla influenza della Campania. La traccia che ha seguito è quella ormai ottimamente collaudata della indagine volta a ricordare e riscoprire le ricette della tradizione regionale, accompagnandole con gustosissime “chicche” documentarie fatte di antichi giornali che parlano di cucina, testi classici, come le rime di Giuseppe Gioacchino Belli o come il De Re Coquinaria di Apicio; e meno noti, che ha scoperto frequentando le sue fonti letterarie, di cui fanno parte anche le immagini direi inevitabili disegnate da Bartolomeo Pinelli, che costituiscono il colorito contorno di ogni pubblicazione dedicata al Sette-Ottocento della Roma papalina. L’altro marchio di Di Ciaccio fabbrica è la descrizione precisa delle singole ricette, talune illustrate da fotografie fornitegli da illustri chef che ancora le preparano per i loro clienti, dall’elenco degli ingredienti necessari od opportuni, e dal modo con cui si cucinano per trarne il maggior gusto possibile. E la cosa più gradevole è che accanto alle tradizionalissime ricette dei Rigatoni alla pajata o degli Spaghetti all’amatriciana, Bruno Di Ciaccio riporta alla luce ricette apparentemente meno pregiate, che ha saputo riscoprire traendole dal fondo della non-memoria in cui rischiavano di perdersi. Un libro che vale davvero la pena tenere a portata di fornello.

Se l’area esplorata è quella romano-laziale, Di Ciaccio non esita a fare qualche contaminazione di buon gusto con qualche ricetta umbra o toscana che ha avuto buoni assaggiatori nel Lazio. Mi sento di dire senza il timore di essere considerato un piaggiatore, che Bruno Di Ciaccio ha creato non solo un altro bel libro, ma ha offerto ai suoi lettori l’occasione per rinverdire antiche tradizioni che, pur note, rischiano di restare fuori dalle tavole quotidiane.

 

20 aprile, 2019 - Nessun Commento

LA SCOMPARSA DI ANNIBALE FOLCHI
HA SCRITTO LA STORIA DI 50 ANNI IN PROVINCIA

folchiNessuno di noi che gli siamo stati colleghi per tanti anni, lavorando per Il Messaggero, dalla redazione di Latina, avrebbe voluto scrivere il suo necrologio. Perché Annibale Folchi ci ha lasciati improvvisamente, al termine di una breve malattia che lo aveva costretto al ricovero all’Ospedale di Latina, dove si è spento nella notte tra il Venerdì e il Sabato santi.

Non aveva voluto far sapere a nessuno del suo malessere, secondo la sua grande discrezione, il suo star sempre dietro le quinte, pur esponendosi senza timori quando era il caso, con la sua firma che imponeva rispetto, perché ciò che scriveva era sempre documentato.

Funzionario dell’Ufficio per i Contributi Unificati di Latina, di origini molisane, Annibale appena aveva lasciato il lavoro per la pensione si era dedicato al giornalismo e lo aveva fatto con grande professionalità e con una scrittura facile a comprendersi ed elegante nello stesso tempo. Poi era stato colto dal desiderio di esplorare gli archivi storici ed aveva iniziato un’altra vita, dedicata interamente alla scrittura di libri. Ne ha lasciati numerosi, io non riesco a contarli ora. Compongono un arioso racconto del primo mezzo secolo del Novecento in terra pontina. Quattromila cinquecento pagine, ha dichiarato lui stesso al collega Gianfranco Compagno, direttore del Giornale del Lazio, che gli ha dedicato qualche mese fa un racconto biografico. Annibale ha trascorso centinaia di ore soprattutto all’Archivio di Stato di Latina e all’Archivio Centrale dello Stato di Roma, ma ha frequentato tutti gli archivi storici che potevano essergli utili per le sue ricerche sul fascismo in Terra Pontina e per la storia dei vari aspetti della bonifica. Il suo racconto ha agevolato tutti i ricercatori di storia, perché vi sono citati puntigliosamente e professionalmente tutti i documenti dai quali egli ha tratto le notizie utilizzate per ricostruire quel primo cinquantennio del secolo scorso.

Sono rispettosamente sincero se dico che, pur nell’ammirazione e un po’ anche per l’invidia per quel suo gigantesco impegno, non sempre mi sono trovato d’accordo nell’interpretazione di alcune vicende, ed è stato quando Annibale ha voluto rinunciare alla sua natura di oggettivo narratore e ha voluto affidarsi ad ipotesi che ha affacciato con la convinzione di chi ha molto letto. Questo lo dico perché questo necrologio non appaia forzato dalla vicinanza di lavoro e per la comune simpatia per la ricerca. Annibale è stato davvero una persona che ha saputo dare qualcosa di importante alla storia della nostra provincia settentrionale e di Latina in particolare, pur mantenendo sempre un profilo basso, di modestia e di raccoglimento, a differenza di altri che, pur non conoscendo le fonti come lui aveva imparato a conoscerle, non hanno difettato in presunzione e nel dire stupidaggini e banalità.

Nato a Fossalto (Camopobasso) era venuto a Latina nel 1956, Qui si era sposato ed aveva avuto cinque figli, che gli hanno dato dieci nipoti, e ai quali riservava parimenti severità di educazione e tranquilla felicità per la loro riuscita professionale. Lo si vedeva tranquillo e pacioso, sempre con l’amata moglie Gabriella, passeggiare sereno o frequentare le rare occasioni che sceglieva per vedere la gente che amava lo stesso suo lavoro. Aveva comprato una piccola casa nella campagna collinare di Maenza dove, come Coriolano, amava rifugiarsi per godere del silenzio, del verde e del fresco di quel gradevolissimo ambiente. E’ scomparso all’età di 90 anni, 91 a ottobre, per un acciacco, ma la Famiglia e la Città che era diventata la sua Città, Latina, gli sono grati per tutto quello che ha lasciato. E quando un Uomo si fa ricordare nel bene, ha ben vissuto.

Caro Annibale, ti ricorderemo.

 

 

18 aprile, 2019 - 2 Commento

L’INCENDIO CHE HA DEVASTATO NOTRE DAME DE PARIS
LE BOMBE CHE ANNIENTARONO MONTECASSIO
E GLI ITALIANI CHE LA RICOSTRUIRONO DA SOLI

4.MONTECASSINO DISTRUZIONE ABBAZIA20180407_103321Il terrificante incendio che in poche ore ha distrutto la cattedrale di Notre Dame de Paris, ha sconvolto il mondo sensibile. In Italia milioni di spettatori hanno seguito alla tv le immagini, mandate in onda su tutte le reti, delle fiamme che divoravano il legno di quercia delle strutture non edilizie e la svettante guglia. Non conosciamo, mentre scriviamo queste righe, quali danni irreparabili l’incendio abbia apportato anche ai tesori d’arte e della storia della Chiesa francese – ma possiamo dire di tutto il Cristianesimo . che vi erano custoiditi. Giustamente, il Presidente Macron ha voluto assumere l’impegno di ricostruire il tempio, che , quale premier dello Stato francese proprietario, era il “suo”, era sottoposto alla “sua” cura e vigilanza. Nel contempo è partito un appello al mondo per raccogliere i fondi necessari alla ricostruzione, e una risposta è stata subito data con la promessa di versare le centinaia di milioni di euro che saranno necessari a ripristinare una immagine iconica di quella che è stata la Grand Église.

Questa terribile vicenda rievoca le molte vicende che, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, portarono alla distruzione di centinaia di edifici che erano la rappresentazione vivente di secoli di storia della fede e dell’arte. Demolite senza alcun riguardo, e, forse, senza alcun problema di coscienza. Vale una intera città a rappresentarle tutte, quella splendida Dresda che è stata ricostruite com’essa fu.

Ma come dimenticare quanto accadde all’Abbazia benedettina di Montecassino, poche decine di chilometri a sud di Roma, in quel Lazio che fu intrappolato tra la Linea Gustav e lo sbarco di Anzio-Nettuno?

Mi sembra non ozioso ricordare oggi quell’evento, e alcuni suoi dettagli. Ma, soprattutto merita di ricordare come l’Abbazia fu ricostruita da un Paese, l’Italia, devastato dalla guerra fascista, ridotto alla fame, che affrontò il dopoguerra affidandosi alla democrazia, rifiutando il fascismo e scrivendo questo impegno nella Costituzione vigente. La ricostruzione fu assunta solo e soltanto dagli Italiani, i poverissimi Italiani di quegli anni, che versarono il loro obolo consentendo che in poco più di quattro anni, dalle polveri della distruzione, rinascesse la splendida Abbazia che occupa la collinetta di Montecassino.

Vogliamo ricordarlo con questo articolo.

 

La distruzione e la ricostruzione dell’Abbazia

Il 15 febbraio 1946 l’abate di Montecassino Ildefonso Rea lanciava via radio un appello al mondo. Diceva, tra l’altro: «Mai come in questa dura epoca della sua ultramillenaria storia, la Badia di Montecassino ha sentito l’assillo profondo e l’augurale verità del vecchio motto Succisa virescit; recisa ripullulat.…L’albero piantato su queste rupi dal Patriarca del monachesimo occidentale all’alba della formazione della nuova Europa, fu subito percosso, non atterrato, dai venti... Mai però, come in questa sua quarta totale distruzione, la rovina di Montecassino è stata così completa; mai come ora, su quel monte la vita è stata minacciata nelle sue più profonde radici, su quel monte dove da quasi paradisiaca fonte era sgorgata dal cuore di San Benedetto la regola immortale per scendere e diffondersi, linfa vivificatrice, sui solchi della nuova Europa».

Erano passati, da quel discorso, esattamente due anni da quando 244 aerei alleati avevano sganciato con letale precisione oltre 450 tonnellate di bombe sull’antichissima abbazia benedettina, scrivendo un episodio che è stato definito di “scorante stupidità”, di inutile brutalità, o, come scrisse il reporter Richard Collier, un atto di barbarie, «una delle tante perdite di reputazione di tutti i contendenti in questo quarto anno di guerra». Quella distruzione segnò uno dei momenti di massima caduta di una guerra che pure toccò profondissimi abissi di disumanamento.

Eppure, a ripercorrerne gli antefatti, la decisione fu laboriosa e apparentemente tormentata. Fu il generale neozelandese “Tiny” Freyberg, nuovo comandante del settore, a porre come condizione non discutibile la distruzione dell’Abbazia, che per lui era un nido di tedeschi; Mark W. Clark, comandante della V Armata US, espresse inutile contrarietà, così come il generale americano Keyes; Sir Harold Alexander, comandante della 8^ Armata britannica, non lo considerò un problema e non si oppose. Il generale americano Jacob Devers, comandante in seconda delle forze alleate, volle sorvolare l’Abbazia prima di dire sì o no. E nel sorvolo immaginò di vedere soldati e antenne radio. Il comandante in capo delle truppe alleate nel quadrante, Dwight ”Ike” Eisenhower concluse: «Se dobbiamo fare una scelta tra la distruzione di un famoso edificio e il sacrificio dei nostri uomini, allora la vita dei nostri uomini conta infinitamente di più, e l’edificio deve andare». Il permesso fu accordato.

Al momento del bombardamento nell’abbazia non c’erano tedeschi, e questo è storicamente un fatto: c’era l’ultraottantenne abate Gregorio Diamare, c’erano 12 monaci, e c’erano alcune centinaia di rifugiati civili, ospitati nelle profonde grotte del monastero, dove avevano chiesto rifugio perché fuori, nelle ”pagliare”, nei rifugi in collina non si poteva resistere più. Sulle balze aspre di Monte Cassino, sulla collina di Rocca Ianula, sul vicino monte Camino si erano abbattute in meno di due mesi centinaia di migliaia di granate, oltre duecentomila solo negli ultimi due giorni. Qualcosa come quattromila tonnellate di esplosivo. Monte Cassino era diventata una sfida: forse si sarebbe potuta superare con una manovra avvolgente, l’aveva suggerito il generale francese Juin. Non fu fatto. E i tedeschi ottennero uno straordinario successo di immagine: loro si erano tenuti fuori dai sacri recinti, anzi, proprio loro avevano salvato i tesori d’arte del monastero e i millenari libri e incunaboli del grande archivio benedettino. Il 12 gennaio, difatti, sotto l’obiettivo interessato dei fotografi militari, la divisione Hermann Goering aveva caricato su 150 camion militari tutti i tesori archivistici e artistici asportabili conservati nell’Abbazia, anche quelli provenienti dalla Galleria Nazionale di Napoli, e li avevano trasferiti in Vaticano. Tutti tranne due camion, che si ”persero”, ma che, in realtà presero la direzione della Germania dove dipinti di Brueghel, di Tiziano, di Raffaello finirono nelle collezioni private di Goering come sontuoso omaggio di compleanno da parte della divisione che si fregiava del suo nome.

Poco più di un mese dopo, tra le 9.28 e le 11.33 del 15 febbraio, in otto successive ondate, gli aerei alleati scaricarono sull’abbazia 453 tonnellate di bombe di cui 66 incendiarie. Al termine, dell’abbazia restava, letteralmente, un cumulo biancastro di macerie che grondavano polvere e di pietre sbriciolate.

Oltre un centinaio dei rifugiati vi rimasero sepolti, poi dallo sfacelo emerse una bianca processione di fantasmi sopravvissuti, istupiditi dal frastuono delle bombe, terrorizzati dalla morte che avevano visto così vicina. L’abate Diamare fu tra i superstiti: lasciò la distrutta abbazia il 17 febbraio, dopo che erano partiti tutti gli altri. Uscì dal portone che si chiamava Pax stringendo nella vecchia, debole mano una croce, in testa ai suoi monaci. Tesori artistici di secoli furono annientati, ma la tomba di S. Benedetto fu salva.

Il giorno che precedette l’incursione altri aerei alleati avevano lanciato migliaia di manifestini che invitavano a lasciare il monastero. Fu l’atto col quale gli alleati pensavano di aver messo la coscienza al riparo da recriminazioni. Come ultimo atto alleato, prima che fosse dato il via ai B-17, ai Mitchell B-25 e ai Marauders B-26, fu il puntamento sull’abbazia, ai lati del colle, di quattro macchine da presa per documentare l’avvenimento, secondo la buona tradizione dei colossal, stavolta dal vivo.

Il risultato tattico del bombardamento fu desolante: due giorni dopo le fanterie alleate erano ancora bloccate; e il giudizio complessivo fu peggiore: Kesselring lo definì “impresa inutile, anzi dannosa in vista dei futuri combattimenti”, perché “l’Abbazia non era compresa nella linea di combattimento, e anzi alcuni reparti di gendarmeria ne impedivano l’accesso”; Christopher Buckley parlò di “fallimento”: i tedeschi “erano vivi, sani e combattevano con le loro Spandau e le granate con la solita micidiale precisione”. E il generale Harold Alexander: “Questa battaglia fu un successo dei tedeschi”.

E, difatti, appena gli aerei ebbero lasciato il cielo di Montecassino, i soldati della germanica I Divisione Paracadutisti, sotto il comando del Generalleutnant Richard Heidrich, uscirono indenni dai loro rifugi sui monti, prendendo posto tra le macerie, che trasformarono in un bunker nel quale resistettero per altri tre mesi.

La pubblicistica sulla distruzione di Monte Cassino è vastissima. Tra i documenti più toccanti vanno ricordate le pagine semplici e intense lasciate da padre Tommaso Leccisotti, grande storico e grande archivista casinensis. Tra il 1944 e il 1945, quando l’intensità delle emozioni era ancora vita vissuta scrisse il libro Montecassino dal quale fu tratto ampio spunto per la realizzazione del film omonimo, presentato alla Mostra internazionale cinematografica di Venezia del 1946.

Nel suo messaggio radiofonico del febbraio 1946 l’abate Rea aveva concluso: “Risorta dalle rovine, l’abbazia sarà […] il monumento espiatorio della devastatrice furia guerresca, il tempio della pace…, l’ara pacis novae”. La rinascita di Montecassino fu davvero miracolosa, per i tempi brevissimi impiegati, e per la assoluta fedeltà all’originale che gli storici dell’arte, i restauratori, gli ingegneri e i 250 operai conseguirono. Ed anche perché fu merito esclusivo degli Italiani.

Il Vaticano, difatti, si tolse anche un sassolino dalla scarpa: quando l’incaricato di affari Usa presso la Santa Sede, Harold Tittman, offrì fondi americani per ricostruire l’edificio. Il Segretario di Stato vaticano, Cardinale Maglione, replicò amaramente: “Anche se lo ricostruiste in oro e diamanti, non sarebbe il Monastero”.

L’appello di monsignor Rea fu raccolto dagli Italiani, dai poverissimi, straccioni Italiani resi tali dalla Guerra fascista, che si tolsero il pane dalla bocca per versare le lire necessarie a integrare i fondi che il Vaticano mise a disposizione. Fu la rivincita dell’Italia democratica, e fu una testimonianza di generosità che, mentre oggi si studia come restaurare Notre Dame, i Francesi dovrebbero imitare

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