18 agosto, 2021 - Nessun Commento

LETTERA POSTUMA AD ANTONIO PENNACCHI

fabrizio garganoCaro Antonio,
scusami se ti scrivo a distanza di diversi giorni dalla tua trasvolata in un altro mondo, salutata da una folla trabocchevole sia nella cattedrale di Latina che nei giardini esterni dove erano stati relegati quelli che non erano in chiesa, per incapienza.
(il disegno è di Fabrizio Gargano per una delle panchine di Capo Portiere)

Volevo scriverti già da tempo, quando avresti potuto rispondermi al tuo modo, per scherzare con te. E difatti ho trovato tra le mie carte una bozza di lettera che ti stavo inviando, ma che poi non ti ho mandato. Ne riproduco una parte. Leggevo le tue “Spigolature parecchio al di sotto del bene e del male”, e m’è capitata sotto l’occhio una invettiva, scritta in questo modo: “vammorìammazzato”. E mi è venuto un dubbio. Io ho sempre detto “vammoriàmmazzato”. E mi sono chiesto se la lezione corretta è quella tua, con l’accento sulla i, oppure quella con l’accento sulla a. Forse potrebbero essere due lezioni altrettanto corrette, la mia veniente da Cisterna, la tua dalla palude. Ma dire “vammorìammazzato” mi sembra quasi una leziosità, rispetto alla grevità del “vammoriàmmazzato”, dove la voce, scivolando sulla i, plana pesantemente sulla a, che diventa il centro dell’invettiva, quasi che essa non si sintetizzi soltanto nel “morì”, ma nel morire “ammazzato”, che è un po’ peggio. Che ne dici?

Quella lettera non te l’ho mandata più. Il perché è presto detto: con te si poteva scherzare solo se tu eri in posizione di superiorità. Se avvertivi il timore di un tranello o di un passo falso reagivi in un modo che spesso era incontenibile e impossibile a condividersi da un borghese piccolo piccolo come me.

Perché, allora,  ti scrivo questa lettera? Perché ti ho frequentato, ma non troppo; ti ho letto, ma non tutta la tua produzione: mi hai
chiesto due volte “aiuto” per arricchire, con notizie che tu non avevi, i tuoi bei libri e mi hai anche cortesemente ringraziato negli
stessi libri, ma forse  (è una mia sensazione) ne avresti fatto  volentieri a meno. E ti sei inventata la favola dell’autocarro
sprofondato con tutto l’autista nel sottosuolo fangoso di quella che oggi è Piazza del Popolo.  Sappiamo tutti che è una favola, ma tu
l’hai difesa come un fatto reale, facendolo credere a tanti bambini delle elementari di via Sezze, dove eravamo stati invitati per parlare con loro. Ma con la forza delle cose ben dette.

Tu hai inventato un modo di scrivere che si confaceva molto alla tua personalità: leziosamente popolare, spiccio, un po’ dialettale,
facile, comprensibile e agevolmente leggibile quasi da tutti. E’ un linguaggio che ha fatto breccia rapidamente. Lo avevano usato molto gli scrittori americani che volevano entrare subito nelle cose e dirle come le avresti dette tu. Era, però, tanto semplice che, dopo qualche tempo, diventava un po’ usuale e noioso. Io lo reggevo – divertendomi a leggerti – per un libro, forse anche due. Poi diventava ripetitivo e non mi dava più lo stesso gusto delle prime volte. Nei saggi e nei racconti per le riviste ti scatenavi. Forse sono troppo pretenzioso a giudicarlo ripetitivo, ma molti condividono questa mia impressione di lettura. Ma con quello stile hai scritto “Canale Mussolini”: è una storia bella. Tu lo hai definito dicendo che era il libro della tua vita. Ed è giusto che abbia ricevuto il Premio Strega, ed è giusto che abbia venduto tante copie e procurato alla Mondadori tante ristampe, e a te tante interviste, sui giornali, in radio, alla tv, fino a farti diventare il “portavoce” di Latina. Qualunque cosa sia successa a Latina negli ultimi tre o quattro anni era a te che si rivolgevano i colleghi giornalisti per sapere che cosa si pensava a Latina. E qui hai approfittato un po’ della tua posizione privilegiata per farci dire anche cose che non abbiamo mai pensato. Ma a volte non era colpa tua, ma dei colleghi giornalisti che per pigrizia hanno fatto inchieste intervistando solo te. E io soffrivo, a volte, delle cose che dicevi e che non condividevo, ma che finivo per subire passivamente perché tu eri Antonio Pennacchi ed io nessuno. Ne hai un po’ approfittato.

Poi hanno cominciato ad intervistarti anche per avere giudizi, consigli, oracoli, e qui ne hai approfittato ancora di più.
L’ultima è capitata quando Paolo Nori, candidato al Campiello col libro “Sanguina ancora…”, (Mondadori) dedicato alla figura dello scrittore russo Fjodor Dostojevskij ti ha chiamato da Bologna per chiederti cosa pensavi dell’autore di “Delitto e castigo”, dei
“Fratelli Karamazov”, de “L’idiota”, “Il giocatore”, “Memorie del sottosuolo” e tanta altra roba; e alla domanda di Paolo Nori (uno che a volte ti assomiglia) hai risposto netto e secco: “E’ un testa dicazzo!” (testuale). Ora, Dostojevski avrà anche avuto una vitaccia ed avrà pure commesso tanti sbagli, ma credo non meriti tale icastico giudizio. Ma tu eri fatto così e a te tutto si perdonava. Anche certe esagerazioni, e sciocchezze un po’ presuntuose come questa. Oppure non avevi letto nulla di lui?

No, non credo che tu non lo avessi letto, se è vero che hai fatto l’Università. Anzi hai avuto la giusta pretesa di farla, e non potevi averla fatta senza leggere scrittori di quel calibro e di quella testa dura e intelligente. Che volessi fare l’Università lo ha detto a tutti
anche il tuo ex datore di lavoro degli anni Sessanta, Del Pelo, morto prima di te, che, disperato per il fatto che tu lo tormentavi
inventandoti mille contestazioni al “padrone”, scioperi, blocchi di turni, bandiere al vento ecc. che mettevano sottosopra la sua azienda, la Fulgorcavi di Borgo Piave, ti chiese cosa volevi per lasciare in pace lui e il suo lavoro. E tu gli dicesti che volevi il diritto a studiare all’Università. ma in pace, senza la rottura di scatole di turni lavorativi che non ti consentivano di studiare, col tempo che ci voleva, di leggere i classici che dovevi leggere, di scrivere come avresti voluto, perché tu non sei uno scrittore casuale, ma uno che voleva diventare scrittore (e lo sei diventato). In cambio della sua pace,  tu avresti dovuto trovare la stessa pace a casa tua. In cambio avresti dovuto scrivere la storia della Fulgorcavi. Era lo scambio che facesti con Del Pelo e che tu stesso hai raccontato in giro. L’Università l’hai fatta e con profitto, perché eri una persona intelligente, ma la storia della Fulgorcavi non la conosce nessuno. Almeno quella scritta da te. E in questo c’è anche un po’ di compiacimento nel farti chiamare “lo scrittore-operaio”. Scrittore lo sei stato, operaio un po’ meno. Ma tutto fa brodo.
Se uno ti avesse rimproverato questa inadempienza (ma lo era?) tu gli avresti risposto che era la giusta “presa per il culo che un padrone merita”. Ma era lo stesso padrone che ti ha consentito di studiare.

Questo era il tuo carattere, ribelle e un po’ esibizionista, fatto per stupire i tuoi interlocutori. Lo dimostra la tua variegata vita
politica e sindacale. I tuoi fratelli Gianni e Laura sono stati rispettivamente ottimo giornalista (da te molto amato) e ottima
rappresentante del PCI e studiosa di economia, sempre coerenti fino in fondo. Tu, invece, hai avuto molti tormenti: ti sei iscritto al
Movimento Sociale Italiano-MSI, neo fascista, erede di quel partito fascista che aveva imbarcato la tua famiglia su un treno per mandarla a soffrire in Agro Pontino durante la bonifica anni Trenta (ma tu non hai fatto la bonifica); poi sei passato anche tu al Pci, come i tuoi fratelli, poi ci hai ripensato e sei andato nel Psi e così di seguito per quasi tutta la tua purtroppo non lunghissima vita. Eri esponente della Cgil e facevi gli scioperi sventolando bandiere rosse e gridando slogan anche contro chi “osava” darti una mano.
Io ero giornalista de “Il Messaggero” di Latina quando tu organizzavi manifestazioni a raffica. E noi ti davamo una mano perché ci sembrava giusto che Latina raggiungesse una economia industriale giusta e onesta (era quella l’epoca della industrializzazione selvaggia, disordinata e padronale) integrando l’economia agricola della quale viveva insieme alla Provincia tutta. E tu un giorno venisti sotto le finestre de “Il Messaggero” in via Diaz,  a urlare e fare urlare il disprezzo per noi che ti difendevamo. E non capivamo cosa volessi, perché ti rivolgessi contro di noi. Non ci volevi come amici? Bene, ognuno per sé. E non ti fummo più amici. Ti ignorammo, e tu rosicavi, perché tu avresti preferito essere trattato a pesci in faccia, ma non tolleravi di non essere nominato sui giornali.  Fu allora che lasciasti la Cgil e passasti alla Uil, che all’epoca era considerata amica dei padroni o poco meno.

La tua vita è stata davvero un continuo passaggio, segno della tua irrequietudine, non placata neppure dai primi libri che scrivesti e
che ti dettero anche la soddisfazione di un Premio Napoli con “Il fasciocomunista” (che eri tu). Ricordo che partecipavi a tutti i
convegni, comizi, riunioni dove si poteva dire qualche cosa in pubblico. Avevi già indossato i tuoi emblemi: cappello inchiodato in
testa e sciarpa rossa al collo.  Ma cominciavi a farti notare, perché tu eri bravo anche se con un caratteraccio esibizionista e con una parola di critica o di sfida sempre sulla bocca.

Poi venne il successo, venne “Canale Mussolini”. Indovinasti il libro e il titolo della tua vita e mi dicesti una volta che la vita ti era
cambiata. Ed eri felice, ma senza darlo a vedere, perché i denti continuavi a tirarli fuori. Fu la gloria, la giusta gloria. Ma non ne
volesti godere come la gode uno qualunque. In pace, in famiglia, con una nuova condizione sociale, apprezzamenti e pace nella tua campagna. Non ti sembrava una vita vera. Avevi bisogno dell’arena nella quale toreare. I tori erano gli altri. Anche quelli che cercavano di darti amicizia.

Mi telefonasti una sera per chiedermi di incontrarci. Ti dissi subito di si. Mi sentivo anche io lusingato. Cominciarono lunghi racconti sulla guerra in terra pontina. Ma non ebbi mai la soddisfazione di sentirmi compensato dalla tua approvazione. Di quella guerra non sapevi nulla, ma ad ogni mia risposta a tue domande tu opponevi subito una tua obiezione. Mi occupo di storia della guerra “pontina” dalla fine anni Sessanta, quando la guerra era finita da una quindicina di anni e i testimoni erano quasi tutti presenti e io ne avevo inseguiti e intervistati molti. E avevo letto alla Biblioteca Nazionale tutti i giornali italiani dell’epoca. E avevo letto alcune decine dei libri su quella guerra. Insomma, ne sapevo qualche cosa. Avevo scritto quattro libri che erano andati esauriti in poco tempo ma che non volli ristampare perché acquisivo ogni giorno notizie nuove e non mi andava di rieditare le stesse cose, le cambiavo.

Tu mi chiedesti molte cose e tu obiettavi novanta volte su cento. Mi contestavi, certo per tua sicurezza, tanto che giunsi a dirti: ma se non ti fidi di me, perché stiamo perdendo tempo? Ricordo che una volta mi chiedesti una notizia specifica ed io ti risposi sulla base di quello che sapevo, avevo sentito, avevo letto, avevo elaborato. Tu contestasti la mia risposta dicendomi: ma mia nonna dice un’altra cosa. La nonna era una gentile e affaticata vecchietta che viveva in casa e non si era mai spostata da dove abitava. Calai le braccia e mi arresi.

Non ci vedemmo più fino a “Canale Mussolini seconda parte”. Mi chiedesti di poterti dedicare un paio d’ore in una passeggiata per
parlare. Risposi di sì. Era estate. Mi fissasti un appuntamento alle quattro del pomeriggio. Si ripeté la scena. Scrivesti quello che ti
pareva più giusto (ma che me lo chiedevi a fare?), e mi ringraziasti anche su questo nuovo libro. Ma fu l’ultima volta. Probabilmente non facevo per te. Non soffrii di non poter più passeggiare per due ore alle quattro del pomeriggio di una estate pontina per le strade  periferiche di Latina a parlare di cose che non ti garbavano.

Canale Mussolini secondo non ebbe lo stesso successo del primo, e non poteva averlo. Lo stile era talequale, le cose erano più o meno le stesse. L’audacia del titolo si era bruciata col primo libro. Mussolini e il suo canale non erano più una bestemmia, perché le generazioni nuove non hanno mai studiato il fascismo, né hannoconosciuto la guerra. E gli ultrà della Legione nera della curva sud  non amano perdere tempo nelle letture.

Una sera mi lasciasti stupito: ti esibisti come ospite d’onore sul palco di un comizio elettorale in piazza del Popolo. Non so di cosa parlasti (ti seguii per tutto il tuo intervento), perché le tue parole non volevano costruire un concetto: erano, furono una pesante collezione di insulti, di parolacce pronunciate in una pubblica piazza, con un altoparlante che le ingigantiva.

Della tua attività politica mi è rimasta un’ altra curiosità. Fu quando provasti a prendere in braccio Maurizio Mansutti,
democristiano,  e ti rompesti la schiena, già acciaccata. Volevi imitare Roberto Benigni che sollevò tra le braccia Enrico Berlinguer,
ma tu non considerasti che Mansutti non è l’esile Berlinguer. Ti augurai tra me e me con tutta la cordialità possibile di guarire. Sia
per evitarti dolori, sia per stare a schiena ritta. Dopo “Canale Mussolini seconda parte” non ci siamo visti più. Non mi hai cercato
più, né io ho sentito il bisogno di cercarti. E mi dispiacque. Non si buttano così le conoscenze. Poi avesti un nuovo sussulto di quando eri iscritto al Msi e giustificasti una squallida riunione per difendere un uomo politico che ha conosciuto il carcere, inventando un brutto e falso paragone, come avrebbe  fatto un complice, non un amico.

Gli acciacchi ti hanno invecchiato prima di quanto meritassi. Persone con la tua intelligenza avrebbero potuto dare qualche cosa di più e di più vera. Ma te ne sei improvvisamente andato. Ed hai avuto la consolazione di uno splendido funerale. Con tanti amici e tanti finti amici. E con una folla che era la tua folla che ti applaudiva e ti rispettava. Era quello che avresti voluto. E l’hai avuto.

Un saluto affettuoso e un riposa in pace, Antonio. Ne avevi bisogno ed ora la starai sicuramente godendo.

Pier Giacomo Sottoriva

12 agosto, 2021 - Nessun Commento

I ROSICONI

vergognaIl cittadino che protesta (sbagliando) per il cimitero
E’ cominciata la campagna elettorale e cominciano anche a vedersi i  raffigurato, un manifesto che un cittadino ha indirizzato al Sindaco Damiano Coletta accusandolo di non aver stracciato la convenzione che l’ex sindaco Zaccheo (candidato anche a queste elezioni) ha firmato con la società Ipogeo per la gestione del cimitero comunale. E’ nota la polemica che la decisione di Zaccheo sollevò, a suo tempo, tra i cittadini, alcuni dei quali si radunarono persino a protestare in piazza del Popolo sollecitando l’allora sindaco Zaccheo a revocare la decisione, cosa che non è avvenuta. Ora il cittadino protesta prendendosela con Coletta e accusando lui di avere introdotto la “tassa sui morti”; ma lascia in pace l’autore della convenzione, l’ex sindaco Zaccheo. Ma il cittadino sa che cosa significa revocare un contratto già “onorato” da Zaccheo, senza esporre il Comune a denuncia per inadempimento, con relativi danni? Perché il cittadino non se la prende direttamente con Zaccheo che concorre alle elezioni proprio contro Coletta?

desaluQuando “nun ce vonno sta’”
La splendida vittoria olimpica (doppia) di Marcell Jacobs suscitò a suo tempo un tale “ròsico” tra Inglesi e Francesi (e inizialmente
anche Americani) che tirarono fuori dalle loro cassette di sicurezza  alcuni ignobili pretesti non per criticare i loro rappresentanti
sconfitti sulla 100 metri e sulla 4×100, dove erano stati stracciati da Jacobs nei 100 e da Jacobs, Desalu, Patta e Tortu nella staffetta, ma per svilire due splendide vittorie Italiane. Gli Americani il giorno dopo hanno riconosciuto la superiorità azzurra, mentre gli ex Europei Inglesi e gli europei Francesi hanno continuato a insinuare, invece di inginocchiarsi di fronte alla strapotenza dei vincitori e campioni olimpici. Lasciamoli rosicare, prima o poi gli passerà.

Olimpiadi, gli eroi “colorati” e Salvini

Salvini, il maestro della parola pronta, appropriata, efficace, ironica si è fatto cogliere ancora una volta impreparato, sempre
d’estate, sempre al Papetee. Ricordate le parole di un paio di anni fa che gli costarono la perdita del Governo? Ricordate quante parole ha detto contro i migranti (quelli che vengono dall’Africa colonizzata e depredata anche dagli Italiani del fascio; e quelli che vengono dal Sud, definiti come colerosi ed altri aggettivi simpatici come questo). Stavolta le parole gli sono mancate quando ha visto le medaglie che hanno portato all’Italia gli atleti “di colore”, quelli dalla pelle diversa dalla nostra, che hanno gareggiato per l’Italia e le hanno regalato un bel mucchietto di medaglie. Salvini non si è sentito, o  on si è sentito con la solita altezzosa polemica. Ha taciuto. E non ha avuto neppure il coraggio di chiedere che le medaglie vinte dagli Italiani “colorati” dovrebbero essere restituite. Riscuoterebbe molte pernacchie. E intanto rosica.

Durigon, sottosegretario anti Costituzione
Sapete tutti (è diventato un caso nazionale) che il sottosegretario pontino Durigon ha promesso che cancellerà dai “giardinetti” di Latina i nomi di quei tali Falcone e Borsellino che forse non ha mai sentito nominare. Ha promesso che se vincerà le elezioni  a Latina restituirà al parco cittadino lo “storico” nome di Arnaldo Mussolini, il fratello del duce che faceva le cose che non si possono raccontare (leggete il titolo de “Il resto del Carlino”, qui a accanto). Durigon forse si è fermato a leggere la Costituzione fino a prima delle Norme transitorie, che vietano ogni azione volta a ricostituire il disciolto partito fascista, che ha distrutto un Paese intero dopo averlo portato inerme e impreparato in una guerra impari, alleato di un criminale come Adolf Hitler. Ora si legga anche “Il resto del Carlino”. Durigon fa il sottosegretario, perché l’Italia è un paese curioso e accetta tutti. Poi li prova. E speriamo che li bocci. Durigon rosicherà a queste parole. Ma se le merita tutte.

27 luglio, 2021 - Nessun Commento

ARCHITETTURA E PAESAGGIO PER IL FUTURO DI FORMIA

di Salvatore Ciccone

Nella crisi pandemica si stanno sempre più evidenziando gli scompensi ingenerati da un sistema globalizzato basato sui consumi e sullo sperpero delle risorse. Prodotti spesso superflui e di bassa qualità sono diretti a stimolare bisogni per incentivare l’acquisto; una finalità di facile profitto che dai grandi potentati economici è divenuta scopo primario dei singoli, scalzando saperi e mestieri tramandati in generazioni.1

In questa dinamica la città è la prima a soffrire, in quanto articolata alla concentrazione delle più varie funzioni e competenze, accusando così carenze prima eludibili e, soprattutto, lo smarrimento del suo essere nei cittadini e per i cittadini. Formia è in ciò caso emblematico, risaltato dalla problematica di una assente conduzione partecipata entro una visione chiara dei suoi problemi e negli intenti risolutivi realizzabili. Com’è la città oggi è ciò che ci interessa e non com’era, saper vedere e cogliere le opportunità, non l’abbandonarsi a nostalgiche memorie, alibi alla rassegnata inerzia complice di ulteriori sprechi. (nella foto tela di Penry Williams, 1847, coll. privata).

Perciò si continua a prospettare il futuro esclusivamente attraverso la presentazione di progetti materiali, talvolta in avventurose soluzioni dispendiose anche nella gestione, se non impossibili di troppa lunga prospettiva, tutt’altro che rispettose e ad esaurire ciò che il territorio ha ancora da offrire.

Quello che invece va anteposto è lo stimolo alla consapevolezza della cittadinanza, alla partecipazione di una comunità nel suo sapersi migliorare, anche in più modeste e diffuse praticità: non abitanti funzionalizzati alle sole incombenze giornaliere, ma cittadini che responsabilmente identificano il luogo come motivo all’evolvere la loro esistenza; e il modo per realizzare ciò è la semplicità unita al rigore morale cui ognuno deve riferirsi in mutuo beneficio con gli altri. In questo processo quindi, tra le risorse si deve considerare di pari livello se non prioritarie quelle umane, in specie se formate e presenti sul territorio e messe in condizione di operare. Recentemente è stata presentata a Gaeta “Noi cittadini del Golfo”, serie di appuntamenti organizzati dall’Associazione “Cajè” che intende riscoprire le comuni radici culturali del territorio del Lazio meridionale costiero incentrato alle città attinenti di Formia e Gaeta, esteso da Sperlonga a Minturno e al fiume Garigliano, alle isole propriamente Ponziane, vasto ma circoscritto ambito genericamente indicato come Sud-pontino.

2Il primo incontro ha presentato “Il paesaggio del Golfo oggi e di un tempo” una sequenza di immagini articolata ad una libera conversazione tra me e Giuseppe Nocca, rispettivamente nelle competenze di architetto e di agronomo, nelle quali si è esplicitato il concetto di paesaggio quale insieme di fattori naturali e umani, questi ultimi talvolta celati e pertanto non individuabili nel solo panorama che di un paesaggio rappresenta solo un’ampia veduta. Non una carrellata di vedute, monumenti e centri storici, ma una visione di sintesi propriamente identitaria, facilmente trasmissibile e aperta a più specifiche conoscenze. (il disegno a lato è  di S. Ciccone, 2018).

Nello stesso tema rientrano le ultime interpretazioni della villa romana sul promontorio di Giànola a Formia, a seguito del primo scavo dell’edificio ottagonale posto al culmine del vastissimo impianto residenziale tardorepubblicano. Sono state da me pubblicate nella affermata rivista romana “Lazio ieri e oggi” (n. 7-9, 2020), come anticipazione al resoconto dei lavori di cui sono stato progettista e direttore insieme all’ingegnere Orlando Giovannone.

Alle stupefacenti soluzioni della villa, concepita speculare e aperta al panorama costiero in funzione di un diverso uso stagionale, l’edificio si è presentato come microcosmo rappresentativo dei valori paesaggistici naturali e culturali, in particolare riferiti al culto di Diana, arcaicamente “Jana” da cui il nome del luogo. Eccezionali sono gli elementi scenografici graficamente ricostruiti: un complesso di collegamento in scale e rampe rivolto al mare e la parte superiore dell’edificio a terrazza con anello di terreno foltamente piantumato riferito ad una zona di destinazione sepolcrale.

Due piccoli contributi che possono offrire un orientamento verso ciò che la Città di Formia ha bisogno: considerazione dell’architettura quale disciplina attinente la conservazione, la pianificazione e lo studio del paesaggio per il recupero e sviluppo identitario di una comunità.

Le foto

1. I valori del paesaggio del Golfo vengono riassunti nell’umanità, custode della memoria nella continuità verso il futuro (tela di Penry Williams, 1847, coll. privata).

2. Proposta restitutiva dell’edificio ottagonale della villa romana di Giànola, con lo scenografico fronte a mare di collegamento alla residenza e al paesaggio (S. Ciccone, 2018).

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