30 giugno, 2019 - Nessun Commento

MALINCONIE

Qualche sera fa ho acceso la Tv per seguire due programmi dedicati
entrambi al problema di come il nostro Paese – cioè noi, cittadini
italiani –  ci comportiamo nei confronti dei cittadini stranieri –
africani, ma anche sudamericani – che hanno scelto di venire in Europa
per migliorare le loro condizioni di vita e quelle dei loro figli.
Non è stata una buona idea, perché la mia serata si è conclusa con un
senso di smarrimento, di dolore, di meraviglia, di sconforto nel
sentire di cosa siamo capaci nei confronti dei poveri, degli indifesi.

Le trasmissioni che mi hanno angosciato erano  Piazza Pulita, di
Corrado Formigli, su La 7; l’altra era Diritto e rovescio, su Italia
4. Due tagli diversi, ma  un medesimo, angoscioso e irreparabile
disagio. Vi si parlava, anzi vi si testimoniava che genere di popolo
siamo diventati: discriminatori, violenti, odianti, insofferenti,
aggressivi, refrattari ad ogni pietà o solidarietà. Siamo un popolo di
zombie che vogliono annientare altri zombie in nome della superiorità
di razza e di soldi.

Nel comune di Lodi si sono inventati un regolamento di accesso alle
mense delle elementari che attua la “discriminazione del panino!. I
bambini stranieri (anche se figli di italiani di origine sposati a
stranieri, o divenuti cittadini italiani per legge di lunga residenza)
se non hanno come pagare la mensa debbono portarsi il panino da casa
ed essere confinati in una sala diversa da quella dei bambini che
pagano. Eppure quei bambini, intervistati in tv, mostrano una
educazione e una gentilezza che a volte non si riconosce nei nostri
bambini; e parlano in perfetto italiano e con una proprietà di
linguaggio e una scelta di parole che fa meraviglia in piccoli che
hanno dovuto imparare una lingua diversa da quella che si parla in
casa. Essi hanno spietatamente spiegato perché si sentono a disagio
per quel trattamenti discriminatorio, e non lo capiscono perché non
conoscono ancora i meccanismi della cattiva economia e della cattiva
gestione amministrativa. Né quelli della cattiva coscienza.

Ma la cosa più angosciante à stato vedere cittadini italiani anziani
e giovani, maschi e femmine, settentrionali o provenienti dal sud
Italia, che parlavano una stessa lingua: razziale, discriminatrice,
repulsiva e repellente. Solo pochi hanno mostrato avversione per quel
regolamento razzista. Ho immaginato quelle persone la domenica in
chiesa a battersi il petto. A sentire le omelie. A professarsi
cristiani, cioè buoni, comprensivi, generosi, elemosinanti, sofferenti
con il Cristo appeso alla Croce. Mi è venuto orrore. Gente che si
lamenta della nostra burocrazia perché gli chiedono un certificato di
nascita, ma che pretende che gli stranieri dimostrino la loro povertà
esibendo fino a un centinaio (non esagero!) certificati rilasciati dal
loro Paese di provenienza. Ma nei loro Paesi non esiste un servizio
catastale centralizzato che annoti le proprietà immobiliari e allora
occorre un certificato sostitutivo. Ma non può essere un certificato
unico perché nel loro Paese non  c’è un servizio nazionale. “Noi non
possiamo farci nulla”, è l’inesorabile risposta degli inesorabili
gestori della cosa pubblica e dei concittadini di lingua italiana: il
richiedente deve, perciò, fare il giro di tuti leprovince e i
distretti in cui il suo Paese d’origine è diviso e chiedere
altrettanti certificati. Qualcuno ci ha provato, per essere ammesso a
una graduatoria di case popolari, o per essere esentato dal pagamento
di un asilo. E ha fatto il conto di dover pagare oltre duemila euro
tra spese di viaggio, di spostamenti, di soggiorno nel  suo ex Paese,
di bolli e tasse locali per munirsi di certificati che poi in Italia
sono giudcati a volte insufficienti o inadatti, insomma inutili. E i
bambini restano a casa o si portano appresso da casa il panino e non
sanno perché all’ora della refezione vengano divisi dai loro compagni
di banco, di studio, di giochi, e vengano puniti mangiando da soli il
loro panino.

E la gente di strada interpellata dal cronista, a Lodi, a Monfalcone,
a Luino, o in altri paesi del  civilissimo Piemonte che paga 30
milioni di ingaggio all’anno a un bravo calciatore, rifiutano la
pietà, la comprensione a quelli che dovrebbero essere fratelli. E non
sanno che alcune migliaia di anni fa dall’Africa sono arrivate altre
colonne di persone a cercare climi migliori e condizioni di vita
migliori bell’Europa preistorica. Non sanno che Lucy (l’ominide
trovato negli anni Settanta e vecchio di qualche milione di anni) è
anche una loro proto-antenata, anche se essi hanno perduto la melanina
che li faceva neri come i neri; e modificato il Dna dal quale anche
essi derivano.

E mi è venuta una malinconia struggente. Ma non solo verso gli
esclusi, i derelitti. Mi è venuta verso i miei connazionali, nei quali
non mi riconosco. Gente che in chiesa versa il suo obolo per sovvenire
alle necessità dei poveri (i poveri non hanno colori diversi, hanno
tutti fame) e fuori della chiesa scacciano i loro fratelli e negano
loro l’elemosina. E non sanno neppure cosa potrebbe accadere,
alimentando l’apartheid, l’isolamento, suscitando reazioni con il loro
odio di persona che può permettersi ciò che “quelli” non possono.
Hanno dimenticato che anche loro o i loro avi sono stati migranti;
hanno dimenticato che nel secolo scorso noi siamo andati in Africa con
la armi in opugno, a sottometterli, a rubargli il campicello di mais
per “costruire il nostro Impero”. Hanno dimenticato che noi abbiamo
ricevuto accoglienza e ci siamo integrati con gli altri popoli, e oggi
siamo rispettati.  Siamo ancora figli del nostro essere stati
colonialisti, Noi Europei abbiamo depredato le loro terre, li abbiamo
lasciati insegnando loro a farsi corrompere agli alti livelli, in modo
da continuare a dominarli a distanza, dismettendo le armi che sparano
o che uccidono col gas, e dominandoli passando loro sottobanco
mazzette di grande spessore.

E nel nostro Paese non si fanno più figli, e i figli di domani,
quindi, sono quelli che oggi discriminiamo e che ci odieranno o
temeranno perché ricorderanno che li abbiamo odiati e scacciati e
isolati a mangiare il panino da soli.

Ma c’è un’altra malinconia che mi ha preso. Io credo che quella gente
che ripete come una petulante cantilena le frasi fatte (“non dobbiamo
risolvere i loro problemi”, “sono diversi”, “difendiamo i confini”,
“imparino a nuotare”, e altre cattiverie analoghe) abbia appreso
quelle frasi fatte da coloro che dovrebbero essere maestri di un
esempio virtuoso e generoso per l’impegno istituzionale che svolgono,
per le responsabilità che portano, per l’immagine che danno del nostro
Paese, l’Italia.. Se insegnano male compiono sfaceli. E insegnano male
quando dividono i loro amministrati a seconda del paese di provenienza
(nord-sud, Europa-Africa-America del Sud), e insegnano col loro
comportamento che questo è ciò che si deve fare; che così si è buoni
cittadini. Insegnano a disprezzare lasciando passare quel messaggio
come se fosse una dottrina innocua. Sono coloro che banalizzano
l’odio, lo rendono un sentimento qualunque e non un fatto dirompente e
distruttivo. E l’odio non viene  chiamato più odio ma “giustizia”,
“retto comportamento”. Sono quelli che con una frase ad effetto o un
rosario esibito o una invocazione blasfema detta in un comizio
elettorale trasmettono il virus della divisione. Il Cristianesimo ha
impiegato secoli per predicare la parità degli animi e dei diritti;
qui basta un flash in tv per distruggere quei secoli, e abbassare
l’asticella della attenzione morale a livelli sempre più profondi.
Poi chiediamo che l’Europa faccia il suo mestiere, ma per
chiederglielo offendiamo i governanti europei o i Paesi da cui
provengono. Dichiariamo una guerra al giorno, poi chiediamo
comprensione. E prendiamo a modello un signore (per così dire)  che
dovrebbe essere uno dei più importanti al mondo, che, a sua volta,
minaccia ogni giorno guerre, dazi e sconquassi: le guerre nucleari e
le guerre economiche; e che semina divisioni tra le Nazioni che
cercano di unirsi, come l’Unione Europea. E creano a loro uso
grimaldelli per la loro cattiva coscienza. Una cattiva coscienza che
ancora connota negativamente un Paese pur grande e generoso, che viene
trasformato in un mostro di crudeltà e di separatismo da nuovi modi di
combattere gli altri: autorizzando a sparare sui neri e poi assolvendo
gli sparatori.

Quanta miseria, quanta povertà. Come fai a non essere preso dalla
malinconia guardando queste cose?

15 giugno, 2019 - Nessun Commento

CASTELFORTE: INAUGURATO
IL PRIMO MUSEO DELLA LINEA GUSTAV

AEREO DA CACCIA 001 (2)La Linea Gustav ha costituito per lunghi mesi la prima linea della opposizione tedesca alla risalita alleata dopo lo sbarco in Sicilia dell’11 luglio 1943. Questa linea di difesa invernale fu organizzata dal Comandante supremo delle forze tedesche in Italia, Albert Kesselring, e fu il possente ostacolo che bloccò le truppe anglo-americane dal settembre 1943 al maggio 1944, quando, tre mesi dopo lo sbarco di Anzio-Nettuno e l’apertura del secondo fronte in Italia, furono lanciate sui due fronti le Operazioni Diadem e Buffalo che portarono, tra l’11 maggio (Gustav) e la fine dello stesso mese (fronte di sbarco) alla conquista di Roma (4 giugno 1944).

La Linea Gustav, al pari della Linea Gotica (sull’Appennino laziale-tosco-emiliano) è entrata nei manuali di storia della guerra, perché porto alla temporanea neutralizzazione dell’esercito più forte da parte di quello più debole per numero, qualità e quantità di mezzi impiegati. Kesselring basò il suo progetto difensivo su due capisaldi: le asperità del terreno collinare-montano e la possibilità di un suo controllo relativamente agevole; e la impossibilità dell’avversario di utilizzare i mezzi tecnici (soprattutto veicoli e armi a motore: camion, carri armati, semoventi, bulldozer) su strade inesistenti e in ambienti impercorribili. Fu, quindi, una guerra ad armi (quasi) pari, combattuta con obici e cannoni, per maggior parte con la fanteria, da parte alleata, oltre che con il massiccio impiego della forza aerea, che i tedeschi non potevano ormai quasi più schierare.

Particolarmente efficace risultò la risorsa Natura che, unita a quella del clima invernale, costituì l’arma non tanto segreta alla quale i tedeschi si affidarono senza impiegare troppi combattenti. La battaglia per la Linea Gustav si svolse dall’Adriatico (Ortona a mare) al Tirreno (Castelforte, Minturno, Formia e Gaeta) ma si concentrò su una delle pochissime vie di accesso alla strada per Roma, la via Casilina, con la strozzatura di Cassino. La resistenza a Cassino e la folle e inutile distruzione dell’Abbazia di Montecassino sintetizzarono coi loro nomi questo episodio della II guerra mondiale in Europa. E “battaglia di Cassino” essa fu giustamente chiamata. Ma la battaglia di Cassino fu vinta altrove, e precisamente sulle aspre colline che si affacciano sul fiume Garigliano, e precisamente sul versante aurunco di Castelforte-SS Cosma e Damiano, San Giorgio a Liri, Esperia, Minturno.

Per essere ancora più precisi, fu Castelforte la chiave di volta, la vera icona di quei giorni di guerra. I monti che si affacciano verso il fiume, difatti, sono tra i più aspri per la loro conformazione geologica fatta di una superficie del tutto glabra, sassosa, mal percorribile anche agli animali. Non a caso quei pendii potevano essere difesi con isolate casematte o trincee o punti di stazionamento di cannoni e semoventi, con sbarramenti che si avvalevano della roccia e dei numerosi ambienti riparati che vi si trovano. Bastavano pochi e addestrati uomini per presidiarli. E bastarono relativamente pochi uomini ben addestrati a conquistarli. I parà tedeschi da una parte, i reparti coloniali che combattevano nel Corps Expedictionnaire Francaise a piedi, in piccoli gruppi (i goumiers marocchini che provenivano dalle aspre montagne dell’Atlante sahariano e che, quindi, sapevano come muoversi). L’Operazione Diadem fu avviata con un pesante fuoco distruttivo di decine di migliaia di bocche da fuoco alleate, che sfruttarono anche l’effetto psicologico dei “grandi numeri” e dei “grandi rumori”, ma terminò con lo sfondamento della Linea in un tratto di qualche chilometro (forse meno) sulle montagne di Castelforte, dove le truppe marocchine, lanciate in avanscoperta a fare il lavoro peggiore di neutralizzare una difesa ancora fresca e agguerrita, riuscirono in poche ore a superare il sistema di trincee e arroccamenti tedeschi e a costringere l’intero schieramento difensivo ad arretrare per evitare di essere colto a sua volta alle spalle. Alla fine della giornata del 12 maggio partiva l’avviso di ritirata, che fu attuato in perfetto ordine e senza troppi danni fino a Roma e poi alla Linea Gotica.

 

7 giugno, 2019 - Nessun Commento

CHIUDE DOPO 60 ANNI
LA SCUOLA NATO DI LATINA

FOTO NATO LATINALa Scuola di Telecomunicazioni della Nato di Latina ha smesso di operare. E’ stata trasferita in Portogallo. Aveva sede a ridosso di un borgo di Latina, Borgo Piave, e vi è rimasta per sessanta anni. Latina perde un comando militare importante, legato alle telecomunicazioni, ossia alla tecnica, ma perde anche una non piccola comunità fatta di militari, di collaboratori civili, di famiglie di militari che venivano a frequentare e ad arricchire la città di un pot-pourri di persone giovani e motivate, alle quali offriva la sua ospitalità, le sue scuole per le migliaia di bambini che si sono succeduti tra i banchi, i bei luoghi che circondano Latina, il mare, il lago di Fogliano, Ninfa, la storia della collina. Decine di alti ufficiali si sono succeduti a guidare la Scuola di telecomunicazioni ed ognuno di essi ha lasciato una positiva traccia del suo passaggio, sia nelle cose che nei rapporti cordiali che legavano la città ai suoi Ospiti. Sono stato più di una volta io stesso ospite della Scuola, anche quando si chiamava DAT, Direzione Aerea Territoriale. Ho conosciuto qualche Ufficiale comandante, ho sempre riportato un forte senso di empatia. Ho servito a suo tempo come Aviere Governo Leva – così si chiamavano i soldati semplici dell’Aeronautica militare. benché fossi laureato. Mi interessava quel tipo di esperienza, piuttosto che sperimentare d a allievo ufficiale di complemento il comando di qualche ufficio secondario. Ho servito presso l’Aeroporto Enrico Comani, anch’esso Scuola, ma di volo ad elica, che ha formato migliaia di allievi piloti ti numerose Nazioni amiche, nella parte essenziale del loro percorso formativo, quando dovevano imparare a padroneggiare i comandi dei Beechcraft e poi dei Piaggio che costituivano la dotazione della Scuola quando io mi trovavo là. E’ stata una esperienza durata poco per mie ragioni familiari, ma ho potuto godere a pieno di essa, avendo percorso tutti i compiti che il Comando richiedeva da un Aviere. Incluso il servizio all’alto Ufficiale che comandava il mio settore. In quell’ambiente, diverso dalla Scuola Nato, si viveva una sorta di campanilismo “buono” con la stessa Scuola Nato. Noi – anche io che ero un “piombino”, ossia destinato a restare a terra e non a volare – ci sentivamo più determinanti nello scacchiere militare. Noi facevamo volare gli aerei, e non sapevamo esattamente a cosa servisse una scuola telecomunicazioni. L’ho capito dopo quando, smessa la divisa, mi sono dovuto occupare da giornalista di quella piccola ma perfetta struttura.

Di essa qui voglio parlare per due ragioni. La prima è che si sapeva da anni che la Scuola sarebbe stata dismessa, eppure nessuno, dico nessuno tra i politici e gli amministratori della città, si è mai occupato e preoccupato di prevenire e di scongiurarne la chiusura. Si può dire: meglio per la città che sia stato allontanato un possibile obiettivo militare. Ci accorgevamo che c’era un obiettivo quando l’aria si surriscaldava, prima durante la “guerra fredda”, poi con la guerra nei Balcani. Eppure dalla Scuola NATO non è mai trapelato un senso di preoccupazione che allarmasse la Città. Erano dei perfetti uomini responsabili che conoscevano gli effetti dell’allarmismo. Era una struttura fatta di uomini, di famiglie, di movimento di denaro. E questa è la seconda ragione per cui ne parlo. In sessanta anni – tanto è durata la permanenza della Scuola NATO – decine di migliaia di persone hanno contribuito a sostenere l’economia cittadina. Qualcuno ha provato a fare due conti, e ne è venuto fuori che lo spostamento in Portogallo toglierà a Latina un movimento di denaro in termini di spese fatte in città prossimo ai 5,5 miliardi di euro. Una bella sommetta.

Eppure non abbiamo letto una sola richiesta di informazioni, una interrogazione, una rivendicazione, una petizione che scongiurasse la chiusura. Io non so perché, perché nessuno ne ha mai voluto parlare. Segreto militare? E’ troppo poco, considerato che la Scuola appariva indicata su tante tabelle stradali, e non operava in segreto. Operava alla luce del sole. Ora non resta che farne l’epitaffio. Ed è un peccato. La Città è oggi un po’ più povera sotto diversi aspetti. Soprattutto umani.

 

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