20 ottobre, 2019 - Nessun Commento

RITORNO A PONZA
UNA NUOVA, ANTICA CUCINA

20190913_190719Cala Feola, nella parte settentrionale di Ponza, sotto la “giurisdizione” geografica della pittoresca frazione di Le Forna, è una delle più belle e attrattive località dell’Isola dii Ponza. Vi sono ricordi antichi (i resti del forte borbonico su uno sperone di roccia verso nord) e più recenti (la nave Liberty affondata nel 1944 mentre, durante una tempesta, trasportava prigionieri tedeschi da Anzio-.Nettuno, dove gli Alleati erano sbarcati di sorpresa il 22 gennaio 1944, a Napoli, ma andò a finire sugli scogli e si spaccò in due affondando a una quindicina di metri di profondità, oggi meta preferita di immersioni subacquee.

A Cala Feola c’è anche un mucchio di natura: le piscine naturali, che si aprono tra scogli e qualche arco naturale, in un mare che si diverte a passare dal verde smeraldo al blu cobalto, a seconda dei giorni e dei venti; c’è una spiaggetta di sabbia che la stessa natura  ha protetto dalle grandi invasioni: deliziosa, solitaria, intima sia pure con un mare di barche che le fanno la guardia. E vi è una cucina da ristorante, ma “fatta in casa”, la casa dei Romano, Aniello, Gennaro e Rafelina. Per scendere a questo ristorante bisogna percorrere una sinuosa discesa di oltre duecento scalini. A scendere è tutto a posto. A risalire dopo mangiato, un po’meno. C’è anche un’altra scalinata, sull’altro versante della valletta al centro della quale si trovala spiaggia di Cala Feola. Ma qui gli scalini sono molto più irregolari, spesso alti, accompagnati nel tratto finale da una “ferrata” fatta di corda di canapa che brucia le mani che debbono impugnarla. Niente di drammatico, anzi è divertente fare questa scalata. Io sono riuscito a contare circa centocinquanta di quei gradini, anche essi fatti in casa. Poi ho perso il conto per dare spazio a una respirazione più impegnata e meno distratta.

 

20190913_200113Lassù c’è il ristorante La Terrazza. Ma intanto fermiamoci al ristorante La Marina, quello dei duecento gradini. E’ nato come “ristorante abusivo di necessità”, come racconta Aniello Romano, ricordando gli anni passati. Abusivo si declina di solito con “di necessità”, ma per le case. Per i ristoranti c’è da spiegare di più.

“La gente veniva a prendere il bagno in questa caletta “segreta”, poi, quando si faceva l’ora, aveva appetito, aveva sete, aveva necessità di rispettare la fisiologia. Ma non c’era assolutamente nulla e nessuno a cui rivolgersi. E allora abbiamo improvvisato questo piccolo ristorante rustico, alzandolo tra due scogli di tufo grigio e una vegetazione che ricorda da vicino le isole desertiche dell’Oceano Indiano.

Un po’ per merito di madre Natura, un po’ per merito della fantasia dei Fornesi. Piano piano, le ragioni di necessità hanno prevalso su quelle dell’abusivismo e tutto è stato sanato, forzando un po’la mano. Ma, appunto, per necessità. Dispone anche di un piccolo bar, servizi igienici, disponibilità di acqua e una veranda affacciata sul mare che ti trasporta con la fantasia migliaia di miglia marine più verso oriente, un po’ di ricordo di Hemingway.

20190913_184014Ma siamo a Ponza. E qui si sono inventati una cucina antica e di necessità anche essa, con qualche ricetta nuova di zecca, che ha come piatto centrale la “parmigiana a ‘e èpalètte”. Cosa sono  le palette? Sono le pale di fichi d’India appena nate. Si trovano a portata di mano. Debbono essere giovani e morbide, piccole, non ancora fatte grosse. Rafelina racconta questa “nouvelle ancient cuisine”: le spine non si sono ancora indurite e vengono pulite a mani nude, senza conseguenze. Poi le piccole pale vengono pelate con un pelapatate, privandole dellascorza verde. Quello che resta va bollito per una ventina di minuti, poi tagliato a fette come se fossero fette di melanzana. Qui a Ponza la melanzana era difficile da coltivare, e per la gente povera era ancora più difficile. Ecco perché la parmigiana non si fa con le melanzane e diventa una squisita e curiosa pietanza. Le fette vengono disposte come si fa per le melanzane, poi condite con sugo di pomodoro e formaggio grattugiato. La mozzarella non viene messa perché altrimenti la pietanza diverrebbe preziosa e più costosa. E non sarebbe più cucina “povera”, come un tempo. Il forno fa il resto. Ci fanno assaggiare questa “composta”. E’ molto buona, e si fatica a distinguere tra melanzane e palette di fico d’India. Poi c’è la cucina povera di mare. Rafelina spiega anche come si è inventata la trippa di pesce spada, rìcavandola dallo stomaco dello Spada, che assomiglia molto alla trippa dei colleghi di terraferma, i bovini. Ce la presentano su un’ampia padella, cucinata col pomodoro. E’ anch‘essa gustosa e curiosa. Vale la pena affrontare i quattrocento scalini fra andata e ritorno. Noi abbiamo avuto la fortuna di assaporare altri piatti della tradizione di Le Forna, cucinati e serviti presso l’Istituto comprensivo Carlo Pisacane. Li avevano preparati le donne di una certa età di Le Forna, in particolare Assunta Scarpati. Lei ha trasformato la sua casa in un piccolo ristorantino familiare, “La casa di Assunta£, dove serve splendide minestre di lenticchie e di cicerchie, un pane delizioso fatto in casa, morbido e rustico, e saporoso e frutto della fantasia di chi ha saputo attingere dall’antica povera terra di un’isola tutti gli ingredienti utili a sopravvivere con grandi fatiche ma senza troppa spesa. E con grande fantasia e ottimo gusto. Assunta ha creato anche la Bottarga di pesce spada, perché lo Spada è un pesce che sa di Ponza.

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Ma prima di arrivare da Mamma Assunta si gode uno splendido panorama su Cala Feola dal ristorante La Terrazza, dove un giovane e abile chef ci prepara un sontuoso Rancio fellone, noto anche come Gransèola, Sotto il suo carapace rosso che lo chef apre con pochi e secchi colpi, si scopre la polpa che è buona di suo, ma arricchita del buongusto di chi la cucina. Ma non occorrono chissà quali ingredienti: basta la tradizione. Il Rancio ci mette tutto il suo fondamentale sapore.

Ma Ponza si è sposata anche con l’Agro Pontino, nel progetto Cocomero Pontino che Tiziana Briguglio sta portando pazientemente ed efficacemente avanti per conto e con Claudio Filosa, in brand con Tiziana Zottola, Giuseppe Nocca, Giampaolo Cesaretti e Lillina Olleia. Ci hanno offerto un’audace cena tutta a base di cocomero. E di pesce. Ohibò: c’è da gustare e sorprendersi, ma soprattutto dimostrare che il Cocomero pontino si sposa col sushi e con la minestra e persino col dolce. La terrazza del ristorante Eèa ha offerto la sua ospitalità, sotto la guida del maestro Davide De Luca. L’assessore regionale all’Agricoltura del Lazio, la giovane Enrica Onorati, ha messo il suo timbro alla qualità della serata. Che ha suscitato molta meraviglia tra gli ospiti, molti punti esclamativi, ma se volete provateci anche voi. Se il cocomero è buono e il pesce è fresco, il miracolo di questo curioso sposalizio può compiersi. Testimoni di nozze i vini di Casale del Giglio di Santarelli a Borgo Montello-Satricum (Latina). Le Isole Pontine, care al mio ormai antico cuore, non cessano di meravigliarmi. E per mia gioia le chiamerò anche Isole Ponziane., Ma solo con riferimento a Ponza e ai suoi satelliti Gavi, Zannone e Palmarola. Ventotene e Santo Stefano stanno a 22 miglia marine, verso est.

 

11 ottobre, 2019 - Nessun Commento

RITORNO A PONZA

 

20190913_191608Mancavo da Ponza da qualche anno, Un’assenza forzata da problemi personali. Quasi non la riconoscevo al primo impatto. Prima era sempre emozionante e delicata: quei colori pastellati delle case, quell’elegante disegno del porto che penetra fin sotto Mamozio, quell’ormai familiare lieve curva del Comune con l’orologio, quel movimento di barche, di gozzi, di fuoribordo che si postavano nell’avaro spazio di manovra della banchina nuova per fare entrare la motonave sulla quale ci eravamo mossi da Formia.

Non riconoscevo quasi più quei caratteri, tutti positivi. E anche il non vedere più Ernesto Prudente che fumava seduto all’esterno del suo Welcome’s. Era il secondo saluto che Ponza mi dava dopo l’immagine d’assieme che non mi sono mai stancato di guardare mentre la nave o l’aliscafo andavano all’ormeggio.

Tutto più tecnico: lo spazio ricavato da una sistemazione del retro banchina nuova, le molte, troppe macchine che vi trovano parcheggio, il movimento di camion, più ordinato ma tale da dare una impressione del tutto urbana e un po’ cafona di un’isola stupenda. Poi mi sono immerso in un traffico più che urbano, fatto di qualche centinaio di scooter che si affittano e che si infilano dappertutto (non me ne vogliano i locatori, per loro è vita) , col loro fastidioso rumore, per non dire con la velocità e le evoluzioni cui i conducenti si lasciano andare, presi dal piacere delle curve dello stretto abitato e della provinciale per Le Forna, che sale e scende offrendosi agli spericolati. Che qualche volta si fanno male e che sempre turbano quegli ambienti. Via Chiaia di Luna e la Panoramica sono le strade che meglio si offrono a piloti scorretti e inappropriati.

Poi arrivo alla spiaggetta di S. Antonio e trovo un’idea intelligente: in quella zona la strada si restringe e i pedoni corrono rischi. E’ stata creata una passeggiata interna al muretto di confine della spiaggia con la strada. Occupa il bordo della spiaggia, quello che era sempre pieno di erbacce ed era deposito di cose improprie. Ora è una breve e sicura passeggiata, come l’area di Giancos, resa tutta transitabile. Ci vorrebbe qualche altro albero e qualche altra panchina. Ma il mare di S. Antonio mi è parso sconvolgente. Me lo ricordavo pieno di barchette, ma ci si poteva bagnare. Oggi è una muraglia cinese fatta di cinque o sei file di barche, di fuoribordo, di natanti di ogni tipo che sbarrano la vista e l’accesso con la loro presenza e con i corpi morti che riempiono e snaturano un ambiente naturale.

20190915_194426 E poi, quanta gente. Ed era metà settembre. Non mi lamento per l’economia che portano all’isola (tra pochi giorni si chiuderanno le grandi parate di negozi affollati e multicolori di Corso Pisacane, vendite di abiti, di scarpe da mare, gelaterie, cappelli di paglia e cap con le scritte “confinati” divenute un brand creato dai giovanissimi studenti dell’Istituto comprensivo Carlo Pisacane di Le Forna. Corso Pisacane, fino ad una sera inoltrata di un inoltrato settembre era movimentato. Un piacere a pensare che il turismo porta economia. Ma dovrebbe esservi un modus. Sono un vecchio ex promoter di turismo. Pentito, a vedere lo stravolgimento di un’isola stupenda.

Non la riconosci neppure quando scendi alla fermata alla Chiesa di Le Forna, al bivio per Cala Feola. Le Forna non ha ancora perduto la pace che ha lasciato Ponza porto. Ma di silenzio ve ne è sempre di meno, grazie ad un servizio pubblico di trasporto che funziona, anche se non elimina l’eccesso di traffico per un’isola che dispone di pochi e tortuosi chjlometri di strade: parlo del servizio di minibus che ogni quindici minuti passano dalla banchina nuova a Santa Maria fino a Le Forna, e che nei giorni del mordi e fuggi si riempiono pericolosamente fino all’inverosimile. Gli autisti sono bravi, ma danno la sensazione di sfidare qualche volta la sorte, nei punti in cui la provinciale incrocia alcune zone abitate (a cominciare da Santa Maria) dove essa si dimezza a causa delle molte auto che ne occupano un lato della stretta carreggiata, anche in curva. Più che un trasferimento, allora, diventa un brivido, a guardare verso la stupenda vallecola che dall’alto si dirige strepitosa verso il mare del borgo e dei colori delle case.

A me è toccato – e ne sono grato a chi me lo ha fatto fare – anche di scendere dal punto in cui la strada per Cala Feola si interrompe di fronte alle ultime case della breve strada. Lì puoi scendere verso la solitaria (un tempo) spiaggetta di Cala Feola percorrendo una lunga scalinata di oltre duecento gradini, che seguono pedissequamente tutte le curve e tutti i livelli che la costa collinare disegna per accompagnarti fino al mare. E’ un’impresa scendere, è una doppia impresa a risalire quei gradini, specie se hai approfittato della discesa per consumare un pasto nel piccolo ristorante che si appoggia ad uno dei grandi scogli di tufo grigio che si staccano dalle pareti ripide, oggi spesso ricoperte di tante, troppe case.

Del ristorante dirò nei prossimi giorni. Quando finisce anche l’ultimo dei duecento e passa gradini ti smarrisci, perché ti troverai su uno scoglio privo di percorso, e ricco di bozzi e di piccoli ostacoli, che percorrerai però senza timori. Sotto batte l’acqua del mare di Cala Feola, che è un mare stupendo. Al di là ci sono le piscine naturali, altro piccolo miracolo, e la spiaggia che rievoca la pace delle spiaggette disadorne di tante isole dove ci si riconcilia con la natura. (Continua. 1)

26 settembre, 2019 - 1 Commento

CADUTI NELLA II GUERRA MONDIALE DIGITALIZZATI A GAETA OLTRE 300 MILA FASCICOLI

cofIl posto è fantastico: sulle pendici orientali di Monte Orlando a Gaeta, dove un tempo operava lo Stabilimento Grafico Militare, i cui locali – adattati – occupa, è attivo il Ce.De.Cu. Centro di dematerializzazione e conservazione unico. E’ una nuova struttura del Ministero della Difesa che ha come responsabile del servizio il tenente colonnello Vincenzo Lunardo e la cui competenza consiste nella dematerializzazione e conservazione secondo le norme vigenti  delle pratiche cartacee conservate negli archivi della Difesa e dei vari uffici militari.  In altre parole, è la struttura che digitalizza tutti i fascicoli documentali su carta che i vari uffici e comandi militari hanno in deposito. In prospettiva è previsto che esso possa anche mettersi a servizio di altri Enti o Istituti di interesse pubblico, allo stesso scopo. Queste competenze permettono di ottenere un duplice risultato: di trasformare in un dato informatico tutto cià che è contenuto in un foglio di carta, e quindi assicurare la conservazione sul lungo periodo dei dati, rendendoli, attraverso un sistema di inventariazione, semplice e complesso allo stesso tempo, di immediato rinvenimento; e di riordinare tutte le carte conservate nei classici faldoni di carta, con legacci e cartoni, bonificarle, in qualche modo restaurarle e riclassificare i singoli fogli ivi contenuti, per il successivo deposito presso gli archivi del Ministero per i beni culturali (in pratica gli Archivi provinciali di Stato e l’Archivio centrale dello Stato), come patrimonio storico della Nazione.

Il ,Ce.De.Cu. di Gaeta ha presentato ai giornalisti il suo primo grande risultato: la informatizzazione di oltre 319 mila fascicoli personali dei Caduti e Dispersi nella Seconda Guerra Mondiale (si tratta di alcuni milioni di fogli cartacei). Questa massa di dati è ora raccoglibile e perfettamente leggibile, su un piccolo supporto magnetico della capacità di un paio di Tera-byte. Circa 2 chilometri e settecento metri di materiale è così  archiviato in un supporto di pochi centimetri, tascabile e agilmente consultabile.

Questo primo importante risultato è stato illustrato dal Direttore, ingegnere Francesco Grillo,  oltre che alla stampa, anche al Dirigente del Commissariato straordinario per gli Onori ai Caduti in guerra, generale Veltri, che a sua volta ha illustrato scopi e risultati dell’attività fin qui svolta, in relazione ai compiti di coltivazione del culto della memoria patria attraverso lì’Istituto per le onoranze ai Caduti e Dispersi nei vari conflitti in cui l’Italia si è trovata coinvolta negli ultimi secoli.

Gli obiettivi raggiunti sono di grande importanza, sia dal punto di vista morale, della Memoria delle vicende drammatiche vissute dal nostro Popolo; sia dal punto di vista della ricerca storica. Gli studiosi e le Famiglie dei Caduti e Dispersi potranno ora accedere ai dati quasi in tempo reale, acquisendo una perfetta leggibilità dei documenti. Questi difatti, appena sono ricevuti nei grandi scatoloni degli enti militari che chiedono la informatizzazione dei documenti in loro possesso, vengono trattati con l’eliminazione delle muffe e dei germi che si annidano nella carta. La stessa carta viene asciugata in un’apposita macchina e quindi passati ad una spolverizzatrice. I documenti cartacei, quindi, vengono restituiti perfettamente bonificati, stirati e pronti per essere scannerizzati con apparecchiature di avanguardia e capaci di “trattare” molti fogli in pochi minuiti.

L’importantissima struttura, dopo il risultato ottenuto in alcuni mesi, si appresta a fare analoga operazione per oltre 500 mila fascicoli personali di Caduti e Dispersi che parteciparono alla Prima Guerra mondiale. I programmi di sviluppo di questa attività prevedono anche la possibilità di servizi ad altri enti, secondo una pianificazione temporale e tecnica che sarà concordata in base al lavoro da svolgere.

L’area militare gode del meraviglioso panorama del Golfo di Gaeta e dell’ambiente del Parco regionale di Monte Orlando-Riviera di Ulisse.

Il Centro di Dematerializzazione e Conservazione Unico (Ce.De.C.U.) realizzato nell’ex Stabilimento Grafico Militare. Tale servizio potrà essere offerto, in prospettiva, a richiedenti esterni.

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