Archivio per aprile, 2018
30 aprile, 2018 - Nessun Commento

La visita in provincia di Latina
di Enrico De Nicola nel 1947

01DENICOLANon tutti sanno che nell’aprile 1947, l’allora Capo Provvisorio dello Stato Enrico De Nicola compì un viaggio in provincia di Latina, impegnandosi in un tour de force che lo portò ad attraversare nella stessa giornata l’intero territorio. Gli amministratori locali pontini avevano espresso attraverso il prefetto Orrù il desiderio che il Presidente si recasse in visita nei loro centri, perché constatasse l’entità dei danni subiti a causa della II guerra mondiale, conclusasi solo due anni e mezzo prima. Il tema era importante perché si stavano per emanare i provvedimenti governativi destinati a ridare vita a Cassino, Montecassino e ai paesi della bassa Ciociaria devastati dagli eventi bellici, e l’area pontino-aurunca non intendeva essere dimenticata. In particolare, furono i sindaci di Cisterna, Terracina, Fondi, Itri, Formia e Minturno a fare a De Nicola la richiesta “per ricevere l’omaggio delle popolazioni”. Il Capo provvisorio dello Stato non fece passare 24 ore per dare la sua risposta affermativa , e il 2 aprile ebbe luogo la visita. Il Prefetto si preoccupò di due cose, secondo i desideri dell’illustre Ospite: “evitarsi in modo assoluto largo impiego di forze pubbliche” ; e “non costituire ostacolo at popolo di liberamente manifestare at Capo Stato”. Altri tempi. Ciononostante, il Questore di Latina, Giuseppe Salazar, si preoccupò di assicurare “misure di vigilanza per evitare qualsiasi sorpresa”, incluso il controllo delle strade impegnate dal corteo e le ispezioni delle fognature e dei chiusini. Quanto al popolo, De Nicola si preoccupava che esso potesse liberamente manifestare, mentre Salazar disponeva di trattarlo “con garbo non disgiunto dalla dovuta energia”.

Le richieste che De Nicola ricevette furono numerose ( e non tutte soddisfacibili). Egli si trattenne in provincia fino alle 21.30 prima di ripartire per Roma. I Sindaci esposero la situazione dei rispettivi paesi. Nel fascicolo relativo al viaggio (si trova, presso l’Archivio di Stato di Latina), sono rimaste tre relazioni: del Comune di Cisterna (a firma di Felice Leonardi), di Gaeta (del sindaco Giovanni Cesarale) e di Minturno (del sindaco Nicola Bochicchio), oltre a qualche sintetica nota di altri Comuni. Per Cisterna si ricordava che circa 4000 abitanti erano ancora nei “centri di raccolta per profughi di Sabaudia, Latina, Roma e in altre parti d’Italia”, che erano rientrati circa 5000 cittadini sfollati, e che essi “sono tutt’ora ricoverati allo stato primitivo sotto baracche e tuguri, sia in paese che in campagna”. Si chiedevano, perciò, fondi per case popolari, la liquidazione dei danni di guerra, l’approvazione del piano di Ricostruzione, interventi per le opere pubbliche quasi interamente distrutte, e la costruzione di aule scolastiche, fogne, di un lavatoio pubblico e di “gabinetti pubblici di decenza ed orinatoi”. Gaeta, a sua volta, chiedeva risarcimenti, il ripristino dell’acquedotto, la ricostruzione delle case ridotte in macerie, della casa comunale, delle scuole elementari, del mattatoio, del tronco ferroviario Gaeta-Formia, delle banchine portuali minate dai tedeschi, dell’episcopio, della cattedrale e delle chiese parrocchiali, oltre alla esenzione da imposte e tasse, alla bonifica del pantano di S. Agostino, al ripristino del servizio trisettimanale Gaeta-Ponza, al “ripristino degli Uffici pubblici aboliti e trasportati altrove dal passato regime”, come Ufficio del Registro e Distretto militare. Minturno, infine, evidenziava l’emergenza più grave nella mancanza di acqua potabile, fatta eccezione per Scauri, e della rete elettrica; nelle case pericolanti e nelle macerie non sgomberate, nella bonifica dei rii S. Domenico, Capolino e Capodacqua, che sboccavano nel largario di piazza Roma e nei pressi dell’ex cinema Capolino. E mentre si registrava l’apposizione dei vetri alle finestre delle scuole, si lamentava il perdurante sfacelo del carcere mandamentale e della pretura, del municipio e delle case che impedivano il rientro dei cittadini ancora raccolti ancora nei centri profughi.