1 maggio, 2018 - Nessun Commento

1/GLI AVVENIMENTI DEL 1798-99
NEL TERRITORIO DELL’ATTUALE
PROVINCIA DI LATINA

IMG_3976Duecentoventi anni fa, gli avvenimenti che portarono alla formazione della Repubblica Romana e di quella Partenopea (1798-99) attraversarono anche il territorio dell’attuale provincia di Latina, lasciandovi forti segni. Si propone qui solo un breve ricordo di quegli eventi. Essi, furono sfiorati sia in un convegno tenuto a Formia  nel 1997 e dedicato alla Repubblica partenopea,  con l’intervento del compianto Gerardo Marotta e l’allestimento di una mostra documentaria che ricostruiva lo svolgersi degli avvenimenti nell’area meridionale. Così come nel 1999 si tenne a Terracina un secondo convegno dedicato all’insieme di quegli avvenimenti. Poche, sintetiche note per introdurre il periodo. Dopo la formazione della Repubblica Cisalpina (che aveva inglobato quella Cispadana), il vento
del rinnovamento si era esteso alle aree politiche centro-meridionali: anche nello Stato pontificio e nel regno di Napoli, quindi, si erano creati movimenti che puntavano al rovesciamento istituzionale. Sostenuti dall’esercito francese,  essi portarono, il 16 febbraio del 1798, alla proclamazione della Repubblica Romana, e alla conseguente
occupazione del territorio pontificio fino a Terracina. Il re di Napoli Ferdinando II operò un tentativo per restituire a Pio VI il suo stato, e nel novembre 1798 mosse su Roma1: ripristinò, strada facendo, l’autorità pontificia (a Terracina il 25 novembre), penetrò nel proclamato territorio repubblicano con le sue truppe, innalzò le sue insegne sul riconquistato Quirinale, ma dopo aver subìto, il 10 dicembre, una dura sconfitta a Civita Castellana, abbandonò
precipitosamente l’impresa per rientrare nei suoi territori, inseguito dalle truppe francesi.  Un bello spirito commentò in versi: “Con soldati infiniti / si mosse dai suoi liti,/verso Roma bravando / il re don Ferdinando / e in pochissimi dì / venne, vide e fuggì”. Il vincitore Championnet pose a Terracina il quartier generale delle sue
operazioni contro Napoli. Ma la presenza francese non tranquillizzava le altre potenze europee e così Austria, Russia e Inghilterra si contrapposero alla Francia, portando, nel 1799, al ritiro delle sue truppe e al tracollo delle Repubbliche giacobine. Tra la metà del 1798 e il 1799 quella che oggi è la provincia di Latina si trovò, dunque,
ad essere percorsa più volte dalle truppe napoletane e da quelle francesi, con risultati decisamente sconfortanti per le città attraversate. La situazione politica locale era, a sintetizzarla al massimo, divisa tra una sostanziale fedeltà al pontefice (e nel sud al re) e fermenti di rinnovamento, che furono definiti giacobini. Essi impegnavano soprattutto una minoranza illuminata – borghesi, intellettuali, anche sacerdoti – capace di suscitare emozioni e ribellione. Da questa situazione nacquero movimenti di adesione alle repubbliche, a volte con la formazione di governi locali che mutuarono alcuni degli istituti francesi (la mairie, il Sindaco) e che presero simbolo visibile nella erezione degli alberi della libertà;  e in contrastanti movimenti di insorgenza, alimentati dalle classi più legate al vecchio potere, sostenuti da qualche capo-popolo, e di cui erano braccio armato bande o masse di “scarpitti”. Il periodo fu,
insomma, fortemente conflittuale all’interno dei corpi sociali locali.
Quasi simbolici di quella conflittualità e del rapido evolversi e mutare delle contrapposte emozioni e delle conseguenti determinazioni politiche, furono gli avvenimenti di Sezze: qui il 24 febbraio 1798 si decise di alzare l’albero della libertà con un gesto solenne e formale, attraverso un atto rogato dal notaio Lidano Maria De Grandis
(che, però, annotò successivamente a margine l’espressione “coactive rogatum”); e venne, contemporaneamente,  adottata la bandiera coi tre colori bianco, rosso e nero, come ricordano documenti conservati
nell’Archivio di Stato di Latina. Ma appena pochi mesi dopo, il successivo 29 luglio, le cose vengono capovolte: “Dall’istesso popolo viene reciso, distrutto e abbrugiato l’infame albero e detestata l’infame Democrazia”.

Quella fine Settecento avrebbe dovuto essere anche il periodo conclusivo della grande bonifica moderna avviata da Pio VI nelle paludi pontine. La via Appia era stata ripristinata dopo circa mille anni di abbandono; erano state costruite le stazioni di posta a Bocca di fiume, Mesa e Ponte Maggiore, ed era in fase di completamento
quella di Tor Tre Ponti, dove era stata edificata anche la chiesa dedicata a San Paolo. La bonifica aveva avuto straordinari riflessi soprattutto per la città di Terracina, che era stata ricollocata al centro di un grande itinerario commerciale, politico e culturale. Ed erano state realizzate grandi innovazioni nel tessuto urbano: un nuovo
quartiere era nato ai piedi della collina, nelle “arene”, e si chiamò Borgo Pio. Lo dominava il Palazzo Braschi, costruito dal papa per la sua famiglia.  Pio VI aveva, inoltre, impostato una serie impressionante di opere pubbliche: l’ospedale, l’episcopio, i giardini della Marina, la dogana, l’albergo, la posta, ‘acquedotto del Fico, il porto, che  doveva essere uno dei punti di forza del suo programma. Ma mentre il Canale di Navigazione, scavato a partire da Ponte Maggiore, fu ultimato, il bacino finale restò sulla carta, interrato tranne che nella parte dove si allargava una darsenetta, che ancora oggi si chiama con un nome romagnolo, lo squero. Furono, infine, costruiti i
Granari camerali, e aperta una nuova importante via, la strada Pia. Quest’opera sarebbe dovuta continuare con la costruzione della chiesa e del convento dei Domenicani, progettati da Giuseppe Valadier, che
ideò anche la sistemazione dell’antistante spiazzo del Semicircolo. Ma i francesi posero fine a tutto, arrestando Pio VI (che sarebbe morto esule a Valence il 29 agosto 1799), e ripiombando Terracina indietro nel passato. La spedizione francese attraverso il territorio della provincia utilizzò, dunque, quella via Appia che dal 1784 era ridivenuta strada postale e comoda via di penetrazione militare. Il primo paese a pagare lo scotto di quegli avvenimenti fu Cisterna, che era stata liberata dal grande bosco che ricopriva l’immediata periferia del paese e la stessa Appia fino a Tor Tre Ponti. Il paese subì guasti dapprima ad opera delle truppe borboniche in ritirata, che fecero man bassa di animali, poi dei francesi. Anche Sermoneta ebbe la sua parte di guai: i Francesi penetrarono senza incontrare resistenza
nel castello dei Caetani, dei quali si puniva la fedeltà al pontefice, asportandone i 36 cannoni, che avrebbero dovuto difenderlo, e l’intera armeria, mentre le stanze di residenza, anche quelle che portavano sulle pareti gli affreschi della scuola del Pomarancio, furono utilizzate come bivacco delle truppe o furono adattate a prigione.
Sulle loro pareti i graffiti raccontano ancora nelle ingenue raffigurazioni di tricorni giacobini,  di spaventate suorine, di cannoni e  di bandiere papaline le vicende di quegli anni e quelle delle successive “campagne” francesi. Anche l’abbazia di Fossanova fu depredata e i suoi beni venduti sulla piazza di Priverno.
(continua/1).
(Ripr. vietata senza citare origine)

30 aprile, 2018 - Nessun Commento

La visita in provincia di Latina
di Enrico De Nicola nel 1947

01DENICOLANon tutti sanno che nell’aprile 1947, l’allora Capo Provvisorio dello Stato Enrico De Nicola compì un viaggio in provincia di Latina, impegnandosi in un tour de force che lo portò ad attraversare nella stessa giornata l’intero territorio. Gli amministratori locali pontini avevano espresso attraverso il prefetto Orrù il desiderio che il Presidente si recasse in visita nei loro centri, perché constatasse l’entità dei danni subiti a causa della II guerra mondiale, conclusasi solo due anni e mezzo prima. Il tema era importante perché si stavano per emanare i provvedimenti governativi destinati a ridare vita a Cassino, Montecassino e ai paesi della bassa Ciociaria devastati dagli eventi bellici, e l’area pontino-aurunca non intendeva essere dimenticata. In particolare, furono i sindaci di Cisterna, Terracina, Fondi, Itri, Formia e Minturno a fare a De Nicola la richiesta “per ricevere l’omaggio delle popolazioni”. Il Capo provvisorio dello Stato non fece passare 24 ore per dare la sua risposta affermativa , e il 2 aprile ebbe luogo la visita. Il Prefetto si preoccupò di due cose, secondo i desideri dell’illustre Ospite: “evitarsi in modo assoluto largo impiego di forze pubbliche” ; e “non costituire ostacolo at popolo di liberamente manifestare at Capo Stato”. Altri tempi. Ciononostante, il Questore di Latina, Giuseppe Salazar, si preoccupò di assicurare “misure di vigilanza per evitare qualsiasi sorpresa”, incluso il controllo delle strade impegnate dal corteo e le ispezioni delle fognature e dei chiusini. Quanto al popolo, De Nicola si preoccupava che esso potesse liberamente manifestare, mentre Salazar disponeva di trattarlo “con garbo non disgiunto dalla dovuta energia”.

Le richieste che De Nicola ricevette furono numerose ( e non tutte soddisfacibili). Egli si trattenne in provincia fino alle 21.30 prima di ripartire per Roma. I Sindaci esposero la situazione dei rispettivi paesi. Nel fascicolo relativo al viaggio (si trova, presso l’Archivio di Stato di Latina), sono rimaste tre relazioni: del Comune di Cisterna (a firma di Felice Leonardi), di Gaeta (del sindaco Giovanni Cesarale) e di Minturno (del sindaco Nicola Bochicchio), oltre a qualche sintetica nota di altri Comuni. Per Cisterna si ricordava che circa 4000 abitanti erano ancora nei “centri di raccolta per profughi di Sabaudia, Latina, Roma e in altre parti d’Italia”, che erano rientrati circa 5000 cittadini sfollati, e che essi “sono tutt’ora ricoverati allo stato primitivo sotto baracche e tuguri, sia in paese che in campagna”. Si chiedevano, perciò, fondi per case popolari, la liquidazione dei danni di guerra, l’approvazione del piano di Ricostruzione, interventi per le opere pubbliche quasi interamente distrutte, e la costruzione di aule scolastiche, fogne, di un lavatoio pubblico e di “gabinetti pubblici di decenza ed orinatoi”. Gaeta, a sua volta, chiedeva risarcimenti, il ripristino dell’acquedotto, la ricostruzione delle case ridotte in macerie, della casa comunale, delle scuole elementari, del mattatoio, del tronco ferroviario Gaeta-Formia, delle banchine portuali minate dai tedeschi, dell’episcopio, della cattedrale e delle chiese parrocchiali, oltre alla esenzione da imposte e tasse, alla bonifica del pantano di S. Agostino, al ripristino del servizio trisettimanale Gaeta-Ponza, al “ripristino degli Uffici pubblici aboliti e trasportati altrove dal passato regime”, come Ufficio del Registro e Distretto militare. Minturno, infine, evidenziava l’emergenza più grave nella mancanza di acqua potabile, fatta eccezione per Scauri, e della rete elettrica; nelle case pericolanti e nelle macerie non sgomberate, nella bonifica dei rii S. Domenico, Capolino e Capodacqua, che sboccavano nel largario di piazza Roma e nei pressi dell’ex cinema Capolino. E mentre si registrava l’apposizione dei vetri alle finestre delle scuole, si lamentava il perdurante sfacelo del carcere mandamentale e della pretura, del municipio e delle case che impedivano il rientro dei cittadini ancora raccolti ancora nei centri profughi.

30 marzo, 2018 - Nessun Commento

NOVITA’ A FORMIA PER LA GARITTA DEL PORTO CAPOSELE

Il Porto e la Villa Caposele con la garitta sul cantone del muro di cinta

Il Porto e la Villa Caposele con la garitta sul cantone del muro di cinta

di Salvatore Ciccone

A poco tempo dalla pubblicazione in queste pagine circa l’imminente crollo della garitta del Porto Caposele, è opportuno registrare gli sviluppi sulla sorte del piccolo edificio, costruito
per le sentinella all’accesso dal porto della Villa Caposele allorché nel 1852 divenne residenza del re Ferdinando II di Borbone. Infatti si è reso pubblico il suo recupero all’interno di un progetto di una società di gestione degli approdi, autorizzato dal Comune di Formia per essere sottoposto al parere della “Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Provincie di Frosinone, Latina e Rieti”. La notizia se da un lato conforta, dall’altro accresce la  preoccupazione sull’imminenza del crollo in considerazione dei tempi della burocrazia, e suscita alcune riflessioni.
La prima è che in tanti anni non si è riusciti ad intervenire su un bene della collettività se non attraverso l’esigenza funzionale di privati; quindi che i beni storici vengono considerati rispetto ad una utilità diversa dall’assolutezza del loro valore. Questo aspetto non va sottovalutato, perché il patrimonio pubblico è esposto al degrado e alla dispersione se non interviene una congiuntura di utilità, la soggezione a progetti i quali possono prospettarsi valevoli, come pure risultare incongrui ai significati degli ‘oggetti’ e dei siti.
Nello specifico non si può giudicare e auguriamoci il meglio. Resta però un nodo da sciogliere, cioè che il patrimonio culturale deve essere salvaguardato come testimonianza di civiltà e principalmente a beneficio dell’avanzamento cognitivo dei cittadini: dove questo principio è indubbio incide a favore della prosperità economica e sociale. Sul recupero della garitta ora si pone un aspetto tecnico-economico, poiché la frantumazione e il cedimento a blocco della copertura presagisce un intervento costoso, se si vorranno conservare le parti originali, oppure una ricostruzione integrale che se salverà l’immagine complessiva rappresenterà la perdita della testimonianza ricevuta; del tutto diversamente se fosse stato concepito un intervento preventivo.

In conclusione, bisogna crescere ancora nella consapevolezza e ciò ha bisogno di tutti ma con umiltà e rispetto. Invece i beni si ‘riscoprono’ e sono talvolta esibiti anche sulla rete nella bramosia dell’apparire, ignorando studio, adeguata divulgazione e altrui lavoro, in pratica azzerando continuamente i riferimenti del patrimonio culturale: magra consolazione è che quelle notizie fallaci presto saranno ignorate, ma in questa situazione quei beni e la Città certo non se ne avvantaggeranno.

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