4 ottobre, 2020 - Nessun Commento

GIUSEPPE ZANDER ARCHITETTO NELLA PROVINCIA DI LATINA

zander

di Salvatore Ciccone

 Ebbi la ventura di incontrare Giuseppe Zander sullo scorcio del mio corso di laurea in architettura a Roma. Ero ancora convalescente da un serio infortunio che mi aveva invalidato l’occhio sinistro, subìto durante i rilievi per la redazione della Tesi e che non poco ne condizionava gli esiti. L’argomento di quella riguardava la grande villa costiera tardo-repubblicana estesa sul promontorio di Giànola dalla parte di Formia, favorita tra i miei vari studi di architettura antica della zona e che già avevo trattato in vari articoli dal 1976. Alla rinunzia del Relatore da me prescelto, Zander, professore di Storia dell’Architettura, fu entusiasta di prenderne il posto per guidarmi nell’analisi del complesso delle rovine e in una proposta di restauro della parte di esso più eminente, un originale edificio di pianta ottagonale identificabile tra i musaea o grotte artificiali. Coronato l’esame col massimo dei voti, egli era così interessato all’argomento che per alcuni anni con pervicacia mi spronò a pubblicarlo nella rivista del settore “Palladio” edita dal Poligrafico dello Stato, il che avvenne nel n. 5 del 1990 con una sua postilla, ma che purtroppo non poté vedere: il 19 luglio accadde la sua contemporanea morte che lasciò tutti increduli ed io smarrito per lungo tempo.

La circostanza della Tesi infatti non fu che il tramite di una più varia frequentazione, essendomi trasferito a Roma, in seno alla sua splendida famiglia e in San Pietro di cui era Primo Dirigente dell’Ufficio Tecnico della Fabbrica, divenendo per me mentore e io il confronto del suo ineguagliabile dialogo didattico. E in questa fase troppo breve, dove non sentii e non vedevo ragione di approfittare, egli si concedeva in varie argomentazioni, vicende, aneddoti sulla propria vita e narrazioni sull’attività in specie nel mio territorio nativo.

facciata zanderMi raccontava del suo esordio nella professione nell’immediato dopoguerra, allorché si poté esercitare senza Esame di Stato, certo superfluo alla preparazione dei laureati di allora. In questa circostanza considerava fondamentale l’arduo progetto di completamento della nuova chiesa dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Formia, che il suo maestro Gustavo Giovannoni aveva lasciato con le mura di ridotta altezza e indefinita nel presbiterio: la copertura poi si doveva impostare su archi trasversali di circa 18 metri di luce. Avendo da quegli avuto i disegni prima della morte (15 luglio 1947), per affrontare i problemi strutturali e risolvere la facciata da quella originale classicheggiante più onerosa, fece frequente confronto con l’architetto Marcello Piacentini che dimorava per diporto a Formia in una villa in prossimità di quella dei Savoia oggi Grande Albergo Miramare. Invece il suo occasionale piede a terra era il villino al di sopra del Porticciolo Caposele e messogli a disposizione dal proprietario Don Peschillo, dovendo però scavalcare la recinzione allora sulla via Appia e poi aprire l’uscio con la chiave nascosta sotto un vaso. Il risultato fu raggiunto nel 1953 con una facciata di maestosa sobrietà piacentiniana, ma con gli annessi parrocchiali sminuiti in corso d’opera. Comunque è da qui che si svilupperà la sua attitudine nella progettazione e restauro di chiese negli anni della ricostruzione e sviluppo di nuovi quartieri, ulteriormente affinata nei riadattamenti secondo le esigenze liturgiche scaturite dal Concilio Vaticano II; attività che egli condurrà nel solco della tradizione architettonica quale profondo studioso, ma sapendola coniugare alle nuove tecniche ed esigenze dell’attualità. In ciò mi diceva che bisognava analizzare un antico edificio nel più intimo dei significati e attraverso un chiaro disegno rispondente ad una verifica metrologica; ma anche che non bisognasse rimanere soggiogati dall’entità storica, che doveva promuovere l’azione attuale del progettista: dunque un architetto umanista, più ancora d’impronta vitruviana nella originaria accezione professionale. Nel volume Giuseppe Zander Architetto, edito a Roma da Palombi nel 1997, premurosamente curato dai figli Pietro e Olimpia con Roberto Luciani, dalla selezione del vasto e curato carteggio si coglie pienamente il suo ‘essere’ architetto, dove il disegno è protagonista di idee limpide, così come espresse nelle relazioni oppure nelle memorie strettamente attinenti le caratteristiche e le motivazioni delle opere, senza grovigli intellettuali.  (nell’immagine la facciata di progetto della Chiesa dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Formia)

Nella rassegna dei molti progetti si rileva la sua attività nella provincia di Latina, nel cui capoluogo visse dapprima con la famiglia di origine, benché fosse nato a Teramo il 7 maggio 1920 e ancor di più remota provenienza germanica. Pertanto, a cento anni dalla nascita e a trenta dalla morte, si può in quel territorio percorrere una sorta di itinerario nel valore e nella metodica dell’architetto alla scoperta di tanti monumenti da egli restaurati e di nuovi edifici per questo spesso invece ignorati.

A Formia, realizzò anche case popolari, una in particolare con corte centrale e negozi nella prossimità orientale di quella chiesa, su via Emanuele Filiberto (1947); non ebbero seguito invece le belle proposte per la facciata della chiesetta di “Stella Maris” pertinente villa Leonetti già Torlonia, sul lungomare di Vindicio (1951).

casa zanderA Gaeta, nel borgo di Elena, non ancora laureato (1944) progetta l’edificio ad arcate destinato a case dei pescatori, accanto la chiesa di S. Agata, recepito e realizzato dal Genio Civile. Nel 1962 attende al restauro della bombardata chiesa romanica del SS. Salvatore presso la cattedrale nel quartiere S. Erasmo; di quest’ultimo redasse in quegli anni con l’ing. Mario Berucci il piano di sistemazione insieme a quello paesistico della costa, entrambi inattuati. (nell’immagine Case per i pescatori)

A Itri, progetta la ricostruzione del portico e del campanile della trecentesca SS. Annunziata (1947), oggi S. Maria Maggiore, grazie ai rilievi da lui eseguiti prima dei crolli.

A Minturno: asilo con conventino di Suore a Scàuri (1949-50); restauro della ex cattedrale romanica di S. Pietro (1966-67).

A Castelforte: nuova chiesa di S. Antonio di Padova in contrada S. Lorenzo, prima a navata unica e poi realizzata a ventaglio secondo i nuovi principi liturgici (1961-1971).

A Fondi: progetto di restauro delle chiese duecentesche di S. Antonio Abate e di S. Bartolomeo, quest’ultimo realizzato (1950-55).

A Terracina: adattamento in ospedale del Convento di S. Francesco (XIII-XIV sec.), in collaborazione con l’arch. Vittorio Fagiolo (1946-47). Da studente prima degli eventi bellici aveva rilevato i monumenti eminenti della città, conoscenze che lo promossero alla redazione del piano di ricostruzione (1947-50) solo parzialmente attuato secondo le indicazioni progettuali. In questo realizza il nuovo palazzo municipale (1950) con portico panoramicamente affacciato verso la costa e integrato alle sostruzioni del Foro Emiliano, piazza già caratterizzata dalla mirabile cattedrale romanica.

A Sonnino, contrada rurale Frasso: chiesa di S. Maria (1948-53) e il vicino complesso scolastico per asilo con case delle suore (1948-50).

A Maenza (1951-57): consolidamento e restauro della bombardata chiesa di S. Maria Assunta (1831-46).

A Sezze: rilievo della distrutta chiesa parrocchiale dei santi Sebastiano e Rocco (1761) e ricostruzione della medesima a impianto centrale (1953-62); restauro della cattedrale di S. Maria Assunta di influsso cistercense (1968-72), già rilevata nel 1944 con la collega laureanda Eugenia Salza Prina Ricotti.

A Cori: ricostruzione della bombardata collegiata parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo con nuovo edificio ricostruito in prossimità (1948-53); la facciata della chiesa originaria inglobava parte del fianco del Tempio d’Ercole e incorporava nel mezzo dell’edificio il muro poligonale dell’acropoli che pertanto vennero totalmente liberati.

A Latina, dove realizza la nuova chiesa della Immacolata Concezione (1953-57), dall’inizio concepita ad impianto centrale come punto focale delle vie diagonali del rione tra il Tribunale e le caserme, destinato ai profughi della Venezia Giulia. Il progetto, con numerose soluzioni in sofferto confronto con la committenza, fu poi realizzato con varianti non condivise dall’architetto.

appunti zanderQuesto itinerario non mostra che una minima parte della sua attività attraverso le sole opere presentate nel volume, dalla Sicilia alla Puglia, dalla Calabria alla Campania, dall’Abruzzo alle Marche, a Ravenna, a Chiavari e nel Lazio appunto, di cui molti a Roma e dintorni. Nella Capitale di particolare rilievo è il complesso Parrocchiale di S. Leone Magno sulla via Prenestina (1951-52), la cui chiesa di reminiscenza paleocristiana fu eretta “basilica titolare” in aggiunta alle affini di IV-V secolo e perciò singolare il fatto che ne fosse vivente l’autore.

Ancora riguardo la provincia di Latina vanno citati i suoi studi nelle pubblicazioni di cui ricopriva incarichi: nel Bollettino del Centro Studi per la Storia dell’Architettura, direttore responsabile; nella rivista Palladio, redattore; nei quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura dell’Università di Roma, componente del comitato di redazione; dell’Istituto di Storia ed Arte del Lazio meridionale di cui fu cofondatore; gli ultimi contributi del 1990, su L’influsso cistercense di Fossanova sulle tre cattedrali di Terracina, Sezze e Priverno nella Marittima (Saggi in Memoria di G. Marchetti Longhi, Istituto di Storia ed Arte del Lazio Meridionale) e Un disegno lontanissimo dalla verità presentato da Adriano Prandi nel 1959 (postilla allo studio di S. Ciccone in “Palladio” n. 5).

L’attività feconda di progettazione era pertanto intercalata ad una alacre di ricerca pari e sinergica a quella didattica come professore ordinario nella Facoltà di Architettura di Roma, per breve tempo in quella di Genova e nella Scuola Archeologica Italiana di Atene; inoltre esperita come consulente dell’Is.M.E.O. (Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente) per i restauri dei monumenti colà condotti; socio della Pontificia Accademia Romana di Archeologia e membro della Commissione per la Tutela dei Beni Artistici della Santa Sede…

Questi solo alcuni dei prestigiosi incarichi da egli sostenuti con effettivo contributo operativo, eppure manifestava una umiltà a dir poco sconcertante: ricordo come mi considerasse collega benché io non ancora laureato; altrettanto era la sua pacatezza a fronte di scorrettezze ricevute nel suo stesso ambito, come l’uso anonimo della sua laboriosa pianta della Domus Aurea. Posizione questa certamente conforme a quella di un uomo di fede autentica qual’era, maturata e idonea in tempi passati con indiscutibili e perenni valori di riferimento, difficilmente adottabile in quelli attuali a fronte di un arrivismo sfrontato e aggressivo. Ma per chi ha conosciuto Giuseppe Zander, l’insieme del suo essere uomo e architetto si ripropone con forza come esempio e guida nella vita e nel lavoro.

21 settembre, 2020 - Nessun Commento

PEDEMONTANA DI FORMIA E MINTURNO: CHE FINE HA FATTO IL PROGETTO?

formia strada lungomareCon i programmi di utilizzo dei denari del Recovery Fund è riaffiorata la possibilità di arrivare finalmente al raddoppio e riorganizzazione di una delle strade più intasate e più malandate e pericolose d’Italia: la 148 Pontina Roma-Latina. Questa strada era stata tracciata fin da prima della Seconda guerra mondiale per collegare l’area della Bonifica Pontina alla periferia sud di Roma, in vista della Esposizione Universale E42 che avrebbe dovuto aver luogo nel 1942.  Ma gli eventi bellici la fermarono quando si era cominciato a tagliare le piccole ondulazioni che corrono lungo il tracciato da Pomezia ad Aprilia, tanto che gli Alleati non erano riusciti a capire a cosa servissero quegli scavi che avevano ribattezzato come “Bowling Alley”, ossia il corridoio per il gioco del bowling. Poi la Pontina era stata rimessa nei programmi di costruzione delle strade per creare un asse longitudinale Roma-Lazio sud che integrasse l’unica strada fino allora esistente: la bimillenaria via Appia, ormai non più sufficiente ad assorbire tutto il traffico da Roma alla fascia tirrenica dell’attuale provincia di Latina, per proseguire verso Napoli con la Domitiana Quater (anche essa costruita). La Pontina avrebbe consentito anche di sviluppare i traffici verso l’area di prevista espansione industriale tra Santa Palomba e Aprilia-Cisterna-Latina.

Negli anni Cinquanta del secolo scorso la strada battezzata Pontina fu finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno ed iniziarono i lavori che procedettero con un ritmo incalzante, tanto che prima della fine di quegli anni la strada, nel tratto Roma-Latina,  venne completata e subito dopo ampliata. Un piccolo miracolo di efficienza pubblica e di capacità cantieristica. Non solo, ma contemporaneamente si comprese che la strada non poteva fermarsi a Latina: essa, anzi doveva essere proseguita fino a Terracina e poi fino a Gaeta-Formia, per dare respiro all’area ausona-aurunca e disegnare una direttrice di marcia
completa e alternativa alla via Appia, ormai vecchiotta, e stretta e condizionata dall’attraversamento di tutti i paesi, dai Colli Albani
fino a Minturno. E furono progettati altri due tronchi che l’avrebbero completata: uno era il tratto Latina-Terracina, dove operò
l’Amministrazione Provinciale di Latina, che utilizzò una strada che si chiamava Mediana (oggi anch’essa Pontina), bianca e che doveva servire solo i vari nuclei poderali creati dalla bonifica; ed il secondo da Terracina a Gaeta (con prosecuzione litoranea fino a
Formia), utilizzando parte del tracciato dell’antica via Romana chiamata Flacca dal nome del console che la pensò e la fece costruire. Pontina, Mediana e Flacca vennero terminate in una decina di anni con grandi risultati per l’apertura delle aree meridionali, mentre la direttrice per il Sud dall’interno veniva implementata con l’Autostrada del Sole prima e con l’alta velocità ferroviaria dopo.
Oggi, a distanza di 70 anni dalla costruzione dell’asse Roma-Sud bis, e da troppo tempo, ci si è resi conto che a sud si è creato un
gigantesco collo di bottiglia che si restringe a Formia e soffoca quella città, che sorge su una costa collinare stretta e dove
l’abitato è separato dal mare da una Litoranea che scarica migliaia di autoveicoli civili e industriali che isolano la città dal proprio mare e la costringono in una morsa di ferro che invade il mare e anche l’abitato tra i Venticinque Ponti e il quartiere di Mola e oltre. Si cominciò, così, a ri-parlare (fin da quei lontani anni Cinquanta del Novecento) della necessità di aprire una via che by-passasse il centro urbano di Formia, lo liberasse da quel nodo scorsoio costituito dal traffico giornaliero sempre più intenso, rumoroso e inquinante, e lo deviasse in una strada semi-collinare che fu chiamata Pedemontana.
Il Sindaco Forte negli anni Ottanta giunse ad affiggere sui muri di Formia un progetto di Pedemontana sostenendo che essa sarebbe stata realizzata. Oggi, anno 2020, la Pedemontana è sparita da tutti i progetti e da tutti i programmi pubblici, e non se ne parla più.  Ma finalmente si riparla (anzi vi sono i soldi già disponibili) di una “autostrada Pontina”. Ci sarà qualcuno che comincerà a riparlare di Pedemontana, per salvare Formia e Minturno dalla morte per strangolamento automobilistico, inquinamento e rottura dell’assetto urbano?

FOTO: La Litoranea a Formia: è evidente dal ponte che scavalca il mare davanti la Villa Comunale, l’anello automobilistico che
soffoca Formia e la separa dal “suo” mare.

15 settembre, 2020 - 2 Commento

LA SCOMPARSA DI FRANCO MARIA RICCI

latina delle delizieùGiovedì 10 settembre 2020, nella sua bellissima casa di Fontanellato (Parma), è morto Franco Maria Ricci, l’editore più elegante d’Italia, e non solo. Aveva i miei stessi anni, ma questo non mi ha affatto impressionato. Mi ha, invece, emozionato la sua morte, perché io sono uno che ha avuto la fortuna di vedersi pubblicati alcuni scritti da lui, Franco Maria Ricci. Accadde nel 1992, quando la Regione Lazio gli ordinò la realizzazione di una collana di quei libri che fanno felici non solo i bibliòfili, ma anche coloro che, comunque, hanno in casa una libreria o un tavolo da salotto sul quale esporre i libri d’arte. Gli Americani li chiamano, per questo, Table Books, libri da tavolo. Molti li comprano non per leggerli, ma per esporli.

L’allora Presidente della Regione Lazio era Antonio Signore, una persona che giudico mica, un minturnese che mi è divenuto anche più simpatico dopo che il Comune di Minturno mi ha fatto l’onore di attribuirmi la cittadinanza onoraria. Era il 3 agosto scorso. Cito non per esibizionismo, ma solo per dovere di cronaca. I sentimenti me li tengo per me, ma voglio dire quello che sto raccontando. A chi interessa. Antonio Signore ebbe la gentilezza di dare a Franco Maria Ricci un suggerimento per chi avrebbe potuto scrivere i testi da pubblicare e dare una mano per scegliere altri eventuali Autori da affiancarmi nella scelta dei temi da trattare e per le fotografie o’ altre immagini con le quali corredare il volume. Anche questo fu un atto di cortesia di Antonio Signore.

Una sera mi sentii chiamare a casa al telefono, era una voce a me sconosciuta, con una inflessione che non apparteneva alle nostre parti. Si presentò: “Sono Franco Maria Ricci, l’editore, mi disse. Non so se…”. Non lo feci terminare. Confesso che ero emozionato e sorpreso, perché lo conoscevo dai suoi libri preziosi, scrigni di arte e di buongusto. Non avrei mai pensato che potesse telefonarmi, all’ora di cena o in qualsiasi altra ora. Mi parlò del libro che avrebbe dovuto editare per la Regione Lazio, Doveva far parte di una collana dedicata alle province del Lazio – Roma, Rieti, Viterbo, Frosinone e Latina. Io avrei potuto essere incaricato di parlare della provincia di Latina, ma aveva bisogno di un progetto di libro: testi, autori, argomenti, iconografia. Mi dette una settimana di tempo. Io spedii il tutto in un paio di giorni. Mi sentivo onorato e obbligato. Proposi di parlare della nascita della Provincia, delle cause che giocavano a suo sfavore, in primis la malaria lungamente endemica, e riservai a me una descrizione delle bellezze e del fascino di questa Provincia. Vantavo a mio favore, una lunga collaborazione con l’Istituto Geografico De Agostini di Novara, che all’epoca faceva ancora solo l’editore di bellissime guide turistiche e artistiche. Mi pareva una buona commendatizia. Gliela detti, insieme alle mie proposte: la nascita della nuova provincia da far scrivere al professor Riccardo Mariani, docente di urbanistica in alcune Università, italiane e straniere, e autore di un libro già noto sul tema: “Fascismo e città nuove” e, prima “Latina, storia di una città”. Il cacio sui maccheroni. Per la malaria si riservò la scelta, e non ebbi proprio nulla da obiettare. A scrivere chiamò una intelligente docente universitaria, Paola Corti.

Gli mandai una traccia iconografica, non solo foto, mi richiamò due sere dopo, stessa ora di cena, e discusse con me le mie indicazioni, il perché e come intendevo svolgere il mio lavoro, e quali ambienti intendevo proporre per le illustrazioni, e perché. Ricevetti l’incarico di scrivere e di curare il libro: fu una grossa soddisfazione, non posso negarlo, presunzione a parte. Di quelle telefonate serali ne ricevetti ancora numerose, puntuali, indaginose, inesorabili: voleva sapere tutto di quello che avrei scritto e tutto di quello che sarebbe servito per illustrare; anche il taglio da dare alle fotografie. Non so quante ore mi trattenne, ma quando mi disse che aveva concluso, mi sentii rinfrancato e molto più sicuro di me stesso. Scrissi nel tempo assegnatomi, mi fece leggere i contributi dei professori Mariani e Corti – ovviamente impeccabili – poi mi invitò a Milano per gli ultimi dettagli e per la selezione delle immagini. Viaggio aereo pagato, dalla mattina alla sera, una faticaccia, ma compensata dalla visita a quella stupenda sede che aveva costruito e imbottito di cose meravigliose, un museo unico al mondo, perché vi erano le cose più belle ed eleganti del mondo. Quando ebbi tra le mani il libro stampato provai una fortissima emozione: è davvero un capolavoro dell’editoria italiana, carta appositamente preparata e solo per il mitico FMR, fotografie bellissime di un giovane e brillante fotografo napoletano, Luciano Romano, stampe antiche. Ero non solo orgoglioso e soddisfatto. Di più.

Ebbi poi la fortuna di sentirmi chiedere un articolo per la sua splendida rivista mensile, che si chiamava col suo nome “FMR”, che letto in francese, suonava “éphémère”, ossia effimero, come tutte le cose belle ed eleganti. Lo dedicai a Ninfa ed è tuttora in circolazione. Ebbi ancora l’occasione di chiamarlo durante la mia presidenza della Fondazione Roffredo Caetani. Lui si era ritirato dall’editoria, la sua prestigiosa casa FMR si era fusa con altri editori altrettanto prestigiosi, lui si era dedicato al suo “Labirinto”, un giardino di canne di bambù grande alcuni ettari, che disegnavano, appunto, un labirinto. Volevamo vedere come unire le sorti di Ninfa e quelle di Masone di Fontanellato. Poi non se ne è più parlato per tutta una serie di ragioni.

Franco Maria Ricci, il raffinatissimo editore e collezionista ha lasciato la scena del mondo. Ma ha lasciato dietro di lui una scia di cose meravigliose che lo ricorderanno molto a lungo.

 

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