2 luglio, 2017 - Nessun Commento

LE BOLLETTE DI ACQUALATINA
UNA MISTERIOSA CRESCITA

L’acqua potrà anche mancare. La crisi idrica potrà anche imperversare. Quello che non mancherà è la “bolletta” dell’acqua. Che diventa sempre più misteriosa, nel lievitare della somma che fa il totale da pagare. E noi del Nord provincia siamo già fortunati, perché nel Sud provincia, dove hanno massacrato le sorgenti  (vedi Mazzoccolo a Formia) e dove le “formae”, i ruscelli carsici, continuano a scaricare acqua ottima a mare, nel sud provincia, dicevo, sono a regime bellico. L’acqua si stacca la sera e si riattiva al mattino. Durante la notte è vietato bere e lavarsi. Ma naturalmente si fa la riserva la sera, quando il consumo aumenta e forse annulla il risparmio notturno. Ma sono numeri e naturalmente a sbagliare siamo noi. A Roma, però, hanno deciso di chiudere i “nasoni” le famose fontanelle, da noi le fontanelle continuano a sprecare acqua. E veniamo al caso del sottoscritto: unità familiare due persone, consumi normali. Stavolta mi è arrivata una “botta” da 181 euro. Per due persone. Leggo i numeri: quota fissa /chissà poi perché, se io pago a consumo) euro 27 (arrotondo);  acquedotto (che significa? consumo? e allora chiamiamolo così!) euro 110; fognatura e depurazione  26 euro (ma come si determina e chi controlla?); circa 2 euro per un misterioso U1 per acqua, fogna e depurazione; altri 49 euro per “compensazioni pregresse” per acqua, fogna e depurazione (e sono così tre partite per le stesse tre voci: ma nessuno spiega a cosa si riferiscono queste compensazioni, neppure il foglio excel che è “compiegato” alla bolletta); altra misteriosa “voce” è riferita a “addebit/crediti diversi”: mi si chiedono  00,1, ma  la modestissima entità della cifra non tragga in inganno: l’importante è che ci sia la “voce”, che invece dovrebbe chiamarsi “arrotondamenti”); altri quasi 17 euro per l’Iva su un alimento vitale come l’acqua, una specie di tassa sulla sopravvivenza, pari al 10% (ma qui Acqualatina non c’entra, c’entra il Governo, che non deve tassare l’acqua, dopo averla affidata commercialmente ai privati, malgrado un referendum abbia cassato quell’affidamento). Totale, 181 euro, di saldo. Che dovrò pagare, perché chi ha un’utenza deve pagare. Ma i dubbi mi affliggono, soprattutto se vado a riguardare le passate “bollette” che mi chiedevano un massimo di 40 euro fino a poco tempo fa. E da allora a oggi l’inflazione è stata pari quasi a zero. E gli scompensi idrici sono rimasti gli stessi. Nessuno spiega. Ma ci annunciano che tra poco Acqualatina potrebbe passare all’Acea, e il diritto alla protesta si allontanerebbe ancora di più, nei meandri romani. Gesù., fate luce. Anzi, fate acqua.

26 giugno, 2017 - Nessun Commento

RICORDO DI ANTONIO CARADONNA

il convegno Non sono ormai molti coloro che ricordano la figura di Antonio Caradonna, che per anni rivestì con prestigio l’incarico di Presidente dell’Amministrazione provinciale di Latina, militando tra le file della Democrazia Cristiana. Questo ricordo non ha pretese biografiche ma solo, appunto, quelle di ricordare in pochissime parole un uomo di quelli che, si può ben dire, oggi è estremamente difficile trovare. Impegnato come personaggio amante della cultura, determinato come politico, onesto e amicale come un cattolico quale era, diresse il maggiore Ente provinciale con sano pragmatismo, con l’illuminazione dell’uomo concreto, con la simpatia dell’uomo affabile che non sa chiamare avversari neppure coloro che militavano in sponde avverse. Al pragmatismo del politico univa – e ne era condizionato – la sua cultura di uomo della Scuola, della quale si discuteva ma che non si demonizzava, compiendo un passo alla volta per migliorarla, senza sperare di mettere a cucinare riforme impossibili, ma vedendo tutto il corpo docente impegnato a migliorare se stesso per poter migliorare gli allievi. Ma non era solo uomo della Scuola: era soprattutto uomo amante della cultura in tutte le sue espressioni, da quelle artistiche a quelle letterarie a quelle umanistiche, avendo promosso e diretto organismi di cooperazione in un mondo che si affacciava appena a quei concetti. Grazie a lui, la rivista Economia Pontina, èdita dalla Camera di Commercio di Latina, diventò la “portavoce” di una idea nuova, per i tempi; la crescita dello storicismo, dell’amore per le buone cose nostrane, per i personaggi sconosciuti o dimenticati. E tra essi – uno per tutti – si deve ad Antonio Caradonna se la persona di Aldo Manuzio il Vecchio da Bassiano divenne un po’ più familiare nella sua stessa terra, quando, nella ricorrenza del 500° della nascita, dedicò e commissionò per la rivista che dirigeva, una serie di articoli che valsero a far scoprire la figura di questo grande umanista della fine Quattrocento-inizi Cinquecento, e a riconsegnarlo alla sua Città, Bassiano, e a tutta la provincia. Caradonna è stato ricordato nel corso di una cerimonia svoltasi presso il Comune della “sua” Priverno, città alla cui scuola dedicò tantissime delle sue energie e del suo prestigio. (La foto è tratta dal profilo Fb di Mariassunta D’Alessio che ha partecipato ai lavori).

15 giugno, 2017 - Nessun Commento

IL DIALETTO DI SERMONETA
DI UN SECOLO FA (E PASSA)

ceccarinidi Dante Ceccarini (*)

Al contrario del dialetto sermonetano di fine Novecento e inizio Duemila, il sermonetano di 100-150 anni fa risente delle grosse influenze ciociaro-abruzzesi, do qualche influenza dal napoletano e poche dal romanesco. E’ un sermonetano, per me, più verace, più popolare e (il che non guasta) più divertente, più musicale, più ironico ed auto-ironico.

Due note storiche, ora, riguardo a questo dialetto. Il sermonetano, come quello dei paesi dei Monti Lepini, è classificato come un dialetto Mediano dell’Italia centrale, con influenze romanesche, da una parte, e ciociaro-abruzzesi, dall’altra. L’influenza romanesca è divenuta ultimamente preponderante su quella ciociaro-abruzzese. Quindi il sermonetano è un dialetto di “coniugazione” delle due influenze che si sovrappongono. Ma, come tutte le lingue e i dialetti, anche il sermonetano non è immutabile nel tempo, ma cambia, si aggiorna, perde alcuni vocaboli e si arricchisce di altri (come quelli della moderna tecnologia): opporsi ad un tale cambiamento ed aggiornamento, è operazione futile oltre che inutile. Vorrei richiamare l’attenzione su alcuni vocaboli, particolarmente belli e per me significativi, che appartengono al dialetto più “agèe”.

Il verbo “mozzega’” (mordere) è più arcaico del contemporaneo “mozzica’” (romanesco). Dei termini “cìncio” e “stràccio”, “cìncio” è peggiorativo di “stràccio”, per cui “rimane’ cógli cìnci” è molto peggio di “rimane’ cógli stràcci” e significa “rimanere in assoluta povertà”.

“Le màzze” sono gli intestini (termine più arcaico), mentre il termine più moderno è “budégli”. Un modo di dire sottolinea l’essere fortunati: “tene’ ‘nó grùsso màzzo”, cioè “avere un gran sedere” o “avere una grande fortuna”.

Il verbo “sderuzzi’” significa “lavare bene, lavare a fondo”. È molto bello l’uso della doppia Z in questo verbo e nei verbi e nei sostantivi affini: infatti quando lo sporco è profondo e stratificato si dice “‘ncuzzìto” e la stessa parola per indicare “sporco” si dice “zùzzo”, “zùzzo balùrdo”. Ritorna sempre la Z e la doppia Z.

Ci sono poi gli insulti e gli epiteti. “Polladróne” è la persona (di solito di sesso maschile) che non ha nessuna voglia di lavorare e “ciondola” (in sermonetano “spàzzola”) dalla mattina alla sera tra un’osteria e un’altra, o, più modernamente, tra un bar e un altro).

La persona “cordalènta” è colui che ama sempre rinviare ogni cosa, che ama prendersela comoda, l’accidioso. Ed è molto bella l’immagine che il termine dà: quello di una corda non tesa, ma lenta, lassa.

Lo “schifafatìca” è lo sfaticato e letteralmente “colui che ha schifo, ribrezzo della fatica”.

“Lècio”: la persona lenta di comprendonio e poco intelligente. “Jó ‘mpiàstro” è il pasticcione, disordinato e quindi poco affidabile. “Jó scarcagnàto” è la persona povera e umile. Il povero disgraziato. Letteralmente “la persona senza calcagni, cioè senza scarpe, poverissima”. “Ardegnàccio”: persona scontrosa, ma anche poco raccomandabile, il “poco di buono” in italiano.

“Sbuciàto” è la persona molto fortunata. Deriva da “bùcio” (buco). L’ “asprosùrdo” è la persona rozza, misogina, che rimane sempre isolata, che non socializza con il mondo civile. L’origine del nome risiede nel mitico esemplare di vipera grossa e velenosissima esistente nella fantasia delle popolazioni dell’Italia centrale. Secondo alcuni sarebbe l’ultimo nato (il più velenoso) di una covata di vipere, secondo altri il penultimo. La parola deriva dal latino “aspis” (vipera) e sordo (si dice nel popolo che le vipere appena nate siano sorde).

Ci sono poi gli insulti al femminile. Ne indico alcuni, tutti inizianti con la lettera Z: “zòccola vècchia” (e qui non c’è bisogno di spiegazioni), “zòcchia” e “zolóna”. “Zòcchia” e “zolóna” significano più o meno la stessa cosa: donna sudicia, sporca, anche moralmente.

Ci sono poi verbi arcaici, come “tavella’” e “ciaccola’”, che significano “parlare di continuo, insistentemente”. “Tavella’” significa anche “blaterare” e deriva probabilmente da “favèlla”. “Ciaccola’” invece è un termine onomatopeico e riproduce il tipico verso ripetitivo e cadenzato che fanno le “ciàccole” (in italiano “tàccole”, una specie di corvidi).

Il verbo “storza’” che significa “strozzare”: è una metatesi, cioè una inversione di sillabe o consonanti. Il verbo “ammauglia’” significa mischiare una serie di cose alla bella e meglio, amalgamare ma non uniformemente. Un “ammaùglio” è un amalgama non uniforme, una massa informe, una poltiglia da mangiare. “Cògliesela” è “andarsene”. “Se l’ha còta” cioè “se ne è andato”. “Sbiglia’” (“svegliare”) si usava al posto del moderno “sveglia’”. Il verbo “sconsideràsse” significa “rilassarsi”, “perdere colpevolmente l’attenzione”. Il verbo “capa’” ha diversi significati: il primo è “entrare”, il secondo “selezionare”, “pulire” (ad esempio “capa’ la ‘nzalàta”, “pulire l’insalata”).

Ci sono poi alcuni modi di dire. “Fà vedé le luccicandrèlle de ggiórno”, cioè “far vedere le lucciole di giorno” significa “picchiare”, “bastonare ripetutamente”. “Fà l’anfèrno ‘ncucìna” (“fare l’inferno in cucina”) è cioè fare un caos in cucina, mentre si cucinano i pasti, lasciando una cucina molto disordinata. “Pista’ che màngo màmmeta te riconósce”, cioè “picchiare che neanche tua madre sarà in grado di riconoscerti”. “Mèzz’ómo e rescìto pùro màle” è un dispregativo; “mezz’uomo ed anche mal riuscito”. “Tu che non ssi’ mmài conosciùto pàtto e màngo jo conoscerài” (“tu che non ha mai conosciuto tuo padre e neanche lo conoscerai”: una questa espressione che indica un bastardo, secondo il motto “mater certa, pater numquam”).

Infine due parole arcaiche. La prima è “gatòbbia” che significa “gattabuia”, “prigione”. La seconda è “copèlla” che è una antica unità di misura: corrisponde a mezzo barilotto, cioè 5 litri ed è costituita da 10 “fogliétte” che corrispondono a 0,5 litri l’una. Infatti, nelle osterie di una volta, si ordinavano le “fogliétte”.

(*) Autore di libri sul dialetto e i modi di dire di Sermoneta

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