Nessun Commento LA MORTE DI UN GOURMET
FRANCO CHINAPPI DI FORMIA
Conoscevo Franco Chinappi (per me era Franchino) almeno dal 1946 (o forse 1947). Ci separavano uno o due anni, e quindi, quando io avevo meno di dieci anni, fu facile fare amicizia con lui. Uscivamo, ancora bambini, dalla guerra e ancora ci guardavamo attorno meravigliati di essere scampatai alla strage, che aveva devastato la mia città d’origine (Cisterna) e la città nella quale lui era nato (Formia) e che è stata poi la mia seconda città, vissuta per una ventina di anni. Io vivevo a Vindicio (o Vendicio?) e lui arrivava laggiù con una bicicletta nera e pesante, di quelle col manubrio squadrato e un grosso cesto di metallo agganciato al di sopra della ruota anteriore. Lo riempiva di quei filoni di pane furmiène, bianco, morbido, gustoso che usciva dal piccolo forno di via Lavanga di cui era proprietario il papà Antonio, una persona minuscola, con un perenne, gigantesco sorriso che incantava. Franchino era “il messaggero” del forno: trasportava il pane ai clienti, a bordo di quella sua pesante bicicletta (anch’essa sopravvissuta alla guerra ) con la quale affrontava la ripida discesa dell’Olivella senza freni. All’occorrenza metteva un piede a terra e faceva slittare la ruota posteriore bloccandola .
Poi Franchino aveva indossato la divisa di arbitro di calcio, nei campionati di Promozione (come allora si chiamavano i campionati infraregionali) e si era segnalato per la capacità di seguire ogni momento della partita con un’agilità che scaturiva misteriosamente dal suo corpo che cominciava a denunciare il gusto per le cose saporite che Franchino amava. Si era segnalato anche in quel settore e lo aveva tenuto nel cuore anche quando divenne il professionista che abbiamo conosciuto in tanti. Personalmente quando, dovendo io curare il libro dell’editore Sellino sulla storia illustrata di Formia che uscì nel 2003, mi aiutò a ricostruire il mosaico di negozi e di attività commerciali di via Vitruvio negli anni del dopoguerra: i fratelli Punzo, i fratelli Grossi, la trattoria del Passeggero, Peppino Mirante, la mitica Fenice di Quirino D’Elia, la macelleria di Erasmo detto ‘Nfamone, il Bar Impero, la Triestina… Un album di piccoli ricordi.
Poi aveva aperto una pizzeria che era diventata subito un must. La pizza d Chinappi era un privilegio, prima di essere un costo lieve e abbordabile anche da noi che eravamo perennemente squattrinati, e lui ci “aiutava” con un sorriso. Il successo lo aveva stimolato ed aveva integrato la pizzeria con un ristorante che non poteva non fare successo dato il suo entusiasmo, la serietà e la capacità di scegliere i suoi collaboratori. E il ristorante prevalse sulla pizzeria al punto da diventare “stellato”- uno dei primi nel Lazio sud – dalla Michelin. Furono anni di successi che culminarono con un giusto premio che il Comune di Formia gli assegnò e che l’allora sindaco Sandro Bartolomeo gli conferì’ nel corso di una breve e gustosissima cerimonia. Gli era stata intelligente e infaticabile collaboratrice la moglie Anna che lo ha seguito in tutto.
La fatica degli anni ha poi cominciato piano piano a prevalere e Franchino, pur non rinunciando alla presenza nel suo ristorante à la page cedette il bastone di comando al figlio Stefano, che, nel frattempo – buon sangue non mente – ha aperto un ristorante di pesce a Roma che ha fatto subito successo.
Ora Franchino ci ha lasciati, ma tutta Formia lo ha accompagnato alle esequie svoltesi nella chiesa di San Giovanni il 23 dicembre, pochi giorni fa. Ciao Franchino, non ho potuto salutarti di persona perché anche io, nel frattempo, sono cresciuto in età e in qualche acciacco, ma ti tengo nel cuore come quando tanti anni fa giocavamo a Vindicio, dopo aver terminato il tuo ”giro del pane” .
P. G.S.
