Archivio per Gennaio, 2026
30 Gennaio, 2026 - Nessun Commento

VITRUVIO A FANO E A FORMIA
di Salvatore Ciccone

di Salvatore Ciccone

1 – Fano, gli scavi in piazza Andrea Costa.

È di pochi giorni a Fano il rinvenimento, negli scavi nella centrale piazza Andrea Costa (fig. 1), delle parti basali di colonne in tutto rispondenti a quelle della basilica romana progettata e descritta da Marco Vitruvio Pollione, l’architetto celebre per il suo trattato dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto (De Architectura V, 1, 6-10).

La notizia è stata ufficialmente data in quella città venerdì 16 gennaio, con interventi del Sindaco, del Presidente di Regione, del Soprintendente e, in un collegamento da remoto, del Ministro della Cultura. La scoperta è in effetti di eccezionale importanza e segna, finalmente, il termine di una disputa sulla veridicità dell’edificio, quanto sulla effettiva professionalità di Vitruvio.

2 – Fano, resti di una delle colonne della basilica.

Inequivocabile è l’identificazione di quelle colonne, trovate immediatamente sotto la pavimentazione della piazza. alte appena per una settantina di centimetri, sono realizzate in muratura di masselli di pietra arenaria e malta, all’interno con getto di scaglie della stessa pietra (fig. 2). La loro specificità formale e dimensionale risponde esattamente a quanto spiegato da Vitruvio, nonché alle misure da lui fornite in piedi romani (1 piede = m. 0,2957): al fusto cilindrico del diametro di 5 piedi, metri 1,47 è integrato ad un pilastro quadrangolare sporgente per 2,5 piedi e spesso 1,5 cioè metri 0,74×0,44.

La basilica di Fano si rifà al tipo caratterizzato da un’aula centrale nelle proporzioni di lunghezza doppia alla larghezza, la cui copertura a tetto era sostenuta da colonne che si innalzavano su tutta l’altezza, separando attorno un portico delimitato dal muro perimetrale: una simile basilica è quella di Pompei, con colonne giganti fatte in muratura di mattoni. Alla sua basilica Vitruvio dà alle colonne l’altezza di 50 piedi, ben 14,80 metri c., ma egli la differisce nel portico, invece costituito di due piani sovrapposti. Quindi, al sostegno del solaio ligneo del piano superiore, occorrevano i pilastri addossati alle colonne, ad irrobustirle in quella altezza e con maggiore stabilità di tutta la costruzione: ad assicurare la migliore resistenza strutturale, i sostegni appaiono realizzati con estrema cura. Il secondo piano del portico evidentemente doveva soddisfare l’esigenza di maggiori spazi disponibili alle attività espletate nella basilica, non solo relazionali, ma anche contrattuali e di giustizia: infatti vi era il tribunale, nel mezzo del lato maggiore opposto a quello d’ingresso, situato in un emiciclo consacrato alla divinità di Augusto.

3 – Formia, “oece” tetrastilo.

Dalle immagini degli scavi, le colonne appaiono all’interno di un reticolo di strutture di abitazioni medievali che utilizzarono i materiali della basilica azzerandone quasi la presenza. Sono state anche pubblicate delle mappe, con la posizione dei reperti nella pianta della basilica, tuttavia questa non è che una di quelle teoriche e datate, dove non se ne verificano con esattezza le dimensioni.

Infatti, alla indiscutibile identificazione dei singoli elementi strutturali, resta aperto il quesito sulla vera proporzione della basilica. Infatti, le misure dell’aula centrale di piedi 60×120 (metri 17,75×35,50 c.) dovrebbero essere non intercorrenti tra i limiti delle colonne interni all’aula, bensì, come più credibile, rispetto al loro asse mediano. La cosa cambia molto, perché in questo caso la basilica, rispettando il rapporto 1:2 nell’aula centrale, al perimetro interno delineerebbe un rettangolo rispondente alla Sezione Aurea definita da Euclide.

Questa possibilità, emerge dagli studi che ho compiuto sui cosiddetti Ninfei di un’estesa residenza romana compresa nella villa Caposele (Rubino) sulla costa urbana di Formia. Essi consistono in due distinte sale caratterizzate da una copertura con volte sostenute da colonne, una su pianta quadrata, l’altra più grande su pianta rettangolare; vengono definiti ninfei per avere sul fondo una profonda nicchia in cui sgorga acqua sorgiva. Nella trattazione di Vitruvio (De Architectura VI, 3, 9) queste sale si identificano con due diversi tipi di triclinio detti “oeci”, rispettivamente tetrastilo quello quadrato con quattro colonne (fig. 3) e corinzio quello rettangolare a più colonne (fig. 4): le fonti costituivano pertanto un pertinente complemento.

4 – Formia, “oece” corinzio

Di questi oeci, le proporzioni sono tra loro relazionate, cosicché l’uno è il doppio della lunghezza dell’altro. Il più grande, corinzio, si rivela su matrice rettangolare con i lati in rapporto 5:4 e i cui numeri riconducono alle proporzioni date da Vitruvio al corpo umano in cubiti (1,5 piedi) nel celebre confronto con il cerchio e il quadrato: notissima ne è l’interpretazione di Leonardo da Vinci presente sulla moneta da 1 €, tuttavia non esatta. Invece, al vero schema proporzionale di Vitruvio la stessa pianta della sala vi si inscrive perfettamente (fig. 5). La cosa è notevole, poiché, data l’epoca delle costruzioni intorno la metà del primo secolo a.C., sembra implicare un diretto rapporto con il trattato e l’operato di Vitruvio.

Formia è già identificata come probabile patria dell’architetto, da una iscrizione citante un Marco Vitruvio, al quale per testamento un suo liberto eresse il sepolcro lungo la via Appia; accanto, un’altra tomba recava l’iscrizione di con i nomi di liberti della “gens Vitruvia”. Nel 1997, sono emersi fortuitamente i resti identificati di quel sepolcro, lungo la via Appia all’ingresso occidentale di Formia. Il monumento, riconducibile alla prima età augustea, ha restituito diverse circostanti sepolture con relativi corredi e si è risaliti al suo aspetto in forma di altare su alto basamento.

Ulteriori iscrizioni citanti Vitruvi, in numero appena secondo a Roma, in particolare di Liberti e in un arco di almeno quattrocento anni, rende evidente la presenza a Formia di un nucleo della “gens Vitruvia”.

5 – Schema dell’uomo vitruviano dalla pianta dello “oece” corinzio di Formia, inscritta a destra.

Vitruvio, al di là del suo incarico relativo alle macchine belliche al seguito di Cesare in Gallia, doveva aver compiuto altre opere, così da avere la capacità realizzativa per quella basilica. È da ritenere la sua attività rivolta a committenze private, come per quelle sale, che proprio nella loro esposizione generica egli confronta con le basiliche; opere pur pregevoli, ma che non poteva esibire nel trattato dedicato ad Ottaviano.

All’importantissimo ritrovamento della basilica, vengono affermate convinzioni sulla natalità di Vitruvio a Fano. Di ciò non se ne comprende il nesso, in quanto egli può aver avuto l’incarico per quell’edificio pur non essendo del luogo: artisti e architetti dell’Antichità, come oggi, prestavano il loro operato spostandosi frequentemente.

Ci si dovrebbe piuttosto chiedere come mai Vitruvio, dicendosi autore della basilica nella “Coloniae Iuliae Fanestri”, non l’abbia specificata come sua città.

Fano, dunque, ha ora materialmente la basilica di Vitruvio, ma non può rivendicarne la natalità; Formia possiede epigrafi, un sepolcro e architetture che perfino chiariscono il suo trattato, ciò malgrado neppure vi è certezza di esserne patria. Tra l’altro di Vitruvio non è nemmeno sicuro il “cognomen” Pollione, comunque diffuso, per non parlare della ostinata quanto impossibile identificazione con il ricchissimo e coevo formiano Mamurra, anche questo un “cognomen” attribuito a personaggi diversi.

Quindi, sarebbe più saggio che le due città collaborassero, avendo finora le uniche testimonianze identificabili a Vitruvio, avviando un serio approccio scientifico multidisciplinare all’interpretazione dell’opera vitruviana piuttosto che una sterile rivendicazione di appartenenza. Ciò potrà realizzarsi solo tra figure di seria competenza, tra le quali architetti che della materia sono padroni, nella redazione e gestione del progetto.

Fano e Formia quindi unite nel nome di Vitruvio.

 

Bibliografia dell’Autore

– Sale con volte su colonne al tempo di Vitruvio: gli esempi originali di Formia, “Formianum” atti del Convegno VI-1998, pp. 11-29.

– Ulteriori osservazioni sulla simmetria di un oece di Formia e della basilica vitruviana di Fano, “Formianum” atti del convegno VIII-2000, pp. 121-130

– I cosiddetti Ninfei di Villa Caposele: decifrazione nell’opera di Vitruvio, “Formia e il suo territorio. Storia e archeologia” atti del Convegno 2017, Pro Loco Formia 2017, pp. 21-31.

– Il sepolcro formiano di Marco Vitruvio, “Formianum” atti del convegno VII-1999, pp.47-67.

 

 

27 Gennaio, 2026 - Nessun Commento

EROSIONE COSTIERA, SABAUDIA TEME IL DISASTRO

Il Comune di Sabaudia teme il disastro se venisse realizzato il progetto di ripascimento “rigido” proposto dal Comune di Latina. Per questo, il Consiglio comunale della città del Parco ha approvato all’unanimità “una delibera di tutela contro l’erosione costiera” chiedendo in sostanza “un cambio di passo nella gestione del fenomeno” che è “ormai  – sottolineano – non più solo emergenza ambientale, ma questione strategica che coinvolge paesaggio, economia e futuro del territorio”.

LA NOTA DEL COMUNE – “Un Tema non certo marginale per una città che conta oltre venti chilometri di litorale, gran parte dei quali ricadono all’interno del Parco nazionale del Circeo – si legge in una nota ufficiale del Comune –  Non solo. Otto chilometri di litorale, inoltre, sono zona speciale di conservazione, area Ramsar e Riserva di Biosfera Unesco. Vincoli che impongono, in caso di interventi di difesa e ripascimento, livelli elevati di cautela, sostenibilità e compatibilità paesaggistica.

Proprio alla luce di questo delicato equilibrio da conservare, il Comune di Sabaudia e l’Ente Parco esprimono forte preoccupazione per il progetto che prevede la realizzazione di barriere rigide, i cosiddetti “pennelli”, nel tratto Foce Verde–Capoportiere, nel territorio di Latina.
Secondo le valutazioni tecniche, un intervento di questo tipo rischia di alterare le dinamiche naturali di trasporto dei sedimenti, producendo effetti significativi e potenzialmente dannosi anche su tutto il litorale limitrofo.

A destare ulteriore perplessità è l’assenza, allo stato attuale, di soluzioni progettuali alternative. La delibera del Consiglio comunale sottolinea come esistano opzioni ibride e integrate (barriere sommerse o semipermeabili) in grado di attenuare l’energia delle mareggiate e di essere affiancate da interventi localizzati nei punti più critici, garantendo un impatto ambientale sensibilmente inferiore rispetto alle opere rigide.

Con l’atto approvato all’unanimità, il Consiglio comunale “impegna la Regione Lazio a promuovere un approccio coordinato e condiviso alla gestione dell’erosione costiera, chiedendo l’istituzione di una cabina di regia che coinvolga i Sindaci dei Comuni costieri maggiormente esposti al fenomeno. L’obiettivo è quello di individuare le azioni prioritarie da inserire in un programma pluriennale, pianificando l’impiego delle risorse finanziarie secondo criteri di efficacia e sostenibilità.
La mozione è stata trasmessa dal sindaco di Sabaudia Alberto Mosca ai vertici regionali competenti, inclusa la Direzione Ambiente.

Nel corso della seduta è intervenuto da remoto anche il Direttore del Parco Nazionale del Circeo, Stefano Donati, che ha ribadito le forti perplessità sull’adozione dei “pennelli”, nel tratto di costa Foce Verde – Capoportiere, richiamando l’attenzione sui rischi che opere rigide di questo tipo comportano in un contesto naturale tanto fragile quanto prezioso.

Dall’Aula consiliare arriva il segnale chiaro di difesa della costa per proteggere non solo il territorio delle città delle dune e il suo futuro”.

13 Gennaio, 2026 - Nessun Commento

NUOVO GRIDO DI ALLARME:  QUEL PIANO ANTI-EROSIONE  PUO’ CREARE ALTRI DANNI

Ai primi di questo mese di gennaio, l‘assessore al Turismo del Comune di Latina ha fatto conoscere, con un suo intervento sulla stampa, i dettagli di un progetto anti-erosione marina che ha destato sorpresa e allarme. Spiego che la sorpresa e l’allarme derivano dal fatto che tanti anni fa la Regione Lazio, all’epoca molto sensibile a questo problema, fece eseguire uno studio sulle caratteristiche del regime delle spiagge del Lazio e delle Isole Pontine. Per banalizzare lo spirito di quello studio, saltando vari passaggi di esso, quella fatica concludeva che se c’è un sicuro nemico del mantenimento delle spiagge, quello è costituito dalla costruzione di barriere di scogli perpendicolari alla costa (i cd. “pennelli”). Si poteva ricorrere ad essi  solo osservando diverse condizioni.

L’assessore al Turismo di Latina, ignorando completamente quello studio (che era anche un mònito a non agire con leggerezza) ha annunciato a gennaio che è pronto un progetto che prevede il getto di “pennelli” da Capoportiere a Rio Martino, poco più di una decina, ciascuno della lunghezza di circa cento metri. Quel progetto avrebbe ”protetto” la spiaggia e aiutato un sicuro ripascimento.

L’assessore, forse, non ricordava che l’erosione della spiaggia di Latina – una feroce erosione – cominciò, guarda caso, proprio quando fu attuato un progetto sponsorizzato una decina di anni fa da un altro assessore al Turismo, sempre di Latina.  Furono gettati quattro o cinque “penneli” e da quel momento è stato un continuo e mai raggiunto  rincorrere una dura, feroce  erosione verso Capoportiere, che ha mangiato la spiaggia ed ora minaccia gli alberghi.

Da qui nasce il progetto presentato ai primi di questo gennaio.

***

Qualche giorno fa lo stesso Assessore, ignorando le prime e fondanti obiezioni mosse al suo progetto, ha nuovamente esortato la Regione a mettere a disposizione i mezzi finanziari (5 milioni e mezzo di euro) e le necessarie procedure.  Quando si fa un discorso su un tema così importante, si dovrebbe sempre avere la modestia di accettare la discussione e trarre spunto dalle obiezioni, quanto meno per verificarne la fondatezza. Ma l’assessore  – che non è un tecnico – ha sorvolato – e non ha risposto alla domanda: è vero che l’erosione da Foceverde a Capoportiere è iniziata DOPO la posa dei primi “pennelli”?  Quelle obiezioni erano dell’autore di questo articolo. Ma all’assessore si era rivolto anche il dottor Ennio Zaottini, presidente dell’Associazione “Nello Ialongo” che si batte per un corretto modo di agire in una materia così delicata.

E il dottor Zaottini ha ancora una volta richiamato, con gentilezza, ma anche con solidi argomenti, l’assessore ad agire con cautela per non trasformare 5,5 milioni di euro in un disastro ambientale definitivo. Siamo lieti di pubblicare questo secondo contributo. Con la speranza che stavolta l’assessore (e il Sindaco e la Giunta comunale e la apposita Commissione) prestino maggiore attenzione a un richiamo fatto di saggezza e prima di compiere disastri che danneggerebbero anche la città di Sabaudia.

Ecco quel secondo appello dell’Associazione “Nello Ialongo”.

All’invito fatto su questo blog a rispondere alla domanda se sia vero che l’erosione da Foceverde a Capoportiere sia iniziata con la posa di primi “pennelli”, il dottor Zaottini risponde così: “  “E’ proprio così: la rovinosa erosione è partita da Foce Verde. Tuttavia unitamente ad altri fenomeni che vanno tenuti in conto. L’ apporto di sedimenti dai fiumi si è ridotto e il livello del mare sappiamo si sta alzando. Questo contribuisce in modo preponderante a innescare fenomeni erosivi. Ciò che è accaduto alla costa pontina però è un’ anomalia procedurale perché il progetto di Foce Verde all’epoca prevedeva, oltre alla realizzazione dei pennelli e del ripascimento a Foce Verde, una gestione costante della linea di costa a valle dell’intervento e cioè dove si vorrebbe intervenire ora. Il progetto prevedeva un ripascimento in sabbia di 20-30.000m3/anno. Non sono mai stati effettuati e questo ha causato effetti negativi non solo a Latina ma anche verso Sabaudia. Con ripascimenti morbidi, secondo gli studi condotti in precedenza da ISPRA e dallo studio tecnico Volta, l’impatto del fenomeno erosivo avrebbe potuto essere e potrebbe ancora essere mitigato. Ma l’incuria della Regione, non adeguatamente sollecitata dal Comune di Latina, ha creato la situazione attuale, con un deficit di sabbia di oltre 500.000 m3 solo lungo il litorale del Capoluogo. Oggi l’Assessore Di Cocco cerca di forzare l’approvazione della VIA facendo appello allo stato ingravescente della costa, ma deve fare, come Comune, solo un mea culpa, per essersi affidato ad un progetto carente, sbagliato e costoso perché impostato su opere rigide sovradimensionate. Cosa dovrebbe fare ora il Comune? Sollecitare la Regione perché caratterizzi il più rapidamente possibile i giacimenti (enormi) di sabbia già utilizzati in passato e più recentemente rinvenuti in aree prospicienti il promontorio di San Felice (si parla di milioni di metri cubi), rivedere il progetto con la realizzazione di pennelli più piccoli (e meno costosi) e inizialmente il ripascimento con 1 milione di metri cubi di sabbia a valle dei pennelli, attivando al contempo un monitoraggio costante di tutta l’arcata fisiografica, da Capo d’Anzio a Torre Paola. La domanda è: perché non è possibile fare le cose per bene avendo una visione prospettica a lungo termine come richiede la situazione? Perché la politica tende a guardare sempre all’emergenza, più all’oggi o al massimo al dopo domani? Perché la Regione Lazio continua a non volersi dotare di un Piano delle Coste?”.

Speriamo che almeno la Regione tenga conto di questo grido di allarme.

 

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