Nessun Commento VITRUVIO A FANO E A FORMIA
di Salvatore Ciccone
di Salvatore Ciccone
È di pochi giorni a Fano il rinvenimento, negli scavi nella centrale piazza Andrea Costa (fig. 1), delle parti basali di colonne in tutto rispondenti a quelle della basilica romana progettata e descritta da Marco Vitruvio Pollione, l’architetto celebre per il suo trattato dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto (De Architectura V, 1, 6-10).
La notizia è stata ufficialmente data in quella città venerdì 16 gennaio, con interventi del Sindaco, del Presidente di Regione, del Soprintendente e, in un collegamento da remoto, del Ministro della Cultura. La scoperta è in effetti di eccezionale importanza e segna, finalmente, il termine di una disputa sulla veridicità dell’edificio, quanto sulla effettiva professionalità di Vitruvio.
Inequivocabile è l’identificazione di quelle colonne, trovate immediatamente sotto la pavimentazione della piazza. alte appena per una settantina di centimetri, sono realizzate in muratura di masselli di pietra arenaria e malta, all’interno con getto di scaglie della stessa pietra (fig. 2). La loro specificità formale e dimensionale risponde esattamente a quanto spiegato da Vitruvio, nonché alle misure da lui fornite in piedi romani (1 piede = m. 0,2957): al fusto cilindrico del diametro di 5 piedi, metri 1,47 è integrato ad un pilastro quadrangolare sporgente per 2,5 piedi e spesso 1,5 cioè metri 0,74×0,44.
La basilica di Fano si rifà al tipo caratterizzato da un’aula centrale nelle proporzioni di lunghezza doppia alla larghezza, la cui copertura a tetto era sostenuta da colonne che si innalzavano su tutta l’altezza, separando attorno un portico delimitato dal muro perimetrale: una simile basilica è quella di Pompei, con colonne giganti fatte in muratura di mattoni. Alla sua basilica Vitruvio dà alle colonne l’altezza di 50 piedi, ben 14,80 metri c., ma egli la differisce nel portico, invece costituito di due piani sovrapposti. Quindi, al sostegno del solaio ligneo del piano superiore, occorrevano i pilastri addossati alle colonne, ad irrobustirle in quella altezza e con maggiore stabilità di tutta la costruzione: ad assicurare la migliore resistenza strutturale, i sostegni appaiono realizzati con estrema cura. Il secondo piano del portico evidentemente doveva soddisfare l’esigenza di maggiori spazi disponibili alle attività espletate nella basilica, non solo relazionali, ma anche contrattuali e di giustizia: infatti vi era il tribunale, nel mezzo del lato maggiore opposto a quello d’ingresso, situato in un emiciclo consacrato alla divinità di Augusto.
Dalle immagini degli scavi, le colonne appaiono all’interno di un reticolo di strutture di abitazioni medievali che utilizzarono i materiali della basilica azzerandone quasi la presenza. Sono state anche pubblicate delle mappe, con la posizione dei reperti nella pianta della basilica, tuttavia questa non è che una di quelle teoriche e datate, dove non se ne verificano con esattezza le dimensioni.
Infatti, alla indiscutibile identificazione dei singoli elementi strutturali, resta aperto il quesito sulla vera proporzione della basilica. Infatti, le misure dell’aula centrale di piedi 60×120 (metri 17,75×35,50 c.) dovrebbero essere non intercorrenti tra i limiti delle colonne interni all’aula, bensì, come più credibile, rispetto al loro asse mediano. La cosa cambia molto, perché in questo caso la basilica, rispettando il rapporto 1:2 nell’aula centrale, al perimetro interno delineerebbe un rettangolo rispondente alla Sezione Aurea definita da Euclide.
Questa possibilità, emerge dagli studi che ho compiuto sui cosiddetti Ninfei di un’estesa residenza romana compresa nella villa Caposele (Rubino) sulla costa urbana di Formia. Essi consistono in due distinte sale caratterizzate da una copertura con volte sostenute da colonne, una su pianta quadrata, l’altra più grande su pianta rettangolare; vengono definiti ninfei per avere sul fondo una profonda nicchia in cui sgorga acqua sorgiva. Nella trattazione di Vitruvio (De Architectura VI, 3, 9) queste sale si identificano con due diversi tipi di triclinio detti “oeci”, rispettivamente tetrastilo quello quadrato con quattro colonne (fig. 3) e corinzio quello rettangolare a più colonne (fig. 4): le fonti costituivano pertanto un pertinente complemento.
Di questi oeci, le proporzioni sono tra loro relazionate, cosicché l’uno è il doppio della lunghezza dell’altro. Il più grande, corinzio, si rivela su matrice rettangolare con i lati in rapporto 5:4 e i cui numeri riconducono alle proporzioni date da Vitruvio al corpo umano in cubiti (1,5 piedi) nel celebre confronto con il cerchio e il quadrato: notissima ne è l’interpretazione di Leonardo da Vinci presente sulla moneta da 1 €, tuttavia non esatta. Invece, al vero schema proporzionale di Vitruvio la stessa pianta della sala vi si inscrive perfettamente (fig. 5). La cosa è notevole, poiché, data l’epoca delle costruzioni intorno la metà del primo secolo a.C., sembra implicare un diretto rapporto con il trattato e l’operato di Vitruvio.
Formia è già identificata come probabile patria dell’architetto, da una iscrizione citante un Marco Vitruvio, al quale per testamento un suo liberto eresse il sepolcro lungo la via Appia; accanto, un’altra tomba recava l’iscrizione di con i nomi di liberti della “gens Vitruvia”. Nel 1997, sono emersi fortuitamente i resti identificati di quel sepolcro, lungo la via Appia all’ingresso occidentale di Formia. Il monumento, riconducibile alla prima età augustea, ha restituito diverse circostanti sepolture con relativi corredi e si è risaliti al suo aspetto in forma di altare su alto basamento.
Ulteriori iscrizioni citanti Vitruvi, in numero appena secondo a Roma, in particolare di Liberti e in un arco di almeno quattrocento anni, rende evidente la presenza a Formia di un nucleo della “gens Vitruvia”.
Vitruvio, al di là del suo incarico relativo alle macchine belliche al seguito di Cesare in Gallia, doveva aver compiuto altre opere, così da avere la capacità realizzativa per quella basilica. È da ritenere la sua attività rivolta a committenze private, come per quelle sale, che proprio nella loro esposizione generica egli confronta con le basiliche; opere pur pregevoli, ma che non poteva esibire nel trattato dedicato ad Ottaviano.
All’importantissimo ritrovamento della basilica, vengono affermate convinzioni sulla natalità di Vitruvio a Fano. Di ciò non se ne comprende il nesso, in quanto egli può aver avuto l’incarico per quell’edificio pur non essendo del luogo: artisti e architetti dell’Antichità, come oggi, prestavano il loro operato spostandosi frequentemente.
Ci si dovrebbe piuttosto chiedere come mai Vitruvio, dicendosi autore della basilica nella “Coloniae Iuliae Fanestri”, non l’abbia specificata come sua città.
Fano, dunque, ha ora materialmente la basilica di Vitruvio, ma non può rivendicarne la natalità; Formia possiede epigrafi, un sepolcro e architetture che perfino chiariscono il suo trattato, ciò malgrado neppure vi è certezza di esserne patria. Tra l’altro di Vitruvio non è nemmeno sicuro il “cognomen” Pollione, comunque diffuso, per non parlare della ostinata quanto impossibile identificazione con il ricchissimo e coevo formiano Mamurra, anche questo un “cognomen” attribuito a personaggi diversi.
Quindi, sarebbe più saggio che le due città collaborassero, avendo finora le uniche testimonianze identificabili a Vitruvio, avviando un serio approccio scientifico multidisciplinare all’interpretazione dell’opera vitruviana piuttosto che una sterile rivendicazione di appartenenza. Ciò potrà realizzarsi solo tra figure di seria competenza, tra le quali architetti che della materia sono padroni, nella redazione e gestione del progetto.
Fano e Formia quindi unite nel nome di Vitruvio.
Bibliografia dell’Autore
– Sale con volte su colonne al tempo di Vitruvio: gli esempi originali di Formia, “Formianum” atti del Convegno VI-1998, pp. 11-29.
– Ulteriori osservazioni sulla simmetria di un oece di Formia e della basilica vitruviana di Fano, “Formianum” atti del convegno VIII-2000, pp. 121-130
– I cosiddetti Ninfei di Villa Caposele: decifrazione nell’opera di Vitruvio, “Formia e il suo territorio. Storia e archeologia” atti del Convegno 2017, Pro Loco Formia 2017, pp. 21-31.
– Il sepolcro formiano di Marco Vitruvio, “Formianum” atti del convegno VII-1999, pp.47-67.





