3 settembre, 2013 - Nessun Commento

LE PALUDI PONTINE
DI ALEXANDER IVANOV

La storia delle Paludi pontine non è stata ancora interamente scritta. Chi si ferma alle rituali vicende d’età fascista mostra di non conoscere l’ampiezza degli echi che esse hanno da sempre suscitato e di cui è vistosa traccia in antiche stampe, poesie, racconti, studi ed anche dipinti. Non avrei, ad esempio, mai immaginato di imbattermi nelle “mie” Paludi Pontine andando a visitare una mostra di pittori russi alle Scuderie del Quirinale a Roma qualche anno fa. Tra le molte cose belle che potetti ammirare, mi stava quasi sfuggendo un dipinto di non grande formato che richiamò in extremis la mia attenzione solo perché i suoi colori sembravano familiari, ma ancor più familiare mi pareva la sky-line del paesaggio in esso raffigurato. Feci, dunque, dietrofront e mi misi ad osservare quella linea montuosa che emergeva in un’alba fumosa di palude, ma assai ben distinguibile. Guardai il nome del pittore – Alexandr Andreeviç Ivanov – provai a cercare la didascalia che descriveva il luogo e, naturalmente, trovai che quel luogo erano le Paludi Pontine, delle quali i Lepini erano lo sfondo inconfondibile da Sermoneta-Bassiano fino a dove essi declinano verso i contrafforti degli Ausoni pipernesi e terracinesi. Fu emozionante. Ancor più lo fu quando lessi che quell’opera era abitualnmente conservata presso la Galleria Tretriakov di Mosca, dove avevo avuto la ventura di recarmi, attratto soprattutto dal desiderio di vedere la grande esposiziine, anch’essa là contenuta, dei giganteschi e coloritissimi dipinti che esaltano la Rivoluzione dei Soviet e che grondano di bandiere rosse, di folle apparentemente festanti, di riconoscibilissimi immagini di Lenin e di altri personaggi della storia politica russa. Preso dalla indubbia suggestione che, a prescindere dalle idee politiche diverse, i esercitano sui visitatori, quei dipinti colorati e grandi mi distrassero e mi fecero perdere le “mie” Paludi Pontine che pure erano conservate in qualche altra stanza – come potei constatare quando Mosca apparteneva ormai al mio irripetibile passato.

La mattina successiva alla visita alle Scuderie del Quirinale, rientrato a Latina, mi alzai di buonora e poiché la giornata era splendida e tersa, aspettai che il sole cominciasse a sorgere dietro i Lepini, quelli veri che si vedono dal balcone di casa mia, in cima ad un alto palazzo di Latina, e che fotografai. Poiché mi ero procurato la foto anche del dipinto di Ivanov, mi venne naturale raffrontare l’immagine della prima metà Ottocento con quella attuale e potei riconoscere senza alcuna fatica la perfetta coincidenza delle gobbe lepine, il susseguirsi di cime e di valli nell’alba che si tingeva di rosso.

Mi interessai anche di quell’Ivanov, che risultava autore del dipinto e potei così apprendere che egli, sulla scia dei romantici del Grand Tour ottocentesco, era venuto a Roma, dalla quale si era allontanato per riprendere immagini del paesaggio laziale. Le Paludi non potevano non suscitare una immediata attenzione di Ivanov. Giovandomi della collaborazione di qualche amico a Mosca, potei successivamente apprendere che quella sky-line lepina dipinta dal piuttore russo non era la sola immagine che Ivanov aveva lasciata e che, ne esisteva una seconda a San Pietroburgo; e che, anzi, il profilo dei Lepini era stato lo studio sul quale Ivanov aveva poi ambientato lo sfondo del paesaggio dell’opera pittorica considerata il suo capolavoro, ossia L’apparizione di Cristo al popolo, iniziata nel 1836 e ultimata nel 1857. La fila dei monti che si erge alle spalle del Cristo, difatti, non è quella che contrassegna le colline che accompagnano da nord-est il lago di Tiberiade e in cui si collocano le famose (per la guerra arabo-siriana) alture del Golan. Sono, invece, proprio i colli di Norma, Sezze, Bassiano. Sermoneta e di tutte le tribù collinari pontine. Mi sembrava che questa curiosità meritasse di essere raccontata.

 

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