26 maggio, 2012 - Nessun Commento

IN MORTE DI AJMONE FINESTRA

Il 26 aprile 2012 si è spento a Latina – per Lui Littoria – il senatore Ajmone Finestra, rimasto sempre fedele al fascismo nella cui temperie si era formato, arruolandosi come volontario nella II guerra mondiale, e che, nei giorni successivi all’8 settembre 1943, fece la scelta di aderire alla Repubblica di Salò.

Dopo la morte nel 2005 di Tommaso Stabile – dal quale, pur nella comune adesione politica, si era spesso distinto – Finestra è stato  l’ultimo personaggio importante di quella storia. Molti hanno commentato che la scomparsa di questi due personaggi (in verità c’è stata anche la figura del conte Guido Rangone, bonificatore, che, però, si era ritirato da tempo nel chiuso della sua abitazione, dalla quale è uscito lo scorso anno chiuso in una bara) si conclude la storia politica fascista in Agro Pontino.

Si parla qui di storia “personificata”, ossia individuata in persone,  perché la storia di come la palude sia stata trasformata in Agro è sempre al centro di un processo di conoscenza e di elaborazione, nonché di  dibattiti che aiutino a depurarla sia dalla mitologia delle origini (un’opera pubblica di grande importanza, come la bonifica integrale delle Paludi Pontine, elevata a simbolo e mito politico capace di oscurare tutti gli enormi errori di Mussolini, e dei suoi uomini, da ultimo la guerra, la guerra civile, i lutti, le morti e le distruzioni, gli odii che esse comportarono); sia dei rifiuti ideologici precostituiti (la c.d. damnatio memoriae) che nessuna pagina di storia merita.

La morte di Ajmone Finestra ha avuto una larga eco e altrettanta e giusta partecipazione umana, ma a mio avviso avrebbe meritato  più rispetto: il rispetto che si deve a chi, a prescindere dalle scelte politiche, ha osservato una condotta di vita senza sbavature, immersa in una grande correttezza amministrativa e politica. Anche quando, coronando davvero un sogno da vecchio fascista, dopo quasi un cinquantennio vissuto da uomo dell’opposizione di destra, divenne Sindaco nella città che per lui era il segno vivo della politica in cui credeva, Latina-Littoria.

L’austerità della morte di una Persona per bene, avrebbe preteso meno “spettacolarità” e toni più consoni alla circostanza. Sento di dover dire queste cose proprio per il rispetto che gli portavo e che lui mi ricambiava, pur sapendo che i rispettivi modi di pensare non coincidevano. Per chiarire: non considero nel novero delle “spettacolarità” gli ultimi desideri che il senatore Finestra avrebbe espresso: il cappello da bersagliere sulla bara coperta dalla bandiera della Rsi, e la fanfara dei “suoi” bersaglieri. E’ stata, secondo il suo modello, anche cosa giusta la camera ardente, collocata nell’unico edificio di Latina-Littoria che porta nell’uso popolare ancora un nome fascista, la “Casa del Balilla”.

Mi sono apparsi, invece, fuori dello stile ed anche un po’ offensivi per i moltissimi che hanno partecipato alle esequie senza essere fascisti, i bracci tesi, i “Presente!”, qualche musichetta fuori del tempo. E forse anche i simboli di una vita militare da Finestra vissuta pienamente: le due medaglie conferitegli quando l’Esercito era ancora sotto il fascio, e, soprattutto, le tre onorificenze militari dategli dai tedeschi che presidiavano, consentivano e garantivano la Repubblica di Salò. Non spiego perché io non l’abbia compreso, ma mi affido al buonsenso di chi intuisce cosa ci fosse dietro quel riconoscimento; e quanto contraddittoria fosse l’esibizione di  simboli, pur eroici, di violenza all’interno di una Chiesa. Almeno per chi ci crede. E la chiudo qui, non senza dire che accennerò più in là anche ad un’altra cosa che mi è parsa fuori stile.

Proseguendo nel ricordo di quelle esequie, mi sembra curioso sottolineare due coincidenze: Finestra muore il 26 aprile 2012, ossia l’indomani del giorno, il 25 aprile, che in Italia ricorda la Liberazione dal nazifascismo; e la presenza nella cattedrale di San Marco, a poca distanza dalla bara, e sia pure casualmente,  della bronzea statua della Madonna di Littoria”, prestata alla chiesa dal Comune già molti giorni prima. Una statua realizzata dallo scultore Antonio Ugo, che la regalò a Mossolini, che, a sua volta, la donò a Littoria, cui essa era stata dedicata dall’Autore. Non sarà dispiaciuta ad Ajmone la circostanza, anche se egli già si trovava nella condizione di potersi confrontare direttamente con l’Originale.

Le esequie sono state un ossequio di tanti che, pur non condividendone le idee politiche, rispettavano e stimavano la Persona per bene. Peccato ci sia stato qualche “sopra le linee”: ad esempio, è parsa un po’ troppo fragorosa la rottura dell’atmosfera quieta e silenziosa fatta dagli ottoni della fanfara, esplosi d’improvviso all’Elevazione, con le note del presentat’arm  e a fine cerimonia con lo struggente Silenzio fuori ordinanza, che esige toni assai più bassi e atmosfere molto più concentrate. E, forse, se i Bersaglieri fossero usciti di chiesa, a cerimonia ancora non conclusa, senza attraversare la navata centrale a passo di corsa, ma usando il per loro non abituale ma rispettoso passo, sarebbe stato anche questo meglio. Ma sono mie ubbìe personali, che non pretendo vengano condivise.

A cerimonia conclusa, poi, schieramenti a due passi dal sagtrato di appassionati del fascismo. e  saluti a braccio teso dei più duri e puri, tutti giovani che il fascismo, per loro fortuna,  non lo hanno conosciuto e continuano a non conoscere. Almeno a giudicare dalle dichiarazioni da alcuni fatte ai vari Youtube e ai giornali.

E veniamo ai discorsi. Questi hanno ormai preso il sopravvento nelle esequie di personaggi, così come gli applausi alla bara: mi sembrano una sorta di “gran finale” di spettacolo in una cerimonia che, come un funerale, richiede solo preghiera, concentrazione e silenziosa compartecipazione al dolore. Poi i discorsi. Misurato quello del sindaco Giovanni Di Giorgi, a parte qualche generosa attribuzione in eccesso di attività amministrative (“Ajmone ha fatto l’Università di Latina”.  Sono testimone diretto – spero credibile – che le cose sono andate in altro modo, e Finestra, ne sono convinto, non avrebbe gradito che gli si attribuissero meriti solo in parte suoi, e dei quali non aveva bisogno). Poi l’inattesa “orazione funebre” di Antonio Pennacchi. Sono e resto convinto, ferma restando la stima che ho per il Pennacchi scrittore e romanziere – stima che, del resto, si è ben guadagnata fuori di Latina, e a prescindere dalle mie opinioni – che non si sia trattato di orazione funebre. Se Antonio non si fosse fatto tentare dalla sua vis polemica e dalla sua propensione alla spettacolarizzazione, le cose che aveva detto di Finestra uomo non avrebbero fatto una piega. Difenderne la scelta di un Piano Regolatore introducendo anche la discriminante politico-ideologica fra il “piano Cervellati” /Finestra e “l’antifascista”  “Piano Piccinato, Benevolo, D’Erme” (1971) ha messo chi ascoltava in una condizione di imbarazzo. Credo di non dover spiegare il perché, se non dicendo che è stato il modo per fare un soliloquio senza contraddittori. Anche perché il Piano Cervellati non l’ha voluto coltivare la maggioranza consiliare di destra. E credo che Ajmone Finestra, sentendo da dove ora si trova quei discorsi, abbia reagito come avrebbe fatto da vivo: strizzando gli occhi e piegando la bocca in un sorriso sornione e ironico.

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