18 ottobre, 2017 - Nessun Commento

FORMIA, IL VICERÉ DI NAPOLI E UN EPITAFFIO DA RESTAURARE

formia MON UMENTO PERAFAN D'ALCALA FORM0001Il 28 dicembre 1503, sulle sponde del fiume Garigliano, tra gli attuali Lazio e Campania, Francesi e Spagnoli combatterono una battaglia decisiva per il futuro dominio sull’Italia meridionale. La spuntarono gli Spagnoli che insediarono a Napoli un viceré e governarono il regno dal 1504 al 1571, scrivendo una storia che ha colmato di di nomi, di vicende, di personaggi, di insediamenti un lungo tratto della vita di questa parte dell’Italia. Nel 1558, il vicerè don Pedro Afan de Rivera, duca di Alcalà fece erigere lungo l’Appia che attraversa l’odierna provincia di Latina, tre grandi epigrafi, quasi dei manifesti scolpiti nella pietra. Il primo si trova dove correva l’antico confine tra il regno di Napoli e lo Stato pontificio, nel luogo che si chiama Epitaffio. tra Terracina e Monte San Biagio. Era questo il termine dello Stato Pontificio dal quale partiva una zona neutralizzata che terminava al confine del regno di Napoli, rappresentato dal passo della Portella. La zona neutra era nota come “terra di nessuno”, e col tempo aveva finito per diventare l’area nella quale i briganti che battevano la montagna trovavano ospitale rifugio.

L’ Epitaffio che Perafan de Rivera fece affiggere recita: PHIL. II CATH.REGNANTE/ PER AF. ALCALAE DUX/ PRO REGE/ HOSPES HIC SUNT FINES REGNI NEAP./ SI AMICUS ADVENIS/ PACATA OMNIA INVENIES./ ET MALIS MORIBUS PULSIS BONAS LEGES/ MDLVIII. E’ una frase che sembra intrisa di spirito ospitale, ma nella quale mi sembra di leggere una buona dose di minaccioso sarcasmo: “Ospite, se vieni da amico troverai buone leggi”: il caso contrario è sottinteso, e sembra capirsi che volesse dire: se, invece, verrai con altro animo, troverai pane per i tuoi denti.

Un secondo epitaffio fu fatto apporre sempre da De Rivera a ridosso del fortino di Itri, eretto lungo le gole di S. Andrea, che costituiva un ostacolo ai nemici nel loro eventuale cammino verso Itri e Gaeta. Questo è scomparso, per quanto se ne sa, forse in conseguenza degli scontri che opposero Piemontesi e Napoletani nella campagna che portò alla caduta della piazzaforte di Gaeta e all’Unità d’Italia,

Un terzo, infine, sorgeva a Formia, sul bordo sud del ponte detto di Rialto, all’altezza dello snodo della via Olivetani che conduce a Castellone, la parte alta di Formia. Esso subì una pessima sorte, perché il ponte venne bombardato dal mare dagli Alleati nel 1944, e il bombardamento, che provocò la morte di 22 operai che stavano compiendo lavori nelle immediate vicinanze, provocò anche la distruzione dell’epitaffio, i cui resti, che avrebbero potuto essere recuperati, furono invece dispersi nel dopoguerra. Forse andarono, con altre centinaia di migliaia di metri cubi di macerie della città, a riempire l’ampio tratto di mare che corrisponde all’odierno Largo Paone. Invece il possente parallelepipedo guarnito di grandi pietre tagliate che lo sosteneva, finì nascosto tra le macerie più o meno riordinate al bordo della strada.

Qui interessa in particolare questa targa formiana, perché di recente una parte del parallelepipedo di sostegno è stato parzialmente rimesso in sesto, come può osservarsi dalla fotografia, scattata nell’estate 2017. Ma non si può essere soddisfatti del parziale ripristino, Sembra che l’epigrafe vera e propria sia da considerare perduta (ma chissà che i suoi frammenti non possano saltare fuori da qualche parte), ma ricostruirla non dovrebbe essere troppo costoso, anche sulla base di fotografie pre-belliche, come quella che qui si pubblica. E da qui si lancia un appello al Comune di Formia affinché si adoperi per un restauro del piccolo monumento e per una sua adeguata segnalazione con una targa esplicativa ed una coppia di fari notturni. Non costerà molto, ma varrà molto.

 

 

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