15 aprile, 2014 - Nessun Commento

GLI ORRORI DELLA STORIA
DAL BRIGANTE GASBARRONI
ALLA BATTAGLIA DI CASSINO

Due notizie di segno contrario, conflittuali, contraddittorie, entrambe nascono dalla storia, quella meno recente e quella che ancora bussa alle porte, rancorosa.

GASBARRONI RIVENDICATO. La prima viene da Sonnino, dove quell’Amministrazione comunale ha manifestato l’intenzione di chiedere al Museo Lombroso  le spoglie di un loro non onorato concittadino, quel purtroppo famoso e famigerato brigante che ha dato il nome ad una categoria umana: Antonio Gasbarroni detto Gasperone, i cui natali si collocano, appunto, nel piccolo Comune lepino-ausono (è proprio sui confini). Gasperone si segnalò ai suoi tempi, negli anni che precedettero il compimento dell’Unità d’Italia e la scomparsa dello Stato Pontificio, per l’efferatezza di molti suoi delitti, che lo portarono ad essere rinchiuso come galeotto nel carcere di Civitavecchia, dove morì nella metà dell’Ottocento dopo aver consegnato ad un suo compagno di banda, l’ergastolano Pietro Masi di Patrica, il racconto dei tratti salienti della sua non onorabile vita. Gasperone, difatti, segnò il territorio dell’antica Marittima e anche di Campagna con rapimenti, richiesta di riscatti, vendette sanguinose, l’uccisione anche dei sequestrati i cui parenti avevano rispettato le regole del pagamento del riscatto. Un uomo spietato. Eppure, a distanza di quasi due secoli, il suo Comune gli riconosce non una grandezza di spirito che non ha mai avuta, ma una notorietà che lo abiliterebbe a rientrare – si presume con qualche cerimonia di circostanza, tra il funereo e il folkloristico – nel territorio in cui nacque, sottraendolo alla perpetua infamia di essere considerato il prototipo di un brigante e di un assassino, “qualità” che il museo Lombroso gli garantisce senza scampo. Qui, dunque, la storia si ferma davanti ai tempi trascorsi e tenta una sorta di non dichiarata riabilitazione.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE. La seconda notizia viene da fonti inglesi, che hanno minacciato una protesta clamorosa contro i Tedeschi, rei di aver manifestato l’intenzione di ricordare insieme agli antichi avversari, anche i loro uomini caduti nella sanguinosa battaglia di Cassino, conclusasi a Castelforte c on lo sfondamento della Linea Gustav e la liberazione di tutto il Lazio meridionale. Quell’avvenimento si compì esattamente 70 anni fa. I britannici non accettano che anche un popolo vinto, e riscattatosi (noi non abbiamo mai messo sotto processo coloro tra i nostri che mal si comportarono, pur in una spaventosa guerra senza pietà). Ecco quanto è stato scritto su un sito web, immediatamente segnalato tra chi segue questo genere di cose: “Londra – I Tedeschi vogliono celebrare la battaglia di Montecassino? E’ una pretesa ridicola ma soprattutto offensiva. Le truppe germaniche hanno compiuto in Italia atrocità che noi non possiamo ignorare”. John Clarke, segretario generale della associazione dei veterani di Montecassino, è un ex sergente scozzese che mezzo secolo fa partecipò alla leggendaria battaglia intorno all’ abbazia. Ricorda ancora come fosse oggi l’ inferno nel quale persero la vita 150 mila soldati alleati: “I quattro mesi più terribili della mia vita”. Sergente, perché non andrete a Montecassino per la celebrazione dell’ anniversario della battaglia che fu strategica per la campagna in Italia? “Chiederci di sfilare accanto ai tedeschi che si comportarono in Italia in modo tanto poco onorabile, è una pretesa che non possiamo accettare. Avremmo preferito effettuare la nostra manifestazione senza i veterani tedeschi. Avevamo chiesto anni fa noi stessi ai tedeschi di essere rappresentati in questa occasione ma non eravamo ben al corrente dei loro crimini né dell’ impatto che avrebbero voluto dare alla cerimonia con una presenza tanto massiccia. Forse ci saranno alcuni dei nostri colleghi disposti a ‘ perdonare’ ed a sfilare a Montecassino ma la quasi totalità dei nostri veterani inglesi e delle altre truppe alleate della Ottava e della Quinta Armata faranno altrimenti. La nostra manifestazione si svolgerà a Gaeta”. Perchè questa scelta? “Ci sono delle regole di comportamento che debbono essere mantenute anche nelle circostanze più difficili. Noi certamente non abbiamo compiuto atrocità paragonabili a quelle dei tedeschi sui prigionieri di guerra o su civili indifesi. Basta andare negli uffici Public Records di Kew, qui a Londra, dove sono conservati i documenti ufficiali, per rendersi conto del modo inaccettabile e spesso inumano con il quale i tedeschi facevano la guerra. La lettura di quelle carte farebbe inorridire chiunque”. Sarà rappresentata anche la Royal Family? “Sì certamente. Il duca di Kent cugino della sovrana la rappresenterà durante le cerimonie religiose in commemorazione dei nostri caduti. Noi stessi renderemo omaggio alla regina nostro capo di Stato ed alla memoria di suo padre Giorgio VI. Io facevo parte del reggimento Royal Green Jacket. Ho ancora la mia cornamusa che suonerò insieme ad altri commilitoni scozzesi a Gaeta. Ma certamente noi non vogliamo che questa data sia ricordata soltanto per gli orrori della guerra di liberazione in Italia nella quale molti dei nostri uomini e delle truppe alleate hanno dato la vita. Noi vogliamo che si guardi all’ avvenire ed al fatto che l’ Italia è tornata ad essere un grande e piacevole paese. Per questo vogliamo che a Gaeta ci sia anche un’ atmosfera di festa. Vogliamo anche che si balli e si canti. Per quanto mi riguarda io sarò in un albergo di Gaeta e sarò felice di offrire il migliore vino italiano a tutti gli ospiti che mi faranno visita. Io ed i miei commilitoni – in più di duemila andremo a Gaeta a celebrare la battaglia di Montecassino – intendiamo protestare soltanto contro l’ inclusione nella cerimonia di uomini che non sono del tutto immuni dal sospetto di avere compiuto atrocità incompatibili con il nostro mestiere”. Ma il sergente non dovrebbe neppure dimenticare che un suo connazionale, lo scrittore Frederick Taylor, ha lasciato due libri che testimoniano la spietatezza del Bomber Command alleato su tutte le città tedesche superiori ai 15 mila abitanti. Dresda fu l’ultima, ed è divenuta un simbolo. Mai scomodare antichi rancori: sono un’arma a doppio taglio. ”Anche se l’episodio di protesta che qui si cita si riferisce al Cinquantenario della guerra, ossia al 1994.”

 

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