1 marzo, 2014 - 1 Commento

“MINTURNO È TRAETTO”: STORIA DI UN PAESE E DI DUE AMICI CHE SI SONO RITROVATI

Dino e Alfonso Artone, padre e figlio (Foto da Minturnet.it)

Credo che una delle cose belle per chi ha la fortuna di avanzare nell’età è quella di guardarsi indietro e riscoprire antiche amicizie. Anch’io ho avuto questa fortuna e tra le amicizie ritrovate e ravvivate cito quella con Dino Artone, col quale abbiamo avuto la ventura di frequentare lo stesso glorioso Istituto “Vitruvio Pollione” di Formia, che negli anni del dopoguerra è stato un autentico faro nel panorama desolato delle macerie, della povertà, della disillusione. Il Ginnasio Liceo “Vitruvio Pollione” è ancora là, in via Rialto Ferrovia, a Formia: è un brutto scatolone modello case popolari, ma mi resta nel cuore anche perché ebbi la ventura di inaugurarlo con qualche migliaio di altri colleghi studenti, e diverse decine di ottimi docenti, dopo aver lasciato le anguste e fredde aulette (tali adattate) degli Olivetani di Castellone, dove fu alloggiata la scuola media “Dante Alighieri”, in mancanza dei prestigiosi locali che erano stati inaugurati lungo Via Vitruvio nel 1924 dal senatore minturnese Pietro Fedele, all’epoca ministro della Pubblica istruzione. La guerra, anzi i tedeschi, li ridussero in briciole nel 1943. Con Dino Artone ci siamo seguiti molto a distanza, sentendo l’uno dell’altro, ma senza ulteriori passi di riavvicinamento, ma casualmente riconoscendoci in alcuni tratti della nostra diversa vita, se è vero che quando ci siamo risentiti circa 50 anni dopo, tutto sembrava come allora. Sapevamo che cosa avevamo fatto, lui con un curriculum più “variegato” del mio, essendo medico, poeta, scrittore, docente e un sacco di altre cose, oltre che – ai bei tempi – valido calciatore (anche in questo fummo compagni di una delle squadrette che si cimentavano in tornei di vario genere, e più bravo di me, che campavo della sufficienza, a differenza sua, che puntava in alto). Bene: Dino mi telefonò chiedendomi, con mia sorpresa e dopo le rituali affettuosità e le reciproche meraviglie iniziali, di scrivere la presentazione di un suo libro. Ci ho provato e ho ritrovato il mio scritto pubblicato su un volume di oltre 800 pagine, firmato da Dino e dal figlio Alfonso (che sta decisamente percorrendo le strade della multidisciplinarietà degli interessi paterni). Il libro si chiama Minturno è Traetto, ossia la città che oggi chiamiamo Minturno e che duemila anni fa si chiamava Mintiurnae, è la stessa che si chiamò Traetto, ossia ad trajectum, dopo che le invasioni barbariche ebbero distrutto il ponte romano sul Garigliano, costringendo gli abitanti a fare innovazione risolvendo l’attraversamento del fiume con un traghetto pilotato da una fine stesa tra le due sponde. E tale lo raffigurano i viaggiatori del Grand Tour nelle stampe soprattutto dell’Ottocento, ma anche dei secoli precedenti. Tutto questo lo dico per annunciare con grande piacere la nascita di questo volume, tenuto a battesimo editoriale da una preziosa e ormai gloriosa Editrice che si trova anch’essa a Minturno, la Armando Caramanica Editore, che si è fregiata di aver tenuta sempre alta la fiamma della cultura aurunca, e non solo. Il libro verrà presentato al pubblico il 22 marzo prossimo. E chi potrà è invitato a non perdere l’occasione.

 

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