7 novembre, 2012 - Nessun Commento

DEMOLITI GLI “SCHELETRI” DI MAIORA III AL CIRCEO

(foto da Legambiente)

Gli scheletri sul Promontorio

 

 

 

 

 

 

Nei giorni scorsi (il 31 ottobre 2012, per la storia) le ruspe hanno demolito uno dei più chiacchierati abusi edilizi della meravigliosa zona di Quarto Caldo a San Felice Circeo. Parliamo di alcuni scheletri di costruzioni, iniziati senza UNA licenza edilizia (all’epoca si chiamava così) fondata su una corretta applicazione delle norme del Piano di fabbricazione allora vigente. Erano destinate, fin dalla posa del primo plinto nella roccia del Circeo, a fare la fine che hanno fatto. Polvere erano e polvere sono ridiventati.

Si chiamavano “lottizzazione Maiora III”, ma con il blocco dei lavori erano diventati “gli scheletri”. Quegli scheletri abusivi hanno resistito forse quarant’anni a tutti i tentativi di demolizione, in parte per l’ostinazione (comprensibile, ma fuori luogo) di chi vi aveva investito; e in parte per la neghittosità o il timore (o chissà cos’altro) degli amministratori, che hanno sempre esitato a fare l’unica cosa che rimaneva da fare: demolirli.
Ed ora che gli scheletri non fanno più parte del paesaggio abusivo del Circeo, mentre per un verso sono il riaffermarsi della legalità e della difesa di un ambiente destinato a Parco nazionale, dall’altro verso hanno suscitato qualche rimpianto. “Sarebbe stato meglio lasciarli in piedi – ha commentato qualcuno – tanto ormai si erano radicati nel paesaggio. Sì, è vero, ne erano la negazione, ma costituivano anche la rappresentazione di come si possa reagire ad un abuso, che è sempre atto di prepotenza”.
A quei tempi, chi scrive faceva il giornalista, e di Maiora III (e di altri abusi consumati al Circeo) scrisse centinaia di articoli per Il Messaggero, insieme ad Emilio Drudi. Oggi quegli articoli, per chi li volesse consultare, si trovano in alcune cartelle depositate presso l’Archivio di Stato di Latina, a ricordo di un’epoca prepotente (era anche l’epoca di Camillo Crociani, se qualcuno lo tiene ancora in mente), e del balcone moderno e munito di tende costruito attorno alla cinquecentesca Torre Cervia che Crociani aveva comprato e trasformato in una villa moderna. Poi Camillo Crociani morì in Messico, dove si era trasferito per certe ragioni legate alla sua attività di uomo d’affari.
Un giorno che il cronista si era recato presso Maiora III per osservare se c’erano stati cambiamenti dopo lo stop ai lavori, ed avendo con sé la macchina fotografica, gli capitò di essere duramente rimbrottato da un imbronciato energumeno che spuntò fuori da uno degli scheletri, urlando di non avvicinarsi e stringendo in una mano un fucile da caccia. Per dire come andavano le cose. Ma il tempo, stavolta, è stato galantuomo.

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