24 settembre, 2012 - Nessun Commento

CON LA MORTE DI ERNESTO PRUDENTE
SCOMPARE UN AMICO E UN DIFENSORE DI PONZA

Ponza ha perduto un Figlio importante, ed io, come tantissimi altri, ho perduto un Amico. Ernesto Prudente ci ha lasciati a 83 anni, vissuti ancora da giovane, non fosse per quei problemi che gli derivavano dal maledetto vizio del fumo che coltivava con scientifica incoscienza. Alla sigaretta era rimasto attaccato per decenni: sì, diceva che era vero che fumare non gli semplificava le cose, ma poi, se rinunci anche a questi “sfizi”…

Ernesto se ne andato in un ospedale di Roma, vivendo male un lungo ricovero iniziato in estate, e, forse, morire a Roma era l’ultima cosa che avrebbe desiderato, anche se aveva riempito la sua vita di amicizie e conoscenze romane fatte nella sua Ponza. Morire a Roma è stato un dispetto riservatogli dalla vita, una cosa che non si sarebbe augurato. Ma così è stato.
83 anni sono quello che chi ancora non c’è arrivato definisce “una bella età”. Per Ernesto era un’età bella, perché da quell’altezza poteva continuare a scavare con piena sapienza i segreti della sua Isola, che pure dovevano essere diventati solo pochi rimasugli: aveva, difatti, scorazzato tra tutti i miti, le leggende, i posti, i personaggi, le favole, le invenzioni, le fantasie, le esagerazioni, i vocaboli, i detti e motti, le antiche sapienze marinare e contadine, le bellezze straordinarie di quell’Isola di Ponza. Un’Isola-madre alla quale da anni dedicava anche la paziente ricerca di testimonianze scritte e fotografiche, disegni, illustrazioni, insomma tutto ciò che valesse la pena di ricordare, perché i suoi concittadini ricordassero e, prima ancora, imparassero. Io stesso avevo avuto il piacere di contribuire a questa formidabile raccolta di libri e scritti, donandoigli alcuni miei articoli degli anni Cinquanta del Novecento apparsi su Il Messaggero; e anche il verbale della prima seduta del Consiglio comunale di Ponza, che avevo trovato presso un antiquario, subito dopo l’Unità d’Italia. Un’Isola che gli procurava questo piacere, ma che pure gli dava amarezze, specialmente a vedere come gliela trattavano certi Ponzesi e certi amministratori di Ponza. Tanto che, lui che non aveva mai voluto fare politica (ma seguiva la politica, da socialista vecchio stile, da persona perbene e rispettosa), aveva finito per farsi attrarre qualche volta, pur con grande dispiacere, fino a ingaggiare una guerra giudiziaria personale per rimuovere alcuni amministratori. Guerra vittoriosa.
Perché sotto l’apparente dolcezza e affabilità, sotto la condiscendenza e la comprensione, sotto l’animo romantico che mascherava con toni burberi e cinici, c’era la convinzione delle sue idee, e per quella convinzione era disposto a tutte le battaglie.
Ne so qualcosa anch’io, quando Ernesto scoprì che sostenevo la tesi che le isole che un tempo si chiamavano “gruppo delle Ponziane”, avevano ormai finito, nell’uso comune, per chiamarsi Isole Pontine, un aggettivo che riteneva una bestemmia storica e una somma offesa etimologica, tanto da criticarmi apertamente una sera, sotto Mamozio, davanti al mare del porto, calmo sotto l’afrore di un incipiente scirocco, quando mi invitò a parlare di Ponza insieme ad alcuni amici. Me li trovai tutti contro, e Lui ebbe il garbo di ribadire le sue critiche etimologiche con sufficiente baldanza e con tutti gli argomenti di cui disponeva, ed io dovetti difendere le ragioni che possono portare un toponimo a cambiare nel tempo.
Quella sera fu un momento di differenziazione delle rispettive opinioni, ma del tutto insignificante riguardo al rispetto e alla stima che Gli portavo e che, credo, mi ricambiava. Quel tema divenne per lui una sorta di amorevole ossessione, e ne ha lasciato una specie di testamento per la memoria affidando al web uno scritto, pur non firmato, che ha intitolato Perché sono ponziano e non pontino. Ma la polemica non è mai stata portata con toni saccenti o sprezzanti, perché dietro il modo burbero di Ernesto c’era sempre grande rispetto e grande signorilità. Ricordava che toccava a Lui dare il buon esempio di civile convivenza, perché per tanti anni ne aveva fatto oggetto di insegnamento alle centinaia e migliaia di studenti che aveva preparato durante la sua lunghissima carriera scolastica di “Maestro” (un termine che per Lui va scritto proprio così, con la maiuscola)
Cos’altro, se non stima, è il fatto che abbia sempre avuto il pensiero di mandarmi i libri che scriveva a getto continuo con notizie sempre nuove sul milieu ponzese, e sempre accompagnati da una dedica affettuosa e finanche esagerata? O che Egli mi abbia chiesto di seguire la stampa del suo primo libro “importante”, Ponza. Antologia e bibliografia, che pubblicò nel 2000 e alla cui presentazione non potei poi partecipare, come dovetti con grande rammarico scrivergli (la lettera è un caro ricordo che riproduco di seguito)? O che Egli mi abbia chiesto di scrivere l’introduzione e poi di presentare al pubblico dell’Isola, l’altro suo libro Ponza, il tempo della storia, il tempo del silenzio, quella sera di venerdì 17 (un’accoppiata vagamente iettatoria di numero e giorno, che non temeva, malgrado il suo animo “partenopeo”) giugno 2005, presso il Winspeare Club?
Caro Ernesto, questo non è un epitaffio, ma lo sfogo di un Tuo amico che hai lasciato nel dispiacere, facendogli, insieme a migliaia di altri Tuoi amici, il dispetto di andartene silenziosamente e fuori della Tua Isola. Avremmo tutti preferito salutarTi nel luogo dei tuoi abituali e giornalieri incontri sotto il Comune, a un tavolino del Welcome Bar.
E, stai tranquillo, quando torneremo a Ponza, è là che continueremo a vederTi e a salutarTi, in silenzio.

Una lettera ad Ernesto

Il 14 giugno 2000 ebbi a scrivergli questa lettera per declinare il suo invito alla presentazione del libro Ponza. Antropologia e Bibliografia, nel quale, tra illustri scrittori di Ponza, aveva avuto l’amabilità di inserire anche un mio scritto.

Carissimo Ernesto, conosci troppo bene il mio affetto per Te per non comprendere e giustificare il forfeit che sono costretto a dare, disertando la presentazione del Tuo bel libro Ponza, Antologia e Bibliografia del 17 Giugno. Il dispiacere è accresciuto dal fatto che considero il libro anche parte di me per varie ragioni: perché ho contribuito, sia pure in modo marginale, alla sua nascita; perché sono presente – grazie alla Tua generosità – nel libro con un mio scritto; perché abbiamo ripetutamente parlato di questa presentazione: puoi, perciò, comprendere il mio sincero rammarico, anzi la mia mortificazione per non poter essere con voi a questo battesimo. Sono sopraggiunte circostanze nuove – di cui Ti ho parlato – che mi impediscono, malgrado ogni buona volontà, di partecipare. Ti prego di scusarmene con tutti, certo di essere scusato da Te.
Ma detto questo, debbo anche aggiungere qualche cosa. Ho usato sopra la frase “Tuo bel libro”, dando con ciò una risposta all’interrogativo (retorico) che Ti poni nella introduzione: se, cioè, un libro che sia formato da brani scritti da altri Autori, appartenga a chi ha collazionato i brani, li ha scelti, li ha interconnessi, allo scopo di dare una immagine finale dell’ “oggetto” trattato – Ponza – il più compiuto possibile. Sappiamo, purtroppo, che i libri non si leggono mai abbastanza e nutro, perciò, la convinzione che se parte di libri viene riproposta in modo gradevole, accattivante ed anche graficamente e tipograficamente importante, come hanno fatto Bruno Nobili (curatore del lay-out) e Mauro Vari (editore del libro), e con un florilegio che si ispira all’amore per l’”oggetto” (e in questo amore includo, immodestamente anche un mio scritto, perché è citato), il risultato positivo si deve a chi ha fatto da maieuta. Cioè a Te.
Quanti, del resto, al di là del ristretto ed eletto numero di amatori, ha mai saputo che monsieur DeDolomieu navigò questi mari, spinto dalla sua passione geologica, per sperimentare dal vivo conoscenze intuite e per scoprire cose nuove, trovando nelle Isles Ponces quel Gran Libro della Natura che i vulcani avevano scritto? E quanti erano a conoscenza del rapido e cromatico scritto di Norman Douglas, ben più noto per il suo sconfinato amore per Capri, ma che pure ebbe, per un attimo, a tradire quel suo amore sedotto dal fascino del magma di Ponza?
Quanti, ancora, dopo averlo nominato in ogni occasione, si sono poi sobbarcati alla fatica di leggere l’ottocentesco italiano di Giuseppe Tricoli lungo le 430 pagine (indice escluso) che formano il suo fondamentale libro sull’Arcipelago delle Ponziane? E che dire delle indagini del Maestro Amedeo Maiuri, degli stupori di Pasquale Mattei, della poesia di Cesare Brandi, grande amatore dell’Arte, che riscopriva nei paesaggi e nelle isole? Un libro è un figlio, e un figlio può nascere dalle proprie viscere e dal proprio amore, ma anche dall’affidamento o dall’adozione.
Tu sei diventato il Padre ponzese adottivo di tutti coloro che si sono riconosciuti sentimentalmente, scientificamente, fantasiosamente, culturalmente in Ponza o che, magari, Ponza hanno dovuto “subìre” quando dovettero soggiornarvi non in forza di una libera scelta, ma a causa di un atto d’imperio denegatorio della libertà di pensiero.
Il Tuo libro ci affranca della fatica di ripercorrere, cercandoli nella biblioteca, i libri di ognuno di loro, perché ce li offri su un vassoio stampato, con il condimento della stupenda retorica dei dagherrotipi e delle prime cartoline di Alterocca, e della perenne e precaria bellezza delle falesie, dei faraglioni, delle ginestre in fiore che traspare dalle moderne diacolor.
Con la generosità che Ti conosciamo rendi omaggio anche a Salvatore Perrotta, che, forse, ha avuto il torto di credere poco nelle sue qualità, perché il suo vademecum attorno ai mari, ai colori e alle rocce di Ponza è una delle cose importanti fatte per l’Isola. Un’Isola viva, non quell’ Isola dei Morti che Arnold Bocklin avrebbe dipinto ispirandosi a Ponza, come ricorda anche Alberto Savinio. (Come si fa a pensare a una Toteninland guardando la vitalità di Ponza?). La Tua operazione di recupero e di riproposizione della memoria letteraria – e quindi anche della memoria storica – mi sembra fondamentale nel momento in cui la memoria visiva sembra sempre meno propensa a riflettere sugli errori commessi nel crescere, e sempre più propensa al consumo delle immagini – quelle via tv o per via telematica -, con la conseguenza che la fantasia rinuncia ad attingere agli infiniti spazi offertigli dalla Natura e dal Sentimento, finendo, così, inconsciamente, per rinunciare ad una propria libertà, quella di riconoscersi nel suo Paese “materiale”.
Ricordi le battaglie contro la devastazione di Le Forna da parte della Samip, e le accuse che ci venivano rivolte da tanti? E ricordi la guerra per il Piano regolatore, per migliorare i collegamenti, per sottrarre Ponza all’isolamento senza stravolgerne le qualità? Chissà se siamo riusciti a realizzare i sogni. Viviamo momenti in cui dominano i surrogati: l’immagine virtuale e gli effetti speciali, come surrogato dell’immaginazione; il CD Rom come surrogato del libro; la moltitudine chiassosa e pedante dei portafogli gonfi, come surrogato della libertà di essere padroni della propria vita. Tuo Pier Giacomo Sottoriva

 

 

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