13 luglio, 2012 - 1 Commento

ADA WILBRAHAM CAETANI
DUCHESSA DI SERMONETA
E AUDACE ALPINISTA DOLOMITICA

Ada Wilbraham Caetani, duchessa di Sermoneta

Ada Wilbraham Caetani,  moglie del XIII duca di Sermoneta, Onorato, viene ricordata nella sua veste di audace alpinista dolomitica in un bel libro che MIrco Gasparetto di Treviso ha pubblicato in questi giorni (Pioneers. Alpinisti britannici sulle Dolomiti dell’Ottocento, editore NS, con il patrocinio del Club Alpino Italiano). E’ un volume curato per ricordare tre caratteri di rocciatori: la performance tecnico-sportiva, l’audacia di chi vi si impegnò, e il volto pionieristico dei rocciatori britannici dell’Ottocento. Ne viene fuori una immagine complessiva nella quale la ricerca colta di storia dell’alpinismo si fonde con l’emozione per le imprese compiute sulle maggiori e più difficili cime dolomitiche, in un momento nel quale il pionierismo si misurava anche con la modestia dei mezzi tecnici, ben diversi da quelli di cui oggi si dispone per affrontare la montagna.

Ada Wilbraham Caetani viene inclusa tra questi pionieri dell’alpinismo ottocentesco, e non già come suffragetta, ma come donna consapevole di rivestire un ruolo cui non intendeva rinunciare, e che si cimentava non per esibizionismo, ma per spirito audace e curiosità infinita. L’avventura che di lei si racconta ebbe luogo quasi esattamente 130 anni fa, il 15 di agosto del 1882. Campo di svolgimento fu la Cima Piccola delle tre di Lavaredo. “L’evento – scrive Marco Gasparetto – ferma non solo la più che probabile terza salita assoluta, bensì la prima ascensione femminile di una cima che, allora, rappresentava emblematicamente l’estre­mo limite dell’arrampicata dolomitica. Dietro la blasonata figura della duchessa Ada di Sermoneta, si cela l’inglese Ada (Adela) Con­stance Bootle-Wilbraham, il cui cognome ri­chiama colui che sali il Monte Bianco nella lontana estate del 1830; pionieristica epoca che anticipava d’una trentina d’anni la fondazione dell’Alpine Club”. Si parla del padre di Ada, “il giovane uffi­ciale Edward Bootle-Wilbraham“.

La copertina del libro di M. Gasparetto

Ada era convolata “a nozze nel 1867 con il Duca Ono­rato Caetani di Sermoneta (Roma, 1842-ivi, 1917); non l’ennesimo rappresentante di nobile censo, ma il discendente di una delle più anti­che famiglie patrizie romane’. I Caetani, gran­di proprietari terrieri, avevano dato alla Storia ben due Papi oltre a una galleria di personaggi d’alto profilo politico e sociale. Lo stesso Mi­chelangelo Caetani, padre di Onorato e uomo di raffinata cultura, era stato Governatore di Roma nel 1870, anno in cui la città votò il plebiscito di adesione al Regno d’Italia in seguito al 28 settembre. Pure Onorato Caetani fu autorevole uomo di governo: sedicesimo sindaco di Roma, conservatore d’ala moderata, Ministro degli Affari Esteri durante il secondo governo di Antonio di Rudinì. Oltre al ruolo politico, Onorato Caetani fu per una decina di anni presidente della Società Geografica Italiana e  membro della Sezione di Roma del Club Alpino Italiano, nonché socio dell’Alpine Club inglese, ammesso con la sessione di dicembre del 1882, lo stesso anno delle estive avventure coniugali sul­la Cima Piccola di Lavaredo.

Malgrado l’importanza dell’impresa, la notizia della salita alla Piccola di Lavaredo affiora (con cinque anni di ritardo) solo grazie ad una fortunata combina­zione d’eventi. La felice circostanza si concre­tizza per merito di Enrico Abbate, un ingegne­re iscritto alla stessa sezione romana del Club Alpino che, su indirizzo di Orazio de Falkner, si era avventurato tra le pareti delle Drei Zinnen negli ultimi giorni d’agosto del 1887, pubbli­cando un ampio resoconto sull’annuale Bol­lettino del Club Alpino Italiano. Nell’occasione, Abbate non riportò solamente la cronaca del­le sue salite, ma la introdusse con una saliente ricostruzione storica degli avvenimenti alpini­stici in Lavaredo, tra cui un’intervista indiretta all’alpinista anglo-romana, oggi fondamentale reperto storiografico…

Ecco quanto scrive Abate: “Ho più sopra accennato alla ascensione compiuta dalla duchessa Ada di Ser­moneta, intrepida alpinista che ha ormai visitato tutti i più difficili colossi alpini e che la sezione di Roma ha il vanto di contare fra i propri soci. Poiché essa è l’unica signora che abbia posto il piede sulla Cima di L,avaredo, ritengo opportuno di riferire in breve i particolari della importante ascensione, quali mi furono cortesemente narrati dalla duchessa medesima.

Nel mese di agosto 1882, il giorno 15, a quanto é dato ricordare, la nobile signora muoveva dalla Dreizinnenhútte [il rifugio sotto le tre Cime] insieme colle guide Innerkofler, le quali non avevano fatto alcuna obiezione al desiderio dell’alpinista e neppure avevano domandato di esperimentare la bravura in altre più facili ascensioni preliminari, persuase, come dissero poi, che alle prime difficoltà la signora avrebbe rinunciato all’impresa.

Recatasi alla sella che divide la cima più alta dalla più bassa,incominciò l’arrampicata per piccole cornici e per stretti camini, superando non lievi difficoltà. A circa due terzi di altezza trovò uno dei passi più pericolosi, bisognò attraversare la parete rocciosa del quadrangolare pinnacolo, volta verso la cima più alta, sopra una sporgenza di roccia, inclinata sull’abisso, e talmente stretta, che il piede appena vi si poteva posa­re per intiero, mentre le mani per trovare un sostegno, dovevano scegliere con infinita precauzione quelle po­che pietre, spesso mobili, che sporgono all’infuori. Ad un certo punto, ove la roccia soprastante alla cor­nice si avanza sulla medesima, occorse camminare piegati colle spalle curvate verso il vuoto. E fu qui che la coraggiosa Duchessa corse un serio pericolo. In seguito al consiglio di Michel Innerkofler [una delle due guide] di far presto per timore anche di possibili cadute di sassi, si afferrò colle mani a una piccola pietra sporgente, ma, avendo questa ceduto, perdette l’equilibrio e sarebbe precipita­ta giù, se Michel prontamente non l’avesse trattenuta per un braccio. La valente alpinista non si scoraggiò per questo, ma, con quella calma e quella presenza di spirito che sono rare anche in provetti alpinisti, proseguì l’ascensione.

Al punto in cui la parete piega, dovette fare un passo molto lungo per passare all’altro versante rivolto verso la Capanna. A questi passaggi un altro ne seguì anche più difficile e pericoloso. Convenne inerpicarsi su per uno stretto verticale ca­mino o piuttosto crepatura nella roccia, nella quale le guide per maggior prudenza salirono senza scarpe. Giunse quindi sulla vetta che le nebbie avevano rav­volta d’impenetrabile velo. Non avendo seco alcun biglietto di visita, scrisse sopra una roccia il proprio nome con del fosforo bruciato: quindi si accinse alla discesa che si compì senza notevoli incidenti. Il Duca di Sermoneta, che intanto saliva sulla cima più alta, poté seguire per il primo tratto l’ascensio­ne della sua signora. Gli pareva, da lontano, che le persone misteriosamente, come quadri, rimanessero attaccate alla liscia parete rocciosa. Nel secondo tratto la nebbia nascose alla sua vista la comitiva, ma i fre­quenti gridi di richiamo lo rassicurarono”.

Ada – osserva lo scrittore Marco Gasparetto – era donna finemente acculturata, socialment­e abituale viaggiatrice, affascinata tanto dall’estetica delle Alpi quanto dagli esotismi dei deserti mediorientali. Esperta amazzone ed allevatrice di cavalli, è pure l’intraprendente ani­ma tutelare dei preziosi aspetti naturalistici e cul­turali dei vasti possedimenti di famiglia nell’Agro Pontino. A lei si devono, infatti, progettazione e cura del Parco e del Giardino di Fogliano, nei pressi di una delle residenze dei Caetani, oltre ad avere gettato le basi per la cura del Giardino di Ninfa, oggi monumento naturale.

Al momento della salita sulla Cima Piccola di Lavaredo, Ada Bootle-Wilbraham aveva trenta­sei anni ed era già madre di cinque dei suoi sei figli.

 

1 Commento

  • Ho letto con curiosità e molta attenzione l’affascinata storia di questa figura femminile dalla forte personalità cos’ ben descritta. Ho fatto questa ricerca dopo aver visitato il giardino di Ninfa e aver trovato il suo nome.
    Ma la cosa che mi colpisce è quanto abbiano influito sulla crescita delle donne italiane figure di giovani straniere che avevano sposato uomini illustri italiani impegnati anche politicamente ( Umbria – Città di castello Alice Hallgarten Franchetti-americana di New York- Harriett Lathrop Dunham, conosciuta in Italia come Baronessa Etta de Viti de Marco, di New York anche lei e come molte altre …

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