4 febbraio, 2021 - Nessun Commento

L’ODISSEA DEI REPERTI MONUMENTALI DI FORMIA

di Salvatore Ciccone

ALa conoscenza archeologica di Formia fino ad un recente passato è stata determinata da fortuite scoperte, prima durante la rinascita di un tessuto urbano dal Settecento al primo Novecento, poi negli scavi edilizi più consistenti e distruttivi dal secondo conflitto mondiale fino agli anni 1970.

In questa seconda fase si distingue per frequenza ed eccezionalità dei rinvenimenti l’area di via Nerva e via XXIV Maggio, comunicanti traverse al nuovo corso Vitruvio e alla via Rubino, quest’ultima ricalcante il decumano massimo della città romana ovvero il tratto urbano della via Appia. Vi sono affiorati numerosi elementi architettonici di epoca romana di pietra e di marmo, alcuni già confrontabili con quelli documentati da Pasquale Mattej a metà Ottocento, come quelli affiorati nel prolungamento di via Vitruvio negli anni 1920 nell’ambito di una piscina natatoria attribuita a Nerva, tra le cui sculture rinvenute due Nereidi su ippocampi sono ora esposte al Museo Archeologico di Napoli.

Di confusa entità invece sono i cospicui elementi architettonici lapidei venuti in luce dal dopoguerra con l’apertura di via XXIV
Maggio e aree finitime, per lo più appartenenti ad un arco monumentale, determinato dalla presenza dei cunei dell’archivolto,
caratterizzato da ordine architettonico e da una cubitale iscrizione dedicatoria. Di questo arco si ha traccia nella toponomastica
medioevale, allorquando questa zona ai piedi del colle ‘Cascio’ veniva chiamata “luarcu”.

CAPITELLI MOLAI reperti rimossi furono principalmente accumulati con una certa suggestione in piazzetta Municipio, ai quali si aggiunsero quelli “scaricati” nel piazzale delle Poste; in anni più recenti, per il restauro dell’edificio comunale, dalla piazzetta vennero distribuiti disordinatamente nella Villa Comunale, quindi nel rifacimento di questa “ammucchiati” nell’area del campo sportivo insieme ad altri tolti dal giardino di piazza della Vittoria, pure in rifacimento e poi sparpagliati nell’adiacente parco della Scuola Nazionale di Atletica Leggera del CONI. Nel frattempo i reperti nel piazzale delle poste, per la costruzione del parcheggio coperto, vennero trasferiti al Parco Antonio De Curtis nella periferia orientale di Giànola: di questi una piccola parte era stata già distolta e malamente disposta a lato di via Tullia e da qui oggi nel recente parcheggio adiacente il lato mare del Castello di Mola.

Questi frammenti, più di novanta, in quanto erratici non sono stati mai considerati nel loro valore artistico e documentale e neppure in relazione ai contesti di provenienza, quando invece essi rappresentano monumenti di grande interesse e potenzialità culturale.

RESTIDi fatto i reperti ora giacciono in tre luoghi tra loro distanti della città: nel parcheggio del Castello di Mola, n. 9 pezzi in pietra calcarea; nel parco del CONI, n. 55 pezzi in pietra calcarea e marmi vari; nel Parco De Curtis, n. 28 pezzi in pietra calcarea. Alcuni gruppi di reperti sono sicuramente congruenti ed identificabili, quelli della piscina di Nerva e in maggior numero quelli dell’arco;
con altra parte anche pregevole al momento di dubbia provenienza, restano promiscuamente accostati e incomprensibili nella loro specificità monumentale, oltretutto la parte conservata nel CONI non liberamente fruibile. Alcuni di questi reperti, quelli marmorei di maggior pregio sono poi stati usati come ornamenti da giardino nella Villa comunale…Dopo averli puliti con idrosabbiatrice!

Da questo excursus appare indubitabile come questi reperti archeologici anche finemente scolpiti e quindi di valore estetico
siano stati malamente sopportati nell’avvicendamento delle varie Amministrazioni e trasversalmente alle specifiche ideologie politiche. Scomodi, tanto da essere allontanati oltre che dai contesti di provenienza, da quegli ambiti che avrebbero potuto costituire una occasione ideale di esposizione e fruizione turistico-culturale quali la Villa Comunale e la Piazza della Vittoria.

Vano è stato ogni tentativo di dare un compimento a questa Odissea anche tollerata dalle competenti autorità, in considerazione del danneggiamento nella movimentazione dei pesanti blocchi: una propostafu il Progetto Arianna presentato dal locale Archeoclub che nel filo del mitico personaggio intendeva restituire alla Città questi monumenti reintegrati in specifici spazi espositivi in tutto la loro  valenza culturale. Gli elementi riconducibili all’arco monumentale sono forse testimonianza pari se non maggiore del Cisternone romano nel rione di Castellone, opera eccellente d’ingegneria idraulica sotterranea ma priva di una immagine espressiva della civitas.

Non è oltre tollerabile questa situazione, come pure le decisioni della Soprintendenza avulse dalla cittadinanza in merito ai recenti
ritrovamenti presso l’Acquedotto Romano e in quelli del Lapidario di Villa Caposele oggi Rubino. E questo quando una città vicina come Gaeta sta esemplarmente valorizzando ogni testimonianza del passato materiale e immateriale per riconvertire e incentivare la propria economia; ancor più nell’attuale emergenza con la costatazione della debolezza e della nocività delle attività di facile profitto. La prossima Amministrazione di Formia, qualunque essa sia, ne prenda esempio e si presti doverosamente alla tutela e ad una esigente valorizzazione di queste testimonianze, considerando insieme ad esse le risorse umane di cultura e competenza a cominciare da quelle presenti sul suo territorio.

LE IMMAGINI (dall’alto verso il basso)

A-    Un gruppo promiscuo di elementi architettonici di epoca romana
nel Campo CONI.

B-    Una base, un capitello e sul fondo un elemento di semicolonna
dell’arco monumentale presso il Castello di Mola.

C-    Elementi dell’arco monumentale nel Parco De Curtis: in primo
piano due cunei dell’archivolto.

1 febbraio, 2021 - Nessun Commento

LA SCOMPARSA DEL GIORNALISTA GIANFRANCO COMPAGNO

gianfrancoGianfranco Compagno, giornalista, ci ha lasciati. Ha fatto uno scoop che nessuno di noi si sarebbe augurato. Ci ha lasciati il Primo giorno di febbraio di questo anno. Gianfranco Compagno aveva un cognome che era il suo omen. Sapeva essere amico, sincero e generoso. Ma sapeva essere un vero giornalista: aveva fondato quel “Giornale del Lazio” che era stata una scommessa, ma una scommessa vincente, perché a distanza di anni, quella sua creatura ancora viveva di vita felice e puntuale. Lo aveva modificato più di una volta per adattarlo alle esigenze della sua crescita. Era ormai l’unico periodico che arrivava inesorabile ad una ricca mailing list di lettori, che lo leggevano sempre con curiosità e con interesse. Era lo specchio fedele di Aprilia, la città dalla quale scriveva, stampava e spediva. Non c’era angolo della Città di cui Il Giornale del Lazio non si interessasse e non registrasse fatti e problemi con attenzione, sensibilità, spirito giornalistico, amore per il “mestiere”, voglia di stimolare e voglia di annotare per la storia. Non c’era aspetto che sfuggisse alla sua acuta curiosità di giornalista e di cittadino; e non c’era attività che non seguisse con attenzione e con un rigore neutrale che faceva invidia a molti di noi che ci lasciamo a volte sopraffare dai nostri entusiasmi e dai nostri punti di vista. Con grande intelligenza aveva capito da tempo che il suo Giornale doveva rispettare ciò che la testata diceva: non giornale di paese, ma aperto ad un ambiente più ampio: Latina, ad esempio, e la collina, e la vicina e quasi gemella Pomezia e la bassa area metropolitana romana. Non c’era avvenimento che Gianfranco non cogliesse per farne oggetto di conoscenza, di esame, di lancio. Quando fui eletto Presidente della Fondazione Roffredo Caetani di Sermoneta, me lo trovai accanto: era sempre il primo ad essere invitato e il primo ad essere presente. Penna, blocco notes e smart col treppiede per riprendere ogni avvenimento, registrarlo dal vivo e così come si era svolto, in modo che nessuno potesse contraddirlo. Amava Ninfa e vi veniva volentieri con la sua gentile Signora, sua amata collaboratrice. Nessuno avrebbe detto che Gianfranco era uno che aveva pagato anni addietro un contributo alla dialisi prima di subire un trapianto di reni. Non si era fatto domare da un male pure gravissimo, e non aveva mai ceduto alle esigenze del male per dover rinunciare ad una cronaca. Ha dovuto pagare lo scotto della pandemìa. E’ morto di Covid. Questo orrendo mascalzone lo ha aggredito e il suo organismo si è dovuto piegare. E’ morto facendoci piangere di dolore per la simpatia e l’affetto che aveva sempre suscitato.

Mi aveva chiesto un commento pochi giorni fa ad un suo documentatissimo articolo sulla ormai scomparsa Casa del fascio di Aprilia. Non ho fatto a tempo a mandarglielo. Avevo molto rispetto per la sua professionalità e non volevo mandargli una cosa raffazzonata che il mestiere ti insegna a raffazzonare. Mi stavo documentando e mi ero procurato anche fotografie che gli avrei mandato. Scusami Gianfranco se sono arrivato dopo il Covid. Ti abbraccio da lontano e ti ringrazio per l’Amicizia disinteressata che mi hai regalato. Riposa in pace.

 

21 gennaio, 2021 - 1 Commento

UNA STRAGE SCONOSCIUTA
NEL 1944 A PRATO CESARINO
CISTERNA

prato cesarinoVenerdì 22 gennaio 2021 ricorre il 77° anniversario dello sbarco anglo-americano sulle coste tra Anzio - Nettuno e Torre Astura, che portarono nell’area settentrionale della provincia di Littoria (come allora si chiamava) la guerra CHE SI COMBATTEVA PER LIBERARE Roma dalla presenza tedesca. Gli Alleati avevano aperto il fronte nel Lazio settentrionale con una spettacolare azione dal mare che impegnò migliaia di navi, di carri armati, di mezzi di trasporto, di cannoni semoventi e circa trentamila uomini. Fu una notte fortunata per chi attuò lo sbarco, perché nella zona si trovavano solo pochi reparti tedeschi che stavano godendo (per così dire) un breve periodo di riposo dopo aver combattuto sul fronte della Gustav, in particolare a Cassino. Le operazioni procedettero nella sorpresa generale, dopo un violento bombardamento dal mare, che servì solo a svegliare i pochi militari che dormivano. Nel giro di 48 ore la testa di ponte alleata si formò e si consolidò in maniera tale da resistere nei giorni e nelle settimane successive ai tentativi tedeschi di rigettarle in mare. L’area inizialmente investita interessava oltre ad Anzio e Nettuno (all’epoca Nettunia), anche la giovanissima Aprilia, Cisterna, Littoria, e i borghi delle città: Prato Cesarino, Borgo Flora (Cisterna), Borgo Podgora, Borgo Sabotino, Borgo Montello, Foceverde (Littoria). Cade contemporaneamente in queste date il ricordo di un avvenimento tragico che fu la prima strage di massa in terra pontina. Avvenne il 24 gennaio 1944, vale a dire due giorni dopo lo sbarco, e stavolta a procurarlo non furono i tedeschi, ma gli americani. E’ un episodio che è rimasto stranamente sempre circoscritto in un ambito ristretto di conoscenza, malgrado l’entità dello stesso evento. A ricordarlo è stato un libro di Antonio Caselli, “Ricordi di un pioniere”, èdito in proprio e sfuggito ai più. A portarlo alla ribalta però è stato uno scrittore del Comune di Cisterna, che già aveva dedicato la propria attenzione a fatti avvenuti nella sua terra. Parlo di Mauro Nasi, che ha raccontato in un libro la storia di Buffalo Bill e la sfida in rodeo a Remo Imperiali, in una singolar tenzone tra cow boys del Circo di Bill Cody alias Buffalo Bill in visita con un vero e proprio circo che rievocava le vicende dio vita vissuta con i Pellerossa. Imperiali vinse la sfida e divenne il più celebre tra i “butteri” della Palude Pontina negli anni Venti e successivi del secolo scorso. Mauro Nasi mi parlò poco tempo fa della “strage di Prato Cesarino” di cui non sapevo assolutamente nulla. Lo pregai di dirmene e cortesemente mi ha mandato il suo racconto, documentato, che ora pubblico di seguito.
(nella foto Egidio Salaro davanti alla lapide che ricorda anche i 13 civili uccisi il 24 gennaio 1944)
LA STRAGE DI PRATO CESARINO (campagna di Cisterna, 24 gennaio 1944)
di Mauro Nasi
Tredici morti e 6 feriti. Una vera strage compiuta da soldati americani e dimenticata da tutti. O quasi. La ricorda bene chi ha visto consumarsi quella terribile carneficina e soprattutto Egidio Salaro, miracolosamente scampato insieme al cugino Fiore. A far riemergere questo semisconosciuta eccidio di guerra, certamente tra le prime – se non la prima – dovuta a soldati americani da poco sbarcati ad Anzio e Nettuno, è stato Antonio Caselli, nel libro “I ricordi di un pioniere”. Quel terribile 24 gennaio le truppe
americane avevano minato i ponti alla confluenza tra il Canale Mussolini e l’Astura e con i loro carri armati si erano attestati su via Macchia Pantano, in località Prato Cesarino a Cisterna: era il loro fronte avanzato contro le truppe tedesche. Molti dei coloni, giunti dal Nord Italia, cercarono riparo e conforto umano riunendo più famiglie all’interno di uno stesso podere. Così fecero i genitori di Egidio Salaro. «Nella casa di zio Francesco – ricorda Egidio, all’epoca dei fatti 12enne – si rifugiarono quattro famiglie : i Salaro, la famiglia Furlan fuggita da Nettuno, la famiglia di Sante Astolfi e quella di mio zio Luigi. Verso le 14,30 del 24 gennaio lìequipaggio di un carro armato americano che si trovava in campagna, tra le case di Sperindio e di Giacomo Salaro, notò un notevole movimento di persone all’interno del nostro podere. Dalle finestre vedemmo improvvisamente il carro girarsi e cominciare a sparare contro di noi. Probabilmente i soldati avevano pensato che la nostra casa fosse un piccolo fortino affollato di tedeschi. A rendere plausibile quel pensiero concorse la circostanza che nel cortile era stata abbandonata anche un autoblindo lasciata dai  tedeschi che si erano ritirati all’interno del territorio. Il carro esplose quattro colpi contro il nostro podere. Raggiunsero il piano superiore e tutti noi fuggimmo fuori. Mio cugino Fiore, di 16 anni, mi prese per un
braccio  mi trascinò nel campo dietro casa. Gli altri corsero nel pagliaio dove poco dopo ci fu una nuova, forte esplosione che provocò un incendio: fu la carneficina di tutti quelli che c’erano dentro. Noi eravamo a circa 15 metri da lì e ad ogni esplosione ci cadevano addosso brandelli di corpi. Gli americani continuavano a sparare ad ogni minimo movimento. Noi, strisciando a terra, cercammo di raggiungere un fosso che corre lungo il ciglio della strada. Dietro di noi esplose un’altra granata che sollevò una valanga di terra che ci ricoprì quasi completamente. Mio cugino mi aiutò a tirarmi fuori dall’ammasso di terra e fango che mi
imprigionava e così raggiungemmo il fosso rimanendovi acquattati nelle acque fangose, immobili, per circa 3 ore. Poi raggiungemmo la casa di mio zio Giuseppe. Soltanto verso sera inoltrata fu possibile ritornare al pagliaio del nostro podere. Cercammo i feriti, ma molti di loro erano morti tra atroci sofferenze. Morirono mio padre Angelo, di 35 anni, i miei due fratelli Valentino di 8 anni e Gino di 4, mio cugino Aurelio di 8 anni, i quattro componenti della famiglia Furlan di Nettuno. Della famiglia Astolfi invece morirono il vecchio Sante, la figlia Rina, la nuora Livia Freguglia, i nipoti Consolo e Pietro. In tutto 13 morti e 6 feriti che sopravvissero. I corpi flagellati rimasero a terra per più di 8 giorni. Poi, con un carro trainato da buoi, tornammo al casolare e raccogliemmo i cadaveri. Ricoperti da un lenzuolo, essi furono trasportati al non lontano cimitero di Borgo Montello».
Egidio, poi, si unì al gruppo degli sfollati che trovarono rifugio in Calabria e rientrò a Littoria al termine della guerra. Con tanti sacrifici e sofferenze riuscì a ricostruirsi una vita e gli affetti e nel 1948 partecipò, con Aldo Calabresi, alla costruzione a Borgo Montello del Monumento ai Caduti dove una lapide riporta i nomi dei suoi cari uccisi nella strage. Ma, ancora oggi, non riesce a trattenere le lacrime quando, a chi glielo chiede, ricorda quel drammatico 24 gennaio.
Fin qui il breve racconto. Resta da chiedersi come mai iul Comune di Cisterna non abbia mai ricordato quel terribile fatto, e se non reputi di farlo almeno in vista degli 80 anni che cadranno nel 2024, e traendo da un indegno dimenticatoio i nomi di quelle povere vittime della Seconda guerra mondiale.