20 maggio, 2021 - Nessun Commento

ALLE TERME DI DIOCLEZIANO UNA MOSTRA SUL CARCERE DI SANTO STEFANO

silvia lungaL’isolotto di Santo Stefano di Ventotene ha compiuto un nuovo passo nella sua nuova vita di monumento da salvare e recuperare ad un uso culturale e moderno. Si è svolta presso lo splendido ambiente del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano a Roma, organizzata dall’Ufficio del Commissario Straordinario al recupero dell’ex ergastolo, una Mostra fotografica dedicata allo stato in cui versa attualmente la struttura, dopo oltre cinquanta anni di abbandono. L’ex penitenziario, difatti, fu ufficialmente chiuso nel 1965 e lasciato alla lenta distruzione causata da qualsiasi mancanza di manutenzione e dall’imperversare della Natura particolarmente severa nell’inverno del Medio Tirreno. Tre elementi di curiosità: prima che il carcere venisse dismesso, lo Stato pensò a recuperarlo per destinarlo ad ospitare i brigatisti degli “anni di piombo”, ma l’idea fu abbandonata dopo una rapida visita del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; pochi mesi prima della stessa chiusura la prigione fu dotata di una nuova centralina elettrica, che, ovviamente, oggi è un ammasso di ferraglia rugginosa; subito dopo la chiusura la prigione divenne un “hotel dei cacciatori di frodo” che venivano sull’isola a sparare al passo degli uccelli. Gli ignoti cacciatori modificarono celle e crearono locali abusivi dei quali per alcuni anni furono padroni, prima che si stabilisse un minimo di disciplina. Infine, cosa ancora più curiosa e certamente contraddittoria, lo Stato si “accorse” che l’edificio settecentesco a pianta a ferro di cavallo, realizzato negli ultimi due decenni del Settecento su progetto dei tecnici Winspeare e Carpi, pur avendo indubbio carattere monumentale, non era mai stato classificato tra i beni da preservare. Questo fu fatto solo dopo la chiusura, con provvedimento dell’allora Soprintendenza ai Monumenti del Lazio. Questo giusto riconoscimento, però, non salvò l’immobile dalla rovina che in questo mezzo secolo lo ha ridotto sull’orlo dell’autodistruzione.

La Mostra fotografica di Roma è stata curata da Marco Delogu e arricchita dagli scatti dello stesso curatore, di Raffella Mariniello e di Mohamed Keita, racconta lo stato attuale dei luoghi, a testimonianza del punto da cui il Commissario Governativo al restauro, senatrice Silvia Costa, è dovuta partire per affrontare il restauro, al quale sono stati destinati circa 70 milioni dal Governo nazionale.

Ad inaugurare la Mostra sono intervenuti il Ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il Sindaco dell’isola di Ventotene, Gerardo Santomauro. Una numerosa folla di invitati ha onorato l’avvenimento fino al tardo pomeriggio, assistita tra gli altri dalla dottoressa Sabina Turtur, responsabile per la comunicazione dell’Ufficio del Commissario.

La mostra viene quasi a conclusione della fase preliminare del progetto, che ha indagato sulla documentazione che costituisce la storia dell’ex ergastolo borbonico e poi anche prigione di rigore fascista (tra gli altri ne fu ospite obbligato il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e ha lasciato alcuni emozionanti ricordi nel suo libro “Sei condanne due evasioni”).

Contando sulla partecipazione delle autorità amministrative, degli esponenti della cultura e della popolazione tutta di Ventotene, che non può non sentirsi coinvolta in questo grande progetto, Silvia Costa ha fatto esplorare gli archivi storici e ha recuperato preziosi documenti che testimoniano non solo la storia dell’edificio, ma anche quella della dolente popolazione carceraria che lo abitò, fornendo la testimonianza che il “laboratorio ergastolo” elaborò discutendo della pena stessa che vi si scontava (uno degli ultimi direttori, Eugenio Perucatti, la contestò in un suo corposo libro e pagò con il trasferimento) fino alle audaci evasioni che cinque condannati tentarono ed effettuarono in modo davvero rocambolesco da un isolotto posto a distanza di 20-25 miglia dal continente o dalla più vicina isola di Ischia.

Ai primi di giugno si svolgeranno sull’isola di Ventotene altre manifestazioni, nel corso delle quali il Commissario Silvia Costa illustrerà le azioni da svolgere e raccoglierà i suggerimenti che la comunità locale vorrà assicurare ad una diversa rinascita dell’ex penitenziario.

 

 

18 maggio, 2021 - Nessun Commento

ULISSE E CETHEGO UNA DISPUTA SENZA SENSO

testa-ulisse
ULISSE: “Ma chi sei tu, il console Marco Cornelio Cethego che occupò la magistratura civile e militare nel 160 a.C.; oppure il pontifex maximus ed edile curule Marco Cornelio Cethego, che rivestì questi
incarichi nel 213 a.C. e poi fu pretore della regione Apulia (oggi li chiamano governatori), censore nel 209 e console nel 204? Desumo queste informazioni su di te da Wikipedia, ma potrei anche riferirmi
all’unica lapide che reca inciso il tuo nome in quella che fu la Pomptina Palus, nella quale sembra che tu abbia investito alcuni denari pubblici per tentare una bonifica che non ebbe mai alcuno sviluppo, se non duemila anni dopo. E tu, all’epoca, eri già bell’e morto”.

Chi fa queste irriverenti domande è Ulisse, re di Itaca, una isola-polis di almeno XIV secoli prima di Cristo. Ulisse è stato indotto a quelle domande dal fatto che nell’anno 2021, quando ancora non erano cessati del tutto gli egri effetti di una pandemìa che prese il nome da un virus venuto dalla Cina e rapidamente dispersosi in tutto il mondo, con conseguenze  tragiche per qualche milione di morti (i conti non sono stati ancora fatti, mentre queste note vengono redatte). Nell’anno 2021, dunque, il nome del console romano venne riesumato da un mortorio che durava da migliaia di anni per essere appiccicato come un francobollo a un pezzo di ex Palude Pontina, anzi a  un pezzo di litorale che si apre su un pezzo di ex Palude Pontina, per svolgere una funzione di richiamo.
CETHEGO. “O nobile ombra, anche io vorrei conoscere il tuo nome e i tuoi natali ed anche il perché di cotale tuo interessamento al mio dimenticato nome”.
ULISSE:  “Il mio nome è Odissèo, ma dalle vostre parti, in Enotria, dove non parlate la nostra elegante lingua ellenica, sono conosciuto col nome di Ulisse. Di me potrai leggere quanto vuoi su un libro che un popolo di antichissimi poeti mi dedicò, per raccontare il lungo e periglioso viaggio di ritorno che fui chiamato a compiere dalla avversione di alcuni dei dell’Olimpo, piuttosto arrabbiati per avere io inventato un cavallo di legno attraverso il quale la decennale guerra di Ilio o Troia, nel vicino Oriente, venne conclusa a favore di noi Greci. Il mio nome è diventato da allora simbolo dell’Uomo che vuole conoscere, dell’Uomo che non si spaventa a cercare mondi sconosciuti, contrade nuove, genti a noi ignote. Nel mio lungo peregrinare, durato anni, ho percorso venti e marosi, ho fondato o ingrandito e reso potenti città, ho amato donne e semi-dee, ho combattuto Scilla e Cariddi, e prima ancora Polifemo, ho perduto amici, ho combattuto nemici e tempeste marine suscitate da Posidone. E infine ho conosciuto anche le coste che fanno tuttora parte della regione più prossima a Roma, il Latium Adjectum. Strano che tu non mi abbia conosciuto. Devi essere stato uomo di successo politico, ma di grande ignoranza. Io ero già ben noto anche nel tempo da te vissuto,
largamente postumo al mio, se è vero che a me sono state dedicate statue e complessi architettonici, saghe e poemi, studi e racconti
favolosi che hanno nutrito generazioni di giovani e di anziani”.
CETHEGO: “Confesso la mia ignoranza e ti chiedo scusa. Ma perché mi stai apostrofando, riemerso dall’Ade dove mi hai preceduto di migliaia di anni?”
ULISSE: “Perché stai tentando di sopraffare la mia fama con una tua fama che non esiste, tanto che la gente che sente parlare di te è portata a chiedere: ”Cethego chi?”. E poiché mi accorgo che tu non conosci la causa del mio risentimento, voglio ricordarti brevemente le cose. Come forse saprai, nell’età contemporanea che i mortali viventi ancora percorrono, una delle attività economiche prende il nome di “turismo” che è un vocabolo non di origine classica, ma di derivazione selvatica, di Nazioni nate ben dopo la gloria dell’antica Ellade e della grande Roma repubblicana ed imperiale. Per indurre  popoli a venire a conoscere la regione che è compresa dalla odierna Roma e che si chiama Latium, si ricorre alla gloria di noi eroi eponimi o stranieri per fregiare quelle località con marchi facilmente riconoscibili e capaci di diventare attrattivi. Si chiamano – sempre con vocabolo barbaro – “brand commerciali”. Bene, il mio nome è stato richiesto ed usato per contrassegnare l’area marittima e interna che
va dall’antico Sinus Formianus (oggi si chiama Golfo di Gaeta), comprendente le aree un tempo abitate dagli Aurunci e dagli Ausoni, al litorale delle Speluncae, dell’antica Fundi e della scomparsa Amyclae, della etrusca Tarracina, del Circeo dimora della Maga Circe, fino ad Antium, che deriva il nome da Antejos figlio della Maga Circe ed anche un po’ mio. Ognuno di questi luoghi è legato al mio ome da un evento che la saga dell’Odissèa ricorda.  Si tratta di una riviera – come oggi la chiamano – di quAlche centinaio di miglia romane o poco meno in leghe. E tale denominazione fu sancita come “Riviera di Ulisse”, a partire dall’anno 1969, ossia dal XX secolo d.C.  Il marchio venne anche brevettato presso il Ministero dell’Industria per 10 anni, poi ne è stato concesso l’uso a chiunque avesse interessi turistici da lanciare dato il suo accreditamento anche internazionale. Col tempo voi mortali subite un appannamento della facoltà mnemonica e ad inizio del XXI secolo una persona si è inventato che quel nome non apparteneva a nessuno e voleva diventarne proprietario (forse per sfruttarlo in termini di denaro?). Ma era pur sempre un nome noto e accreditato in numerose opere di propaganda turistica. Ora qualcun altro ha ritagliato un pezzo della Riviera di Ulisse (dal monte Circeo a Torre Astura, che non è una città, ma un antico apprestamento difensivo medievale su resti romani)  e vuole sostituire una immaginaria “Riviera di Cethego”, ad una conclamata Riviera dedicata al mio nome, ben più famoso e precedente del tuo sconosciutissimo attributo nominale”.
CETHEGO: “ Ulisse, ti ho riconosciuto e mi prostro umiliato ai tuoi piedi. Io non sono stato consultato neppure col tavolino a tre gambe. Il mio spirito non è stato neppure interpellato con una seduta di evocazione fantasmica. Ma, purtroppo, non posso farci nulla. Non ne so nulla e se mi avessero chiesto, avrei risposto di non disturbare il mio sonno bimillenario”.
ULISSE: “Così sia. Ma dubito assai del buonsenso degli uomini. Resterò a vedere cosa accadrà”.

POST SCRIPTUM. Questo colloquio è immaginario almeno come la “Riviera di Cethego”. Ma resta una cosa abbastanza  discutibile. Almeno come la “Riviera di Cethego” che si sovrappone a un logo commerciale già affermato, ed esistente da almeno 53 anni. E la Regione Lazio, che ha la titolarità del Turismo, resta a guardare. Inerte e inconsapevole.

24 aprile, 2021 - Nessun Commento

PER UN’ORA DI PIU’
MA NE VALE LA PENA?

Siamo un popolo strano. A volte viene da pensare che siamo anche un po’ pazzi. O nevrastenici. Il signor Salvini, senatore della Repubblica, non è un aperturista, è un rialzista o un rilanciatore, come quelli che a poker vogliono incutere rispetto all’avversario rilanciando continuamente la posta. Poi, quando vanno a “vedere”, si scopre il bluff. Il senatore Salvini pensa di mettere in difficoltà il Governo Draghi, in cui si è inserito rispondendo, sì, all’appello del Presidente della Repubblica, ma con il rivelato scopo di fare il mattatore, senza correre rischi. E rilancia continuamente sulle aperture delle attività. Il Governo decide su precise indicazioni degli Scienziati del CTS (chiamiamoli con la lettera maiuscola, anche se a volte non l’hanno meritata, alla luce dei fatti): decide di riaprire quello che è ancora rischioso riaprire (sia pure con rischio calcolato, come dice Draghi), e Salvini che fa?, rilancia: no. voglio anche il coprifuoco spostato di un’ora. Chi ha visitato un po’ di Paesi esteri sa che quasi dappertutto la sera là comincia alle 7. Le prenotazioni in ristorante non debbono avvenire per forza di notte. Si mangia bene anche alle prime luci della sera. E allora anticipate la cena e non ritardate il “coprifuoco” per coprire con la complicità del buio le imprudenze che anche centinaia di ragazzi e ragazzini ogni sera compiono a Latina, impadronendosi di piazze e slarghi e imponendo la loro forza numerica, in nome dello Spritz. Guardiamo agli esempi concreti: la Sardegna ha celebrato il suo trionfo di isola virtuosa guadagnandosi circa un mese fa – unica Regione in Italia – il colore “bianco” della pandemia. Era convinta di avere ucciso il virus. Oggi è l’unica Regione italiana col colore rosso, perché in pochi giorni ha ridato vita ai circuiti del virus. Giusta punizione o giusto esempio? Meglio il secondo. E la Germania? Aveva vaccinato un sacco di gente e aveva riaperto. Adesso si ritrova come un mese fa. Ma Salvini non ci pensa. E per un’ora in più di libertà notturna vuole ridare vita al virus e mettere in crisi il Governo. Sono cose sagge? Dice: ma anche le Regioni governate dal Pd chiedono le ore 23: le Regioni farebbero meglio a tacere. Hanno dimostrato di essere inaffidabili, disorganizzate, spendaccione, chiacchierone. Forse la migliore riforma sarebbe quella di sostituirle con qualcos’altro. Soldi risparmiati (tanti) e problemi semplificati. Sono centralista? Con queste Regioni lo sono. Ho vissuto per oltre trent’anni dalla periferia di un ente pubblico provinciale tutti i problemi, le piccole sopraffazioni, la presunzione di chi “comanda” dal centro. So di cosa parlo. Conclusione: stiamo calmi, andiamo avanti con buonsenso e con pacatezza. E fidiamoci di un uomo che si è affermato nel mondo. Si chiama Draghi.

 

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