9 febbraio, 2021 - Nessun Commento

ORDIGNI BELLICI SULLE SPIAGGE

SAMSUNG DIGITAL CAMERASolo chi sa nulla di storia della Seconda guerra mondiale nel Lazio meridionale può meravigliarsi che, a quasi 80 anni di distanza da quegli eventi, dalla duna di Sabaudia emergano ancora residuati bellici. Se provate a frequentare i luoghi della prima guerra mondiale in Alto Adige, certo quelli meno battuti di “ritrovanti”, vi troverete ancora chili di roba: schegge, brandelli di abiti, pallottole, proiettili interi, ecc.

A Sabaudia il duplice fenomeno che sta divorando la duna (mareggiate e piogge non incanalate) sta portando alla luce materiale che ancora spaventa. Ed è bene che spaventi, perché potrebbe essere ancora attivo. Ma basterà tenere presente che solitamente questi ritrovamenti vengono effettuati in prossimità dei fortini in cemento armato che i tedeschi costruirono sulla sommità della duna, nel timore di dover subire uno sbarco alleato, nel tratto di mare tra Terracina e Anzio. Poi lo sbarco ci fu davvero, ad Anzio-Nettuno, ma un po’ come in Normandia – una minuscola Normandia -la spiaggia tra Littoria e Sabaudia fu presidiata da queste casematte che ancora oggi resistono perfettamente al passare del tempo. E a cosa sarebbero serviti dei bunker a giorno se non fossero stati dotati di un congruo quantitativo di esplosivi, proiettili e armi di vario genere? Certo nel dopoguerra i bonificatori di mine, che vengono regolarmente dimenticati in tutte le cerimonie rievocative di quei giorni, pur avendo perduto decine di uomini nello scoprire e neutralizzare mine e altri ordigni bellici, eseguirono un lavoro prezioso. Ma è assai difficile affermare che poterono farlo completamente. Lungo la costa i tedeschi seminarono (ossia nascosero) circa 200 mila mine anti-uomo e anti-carro. Io stesso, negli anni passati, frequentando le spiagge, ebbi la ventura di trovare due mine sulla battigia della spiaggia orientale di Sperlonga, a poca distanza dall’Antro di Tiberio; ed una subito dopo Rio Martino lungo la spiaggia della Bufalara, sempre sulla battigia. Segnalai i siti a chi di dovere e la cosa finì lì. Oggi che le nostre spiagge sono molto frequentate e che il mare ha rimosso e trasferito milioni di metri cubi di sabbia dalle dune, l’emergere di questi pericolosi ricordi della guerra induce preoccupazione. L’importante è non avvicinare gli eventuali oggetti ritrovati (che hanno generalmente perduto la forma che li caratterizzava e li rendeva riconoscibili, a causa dei processi di ossidazione, e diventano perciò al massimo oggetto di curiosità e non di timore. Ma sarebbe bene che la Regione facesse eseguire una nuova bonifica di ordigni, anche a tutela di chi frequenta la spiaggia.

Nella foto: uno degli oltre dieci fortini costruiti sulla duna dai tedeschi tra Littoria e Sabaudia e tuttora bene identificabili. Almeno tre, invece, si trovano o affondati nella spiaggia o addirittura nel mare, come esempio concreto dell’opera di disfacimento della duna sulla quale si trovavano all’origine.

4 febbraio, 2021 - Nessun Commento

L’ODISSEA DEI REPERTI MONUMENTALI DI FORMIA

di Salvatore Ciccone

ALa conoscenza archeologica di Formia fino ad un recente passato è stata determinata da fortuite scoperte, prima durante la rinascita di un tessuto urbano dal Settecento al primo Novecento, poi negli scavi edilizi più consistenti e distruttivi dal secondo conflitto mondiale fino agli anni 1970.

In questa seconda fase si distingue per frequenza ed eccezionalità dei rinvenimenti l’area di via Nerva e via XXIV Maggio, comunicanti traverse al nuovo corso Vitruvio e alla via Rubino, quest’ultima ricalcante il decumano massimo della città romana ovvero il tratto urbano della via Appia. Vi sono affiorati numerosi elementi architettonici di epoca romana di pietra e di marmo, alcuni già confrontabili con quelli documentati da Pasquale Mattej a metà Ottocento, come quelli affiorati nel prolungamento di via Vitruvio negli anni 1920 nell’ambito di una piscina natatoria attribuita a Nerva, tra le cui sculture rinvenute due Nereidi su ippocampi sono ora esposte al Museo Archeologico di Napoli.

Di confusa entità invece sono i cospicui elementi architettonici lapidei venuti in luce dal dopoguerra con l’apertura di via XXIV
Maggio e aree finitime, per lo più appartenenti ad un arco monumentale, determinato dalla presenza dei cunei dell’archivolto,
caratterizzato da ordine architettonico e da una cubitale iscrizione dedicatoria. Di questo arco si ha traccia nella toponomastica
medioevale, allorquando questa zona ai piedi del colle ‘Cascio’ veniva chiamata “luarcu”.

CAPITELLI MOLAI reperti rimossi furono principalmente accumulati con una certa suggestione in piazzetta Municipio, ai quali si aggiunsero quelli “scaricati” nel piazzale delle Poste; in anni più recenti, per il restauro dell’edificio comunale, dalla piazzetta vennero distribuiti disordinatamente nella Villa Comunale, quindi nel rifacimento di questa “ammucchiati” nell’area del campo sportivo insieme ad altri tolti dal giardino di piazza della Vittoria, pure in rifacimento e poi sparpagliati nell’adiacente parco della Scuola Nazionale di Atletica Leggera del CONI. Nel frattempo i reperti nel piazzale delle poste, per la costruzione del parcheggio coperto, vennero trasferiti al Parco Antonio De Curtis nella periferia orientale di Giànola: di questi una piccola parte era stata già distolta e malamente disposta a lato di via Tullia e da qui oggi nel recente parcheggio adiacente il lato mare del Castello di Mola.

Questi frammenti, più di novanta, in quanto erratici non sono stati mai considerati nel loro valore artistico e documentale e neppure in relazione ai contesti di provenienza, quando invece essi rappresentano monumenti di grande interesse e potenzialità culturale.

RESTIDi fatto i reperti ora giacciono in tre luoghi tra loro distanti della città: nel parcheggio del Castello di Mola, n. 9 pezzi in pietra calcarea; nel parco del CONI, n. 55 pezzi in pietra calcarea e marmi vari; nel Parco De Curtis, n. 28 pezzi in pietra calcarea. Alcuni gruppi di reperti sono sicuramente congruenti ed identificabili, quelli della piscina di Nerva e in maggior numero quelli dell’arco;
con altra parte anche pregevole al momento di dubbia provenienza, restano promiscuamente accostati e incomprensibili nella loro specificità monumentale, oltretutto la parte conservata nel CONI non liberamente fruibile. Alcuni di questi reperti, quelli marmorei di maggior pregio sono poi stati usati come ornamenti da giardino nella Villa comunale…Dopo averli puliti con idrosabbiatrice!

Da questo excursus appare indubitabile come questi reperti archeologici anche finemente scolpiti e quindi di valore estetico
siano stati malamente sopportati nell’avvicendamento delle varie Amministrazioni e trasversalmente alle specifiche ideologie politiche. Scomodi, tanto da essere allontanati oltre che dai contesti di provenienza, da quegli ambiti che avrebbero potuto costituire una occasione ideale di esposizione e fruizione turistico-culturale quali la Villa Comunale e la Piazza della Vittoria.

Vano è stato ogni tentativo di dare un compimento a questa Odissea anche tollerata dalle competenti autorità, in considerazione del danneggiamento nella movimentazione dei pesanti blocchi: una propostafu il Progetto Arianna presentato dal locale Archeoclub che nel filo del mitico personaggio intendeva restituire alla Città questi monumenti reintegrati in specifici spazi espositivi in tutto la loro  valenza culturale. Gli elementi riconducibili all’arco monumentale sono forse testimonianza pari se non maggiore del Cisternone romano nel rione di Castellone, opera eccellente d’ingegneria idraulica sotterranea ma priva di una immagine espressiva della civitas.

Non è oltre tollerabile questa situazione, come pure le decisioni della Soprintendenza avulse dalla cittadinanza in merito ai recenti
ritrovamenti presso l’Acquedotto Romano e in quelli del Lapidario di Villa Caposele oggi Rubino. E questo quando una città vicina come Gaeta sta esemplarmente valorizzando ogni testimonianza del passato materiale e immateriale per riconvertire e incentivare la propria economia; ancor più nell’attuale emergenza con la costatazione della debolezza e della nocività delle attività di facile profitto. La prossima Amministrazione di Formia, qualunque essa sia, ne prenda esempio e si presti doverosamente alla tutela e ad una esigente valorizzazione di queste testimonianze, considerando insieme ad esse le risorse umane di cultura e competenza a cominciare da quelle presenti sul suo territorio.

LE IMMAGINI (dall’alto verso il basso)

A-    Un gruppo promiscuo di elementi architettonici di epoca romana
nel Campo CONI.

B-    Una base, un capitello e sul fondo un elemento di semicolonna
dell’arco monumentale presso il Castello di Mola.

C-    Elementi dell’arco monumentale nel Parco De Curtis: in primo
piano due cunei dell’archivolto.

1 febbraio, 2021 - Nessun Commento

LA SCOMPARSA DEL GIORNALISTA GIANFRANCO COMPAGNO

gianfrancoGianfranco Compagno, giornalista, ci ha lasciati. Ha fatto uno scoop che nessuno di noi si sarebbe augurato. Ci ha lasciati il Primo giorno di febbraio di questo anno. Gianfranco Compagno aveva un cognome che era il suo omen. Sapeva essere amico, sincero e generoso. Ma sapeva essere un vero giornalista: aveva fondato quel “Giornale del Lazio” che era stata una scommessa, ma una scommessa vincente, perché a distanza di anni, quella sua creatura ancora viveva di vita felice e puntuale. Lo aveva modificato più di una volta per adattarlo alle esigenze della sua crescita. Era ormai l’unico periodico che arrivava inesorabile ad una ricca mailing list di lettori, che lo leggevano sempre con curiosità e con interesse. Era lo specchio fedele di Aprilia, la città dalla quale scriveva, stampava e spediva. Non c’era angolo della Città di cui Il Giornale del Lazio non si interessasse e non registrasse fatti e problemi con attenzione, sensibilità, spirito giornalistico, amore per il “mestiere”, voglia di stimolare e voglia di annotare per la storia. Non c’era aspetto che sfuggisse alla sua acuta curiosità di giornalista e di cittadino; e non c’era attività che non seguisse con attenzione e con un rigore neutrale che faceva invidia a molti di noi che ci lasciamo a volte sopraffare dai nostri entusiasmi e dai nostri punti di vista. Con grande intelligenza aveva capito da tempo che il suo Giornale doveva rispettare ciò che la testata diceva: non giornale di paese, ma aperto ad un ambiente più ampio: Latina, ad esempio, e la collina, e la vicina e quasi gemella Pomezia e la bassa area metropolitana romana. Non c’era avvenimento che Gianfranco non cogliesse per farne oggetto di conoscenza, di esame, di lancio. Quando fui eletto Presidente della Fondazione Roffredo Caetani di Sermoneta, me lo trovai accanto: era sempre il primo ad essere invitato e il primo ad essere presente. Penna, blocco notes e smart col treppiede per riprendere ogni avvenimento, registrarlo dal vivo e così come si era svolto, in modo che nessuno potesse contraddirlo. Amava Ninfa e vi veniva volentieri con la sua gentile Signora, sua amata collaboratrice. Nessuno avrebbe detto che Gianfranco era uno che aveva pagato anni addietro un contributo alla dialisi prima di subire un trapianto di reni. Non si era fatto domare da un male pure gravissimo, e non aveva mai ceduto alle esigenze del male per dover rinunciare ad una cronaca. Ha dovuto pagare lo scotto della pandemìa. E’ morto di Covid. Questo orrendo mascalzone lo ha aggredito e il suo organismo si è dovuto piegare. E’ morto facendoci piangere di dolore per la simpatia e l’affetto che aveva sempre suscitato.

Mi aveva chiesto un commento pochi giorni fa ad un suo documentatissimo articolo sulla ormai scomparsa Casa del fascio di Aprilia. Non ho fatto a tempo a mandarglielo. Avevo molto rispetto per la sua professionalità e non volevo mandargli una cosa raffazzonata che il mestiere ti insegna a raffazzonare. Mi stavo documentando e mi ero procurato anche fotografie che gli avrei mandato. Scusami Gianfranco se sono arrivato dopo il Covid. Ti abbraccio da lontano e ti ringrazio per l’Amicizia disinteressata che mi hai regalato. Riposa in pace.

 

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