2 Gennaio, 2026 - 3 Commento

IL “PIANO ANTI-EROSIONE” DI LATINA CONTESTATO DALL’ASSOCIAZIONE “NELLO IALONGO”

Solo ora siamo nelle condizioni di poter dare atto di un intervento che contesta la tecnica di intervento e le scelte operative ed economiche del cosiddetto “Piano per la difesa dall’erosione del tratto di litorale tra Capoportiere e Foceverde”, in territorio costiero di Latina. Lo firma una Associazione nata nel ricordo dell’ geologo ed ex sindaco  di Sabaudia, dottor Nello Ialongo, scomparso due anni fa (l’Associazione “Centro Studi Nello Ialongo-O.d.V), attraerso il suo Presidente  dettor Ennio Zaottini. L’Associazione, con una lunga e motivata serie di argomenti tecnici, contesta la credibilità di un progetto che dovrebbe essere attuato a breve. Essa, infatti,  elenca una serie di temi tecnici che renderebbero quanto meno problematico l’esito – nel breve e nel medio termine – del cosiddetto “piano anti-erosione”, per il quale si dispone al momento solo di una somma parziale, ma tale da provocare (se tradotta in deposito di scogliere trasversali alla spiaggia)  in uno sfacelo della spiaggia. E non solo di quella di Latina, ma anche di quella di Sabaudia e del sistema dunale già profondamente danneggiato dai precedenti interventi. E ciò proprio a cominciare da Capo Portiere.  Non va , del resto , dimenticato che proprio i primi “pennelli”, creati da Foceverde verso est, hanno intaccato fortemente la stabilità della spiaggia di Latina, esponendo il gruppo di alberghi di Capoportiere al rischio di aggressione marina.

L’Associazione ricorda che il piano della giunta comunale di Latina ipotizza interventi (successivi alla posa di un numero incredibile di “pennelli” verso Rio Marito) che stravolgerebbero l’ambiente fisico attuale, ai quali dovrebbe seguire un ripascimento morbido (ossia con versamento di sabbia) enorme (oltre 300 mila metri cubi ) che non si sa ancora dove prendere e di cui non si conosce il tipo né la c.d. granulometria (la grandezza dei frammenti da depositare). Ma neppure si ha certezza che ai primi 5 milioni già teoricamente disponibili seguano i circa 23-25 milioni (a costi attuali) che sarebbero necessari per completare il piano nel giro di alcuni anni. Il progetto, poi, parla di ipotesi che dovrebbero verificarsi mentre un progetto attuativo deve contemplare solo dati sicuri e certi e non mere ipotesi e probabilità.

Le obiezioni che l’Associazione Nello Ialongo muove al progetto d iLatina sono molto tecniche e ci siamo sforzati, qui, di semplificare e banalizzare, ma dietro di esse c’è l’enorme preoccupazione che per riparare un danno già  compiuto a Latina pochi anni fa, si metta in atto un altro piano capace di distruggere completamente sia l’immagine che la disponibilità di una risorsa marina attuale mettendo in serio pericolo anche le sorti di Sabaudia e della sua meravigliosa duna. In tutto questo, purtroppo, non si è ancora sentita la voce del Parco Nazionale del Circeo, che dovrebbe tutelare la bellezza di un comprensorio di interesse nazionale.

29 Dicembre, 2025 - Nessun Commento

PICCOLE CATTIVERIE SULLA CITTA’ DI LATINA

“Contrordine compagni”: era la vignetta con la quale il settimanale satirico “Marc’Aurelio” prendeva in giro, negli anni del dopoguerra, i comunisti che “abbozzavano” con un sorriso sghembo sulle labbra e una buona dose di fair play.

Quella vignetta mi è tornata in mente vedendo come è ancora ridotta la nostra sporca città di Latina. Avevamo creduto che dopo uno shutdowwn durato più di un anno, fosse scoppiata la pace tra Amministratori di Latina e Amministraori di ABC, l’azienda comunale per la pulizia urbana. Ci eravamo sbagliati, e, quindi: contrordine. Niente pace e niente revoca dello shutdown. E niente pulizia, per cui la città punta decisamente a guadagnare la Medaglia dell’Immondizia. Tutta colpa di  una controversia sulla interpretazione delle norme sui bilanci, esplosa poco fragorosamente, ma inesorabilmente, tra l’Assessorato alle Finanze (credo) e il Collegio sindacale di ABC. E Latina continua a portare il vessillo di città più sporca d’Italia (o poco meno).

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Ma, udite udite!, ci sono state novità attorno al giorno di santo Stefano. I “giardinetti” sono stati straordinariamente aperti (ma non al pubblico e non inaugurati)  per farci passare i tedofori delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, per cui il loro percorso è stato ramazzato per risetto della fiamma olipica. Chi ben comincia…  Ma con tutta calma, perché le prossime Olimpiadi ci saranno chissà quando.

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Ci fu un tempo in cui il neo Presidente della Fondazione del Centenario, Vincenzo Zaccheo,  profetizzò che le motonavi per le Isole Pontine sarebbero partite dalla spiaggia di Foceverde (da un nuovo porto appositamente da costruire) o dal porto di Rio Martino (insabbiato un anno dopo la sua inaugurazione, o giù di lì). Non era una boutade, ma passò alle cronache civiche come tale.

Ora, due giorni di pioggia  hanno rivelato la vera ragione per cui non si sturano le caditoie dei marciapiedi della Città, intasate da tonnellate di foglie che non vengono rimosse da un paio di anni. L’arcano (mai dichiarato a voce, ma è nei fatti) è che il Comune pensa di reintrodurre la palude in omaggio al Centenario. Ma altri opinano un diverso obbiettivo, più straordinario: fare di Latina (la Città dell’Acqua come la definiva profeticamente il defunto architetto Portoghesi), sempre per il Centenario, la nuova Venezia del Centro Italia, anche in omaggio all’apporto che i Veneti hanno dato alla bonifica. Dopo due giornate di pioggia (pardòn: un giorno e poche ore di più) tutti i marciapiedi di Latina sono diventati isole circondate dalle acque che non scolano. Qualcuno aveva pensato che quell’acqua- autentici laghi o prolungati fiumi –  servisse per trasportare a mare i cumuli di “monnezza”  depositati in tutta la Città: no, serve a creare nuove fonti di impiego, per i futuri costruttori di scafi a fondo piatto e di stuzze, che sostituiranno nella nuova Latina-Veneziata le automobili che attualmente la soffocano. Senza che il Comune pensi a soluzioni.

27 Dicembre, 2025 - Nessun Commento

LA MORTE DI UN GOURMET
FRANCO CHINAPPI DI FORMIA

Conoscevo Franco Chinappi (per me era Franchino) almeno dal 1946 (o forse 1947). Ci separavano uno o due anni, e quindi, quando io avevo  meno di dieci anni, fu facile fare amicizia con lui. Uscivamo, ancora bambini, dalla guerra e ancora ci guardavamo attorno meravigliati di essere scampatai alla strage, che aveva devastato la mia città d’origine (Cisterna) e la città nella quale lui era nato (Formia) e che è stata poi la mia seconda città, vissuta per una ventina di anni. Io vivevo a Vindicio (o Vendicio?) e lui arrivava laggiù con una bicicletta nera e pesante, di quelle col manubrio squadrato e un grosso cesto di metallo agganciato al di sopra della ruota anteriore. Lo riempiva di quei filoni di pane furmiène, bianco, morbido, gustoso che usciva dal piccolo forno di via Lavanga di cui era proprietario il papà Antonio, una persona minuscola, con un perenne, gigantesco sorriso che incantava. Franchino era “il messaggero” del forno: trasportava il pane ai clienti, a bordo di quella sua pesante bicicletta (anch’essa sopravvissuta alla guerra ) con la quale affrontava la ripida discesa dell’Olivella senza freni. All’occorrenza metteva un piede a terra e faceva slittare la ruota posteriore bloccandola .

Poi Franchino aveva indossato la divisa di arbitro di calcio, nei campionati di Promozione (come allora si chiamavano i campionati infraregionali) e si era segnalato per la capacità di seguire ogni momento della partita con un’agilità che scaturiva misteriosamente dal suo corpo che cominciava a denunciare il gusto per le cose saporite che Franchino amava. Si era segnalato anche in quel settore e lo aveva tenuto nel cuore anche quando divenne il professionista che abbiamo conosciuto in tanti. Personalmente quando, dovendo io curare il libro dell’editore Sellino sulla storia illustrata di Formia che uscì nel 2003, mi aiutò a ricostruire il mosaico di negozi e di attività commerciali di via Vitruvio negli anni del dopoguerra: i fratelli Punzo, i fratelli Grossi, la trattoria del Passeggero, Peppino Mirante, la mitica Fenice di  Quirino D’Elia, la macelleria di Erasmo detto ‘Nfamone, il Bar Impero, la Triestina… Un album di piccoli ricordi.

Poi aveva aperto una pizzeria che era diventata subito un must. La pizza d Chinappi era un privilegio, prima di essere un costo lieve e abbordabile anche da noi che eravamo perennemente squattrinati, e lui ci “aiutava” con un sorriso.  Il successo lo aveva stimolato ed aveva integrato la pizzeria con un ristorante che non poteva non fare successo dato il suo entusiasmo, la serietà e la capacità di scegliere i suoi collaboratori. E il ristorante prevalse sulla pizzeria  al punto da diventare “stellato”- uno dei primi nel Lazio sud – dalla Michelin. Furono anni di successi che culminarono con un giusto premio che il Comune di Formia gli assegnò e che l’allora sindaco Sandro Bartolomeo gli conferì’ nel corso di una breve e gustosissima cerimonia. Gli era stata intelligente e infaticabile  collaboratrice la moglie Anna che lo ha seguito in tutto.

La fatica degli anni ha poi cominciato piano piano a prevalere e Franchino, pur non rinunciando alla presenza nel suo ristorante à la page cedette il bastone di comando   al figlio Stefano, che, nel frattempo – buon sangue non mente – ha aperto un ristorante di pesce  a Roma che ha fatto subito successo.

Ora Franchino ci ha lasciati, ma tutta Formia lo ha accompagnato alle esequie svoltesi nella chiesa di San Giovanni  il 23  dicembre, pochi giorni fa.  Ciao Franchino, non ho potuto salutarti di persona perché anche io, nel frattempo, sono cresciuto in età e in qualche acciacco, ma ti tengo nel cuore come quando tanti anni fa giocavamo a Vindicio, dopo aver terminato il tuo ”giro del pane” .

P. G.S.

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