20 maggio, 2017 - Nessun Commento

LATINA/LITTORIA
E LA RICERCA DI IDENTITA’

cofHo le idee un po’ confuse sulla parola identità e sono andato a rileggerne il significato sul vocabolario Treccani, della cui autorevolezza non si può dubitare. Tra i molti significati, che nulla hanno a che vedere con quello che cercavo io, ne ho trovato uno che mi pare si attagli perfettamente a quello che voglio dire. Viene dalla psicanalisi e dice che l’identità (“questa” identità) è il senso e la consapevolezza di sé come entità distinta dalle altre e continua nel tempo. Mi domando se sia a questi concetti che ci rivolgiamo quando parliamo della necessità di “conoscere la nostra identità” di popolo, di area storico-geografica, di comunità residente; o quando ripetiamo che dobbiamo fare riferimento alla nostra identità; o che dobbiamo salvare (rispettare/esaltare)  la nostra identità. Ne parliamo spesso quando facciamo riferimento alle vicende che viviamo e al tempo che passa nelle nostre comunità di residenti; o quando ci lamentiamo che “si ignora la nostra identità” o che la si trascura o dimentica. Parliamo, insomma, di “identità” di storia, di tradizioni, di comportamenti, di paesaggio, magari anche di ricette gastronomiche locali. Tutto concorre a “fare identità”. Di questo parliamo? Di questo parliamo.

Bene, individuato il tema, passiamo alla sua analisi. Se identità è rispetto di tutte quelle cose, loro intangibilità, rifiuto del loro abbandono rispetto all’oggi che viviamo, alla globalità in cui ci muoviamo, mi viene da pensare che il concetto di “identità” sia qualche cosa di tremendamente immobile, pura conservazione acritica, ritorno ad un Passato che, chiamandosi passato, non è e non può essere Presente. E’ anche anacronismo.

Qualche cosa del genere l’ho letta in una sintesi di un libro del francese Julien Philippe (vado a memoria e non vorrei sbagliare il cognome) apparsa su “La Lettura” di qualche settimana fa. Ma l’ho colta anche in un breve e intenso saggio di Michele Murgia, “Il futuro interiore”, da Einaudi. Cito non per esibire la mia sapienza, ma per dire che ho qualche più illustre compagno di strada.

Io sono tra quelli che, magari senza riflettere troppo sulle implicazioni, ha citato l’Identità come un mostro sacro al quale riferirsi sempre e da difendere sempre. Ma se Identità significa conservazione, immobilità di storia, personaggi, ambiente vissuto, cultura, allora debbo fare una conversione a U e dire che ho sbagliato tutto. Identità non può essere tutto questo. E poiché non voglio, per ora, spingermi avanti, lo scrivo per fare chiarezza su qualche uso distorto del termine identità.

E’ il caso della vicenda che ogni tanto ritorna sul fatto se Latina debba continuare a chiamarsi così, come è ormai conosciuta da oltre 70 anni; o debba tornare a chiamarsi Littoria, quando il fascismo la fondò, con molte contraddizioni (non doveva essere “città”, ma fu eletta capoluogo di una nuova provincia fatta su misura per essa, ad esempio). L’angoscioso e ritornante dubbio è Latina o Littoria. Ho già scritto che non è affatto un problema. E’ solo una cosa che non serve a nulla risuscitare.

Ma leggendo i resoconti giornalistici di un convegno (pare poco frequentato) su questo problema, ho appreso che alcuni hanno messo in evidenza il teorema della identità per giustificare la dignità di quel problema e, quindi, la necessità di tornare al  nome di Littoria. Il vocabolario Treccani mi convince che non solo non è necessario, ma sarebbe inopportuno. A meno che non volessimo tutelare la nostra identità (nel senso sopra descritto) di quel momento storico (il fascismo), di quella comunità (che ancora oggi cerca la sua “identità”), di quell’ambiente urbano (deserto e definito “di frontiera”). Ci piacciono tutte queste cose? Ci piace questa identità?

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